LA MALEDIZIONE DELLA TAVOLETTA. Di notte penso e scrivo meglio, di notte sono più libero. Davide sta dormendo da 3 ore abbondanti e io mi sono messo qui a riflettere su una cosa che io e te facciamo con un senso di vergogna, ma facciamo di brutto. Già, inutile che fai finta di dire “No, chi? Io? No, io no. Mai…”, tanto sembri più falso di un politico. Si, io e te siamo da galera, perché entrambi diamo il tablet in mano ai nostri bambini piccoli, tra mille laceranti sensi di vergogna perché non si fa. No, non si fa perché con tutta ‘sta tecnologia si rimbecilliscono e diventano obesi. Non si fa perché l’onda sapiente della mammologia cosmica e della pediatria che ha sempre ragione dice che non si fa. Non si fa perché non può essere quell’arnese la tua babysitter a prezzo zero e a rimbambimento (quindi zittimento) del marmocchio incorporato. Eppure tu lo fai, come una specie di ladro in chiesa. Apri il tuo iPad o vattelapesca, lo fornisci al ragazzino e dici “Cinque minuti”. Poi ti rilassi un attimo e i minuti sono diventati 55 e il cervello del bambino viene orrendamente mutilato dai cartoon su Youtube. Quando glielo strappi di mano perché ti accorgi del disastro, della lobotomizzazione avvenuta, beh, ti senti una merdaccia che nemmeno Fantozzi davanti al commendator Cobram, quello della coppa…

LA SANTIFICAZIONE DELLA TAVOLETTA. Beh, sai che ti dico? Fregnacce. Io lo faccio, sì. Lo faccio spesso. Però lo faccio in un certo modo. Per me il tablet è santo, ok? Sparatemi a vista, denunciatemi, telefonate al telefono azzurro, internatemi, rinchiudetemi pure. Io il tablet a mio figlio lo do eccome, ma fa parte di un programma. Certo ci sono anche i momenti in cui lo usa, vicino a me, mentre io lavoro. Già, perché io faccio un lavoro per il quale il poveretto deve qualche volta vedermi aprire di punto in bianco il pc e infilarmi dentro qualche cosa da fare urgentemente. E in quei momenti resta poco altro che non sia il tablet. Però non sono un magnaccia, uno stupratore seriale o un rapinatore di banche…

Allora la benedetta santa tavoletta cos’è? E’ una serie di cose su cui lavorare. E’ si qualche cartone su Youtube (ma del maledetto videosocial ne parleremo… in altra sede), ma è anche l’emulazione di papà che lavora, è giochi didattici per imparare lettere e numeri, è canzoni in lingua, è racconti di favole, è musica da ballare. In tutta questa interazione il bambino io lo seguo sempre, anche mentre sto lavorando. Ascolto i suoni che fa emettere all’aggeggio verificando ogni due tre minuti cosa fa, come lo fa e cosa vede. Non lo si può subire per più di 10 minuti, ma con lui, col tablet si deve interagire. Davide disegna molto sul tablet e poi salva le sue opere (ormai lo fa da solo). Il dialogo tra noi è talmente fitto che si alza con regolarità, mi mostra il tablet e mi dice “posso vedere?” ricevendo onestamente i miei si e i miei no. In questi giorni Peppa ci aiuta a disegnare e a comporre le prime paroline, ma anche a ballare e a cantare. Basta qualche applicazione seria e il bimbo sviluppa l’apprendimento prescolare e la multisensorialità visto che il suo mondo sarà pieno di schermi touch. Davide dal tablet impara e io imparo da lui che impara. Guardo la sua velocità di visione, di apprendimento, di memorizzazione e penso agli studi del professor Fileni all’Università di Trieste che ho così ingloriosamente portato a termine. Leggete qualcosa qui del prof. Oppure qui, dal blog del collega Sergio Maistrello. Nei suoi studi sulla comunicazione mediata dal computer aveva preconizzato già prima degli anni ’90 lo sviluppo multisensoriale degli uomini davanti a uno schermo touch. Ora quegli studi io li vedo in mio figlio, rileggo le pagine di quel suo “Analogico e digitale. La cultura e la comunicazione” che mi sparai in pochissime notti triestine andando a prendere un 28 meritato in sei giorni di studio.  Le rileggo in quelle teorie che già nel 1984 Fileni poneva al centro del dibattito della Sociologia delle Comunicazioni come la rivoluzione del nostro modo di esistere sociale. Il prof sosteneva spesso che la comunicazione mediata dai computer o dagli schermi fosse un veicolo per ampliare le possibilità del nostro cervello e la multisensorialità. Beh, il tablet aiuta questo sviluppio, specialmente se usato in modo didattico e non demonizzato o eliminato in modo pregiudiziale.

LA SOLA CONTROINDICAZIONE. Per tenere il passo dello stimolo visivo, uditivo e tattile di un tablet, ma anche per cercare di interpretare il mondo, la cosa migliore è il cervello di un bambino. Anche lui, però, va in overload perché la quantità di byte che deve elaborare è sempre sopra il limite. Possono derivare, quindi, dei problemi di concentrazione già in tenera età. Però calmati, non dipendono dal tablet, ma da tutto quello che bombarda tutto il giorno le sinapsi del piccolo o della piccola che hai tra le mani. Molti bimbi anche di questa tenera età fanno una gran fatica a tenere la concentrazione fino alla corretta esecuzione di un compito. Allora se il tablet è una dose di multisensorialità che serve ad allenare il cervello alla velocità di apprendimento, ti consiglio, se non vuoi brasarlo, il ragazzino, di alternare i momenti in cui gli dai il tablet con altri momenti di gioco manuale lento e fisico. Io e Davide, di solito facciamo la lotta o giochiamo a gare di macchinine. Così la controindicazione della sovraesposizione da informazioni sarà bilanciata dalla lentezza e dall’analogicità del gioco scelto. Poi stai attento a farlo stare concentrato sulle cose che deve finire e soprattutto stai concentrato tu, cazzone. Quando lui ti parla cerca di mollare il maledetto smartphone che trilla e di dargli attenzione assoluta. Così come ti imita, infatti, quando spippoli, lo farà anche quando lo ascolti e, quando parli tu, ti ascolterà. Oh, evviva il tablet comunque. E adesso venitemi a prendere.