NON L’HO VISTA. Non volevo vederla e non  l’ho vista, l’intervista fatta dal Gran Visir Bruno Vespa al prode Salvo Riina. Non l’ho vista per scelta, perché sapevo come sarebbe finita. Non l’ho vista perché l’avevo letta, l’avevo letta qui: vai pure a leggertela e torna, che poi ti dico la mia. Di solito non intervengo su queste cose, non su questo blog che è dedicato a due progetti belli e positivi. Tuttavia il ribollire, in rete, di idiozie sulla legittimità io meno di quella intervista, mi ha fatto venire i nervi e quindi mi sfogo, premettendo che questo è un sito personale e che le opinioni sono mie e non condizionano il mio lavoro.

OGNI GENERE DI STRONZATA. Sapevo già che il Brunone nazionale avrebbe mandato in onda l’intervista, anche se nel pomeriggio del giorno in cui si è vista si parlava (a vanvera) di pressioni per non mandarla. Lo sapevo perché lui è uno che certe messe cantate in nome dell’auditel non se le lascia scappare nemmeno se dovesse morire 10 minuti dopo aver snocciolato l’ennesimo esempio di giornalismo ossequioso. Si è detto di negazionismo mafioso, si è detto di voce data alla mafia, si è detto ogni genere di stronzata sull’intervista evento del figlio del Capo dei Capi. Non si è detta, però, la cosa terribile, la cosa più terribile di tutte (che fa il paio con quella di non averlo inchiodato a parlare del sangue degli innocenti uccisi e di quanto la mafia sia una montagna di merda). La cosa più assurda e viscida di tutta la vicenda, che accomuna Vespa e il Corriere della Sera, uscito in sordina il 4 aprile, è un’altra: qui la mafia ha ammazzato il giornalismo italiano che, peraltro, non stava benissimo.

LA PROMOZIONE DI UN LIBRO. Il motivo? Beh, semplice. Avrei accettato tutto, anche le domande sbagliate, se l’intervista di entrambi i giornalisti fosse stata fatta con la ricerca del soggetto, con la paura di incontrarlo, con i contatti diretti, con un incontro segreto, con un pizzino mandato al mafioso perché raccontasse la sua verità, magari anche quella che un bastardo carnefice come Totò Riina è un amorevole padre. Avrei accettato tutto, ma non che l’intervista venisse fatta come lancio promozionale di un libro (che non comprerò e che invito a non comprare), tramite un accordo tra uno scaltro ufficio stampa e un volpone di giornalista, magari con richiesta delle domande e liberatoria che balla fino a intervista conclusa. Il tutto seduti a un bar a bere il caffé. Con questo fare, per tramite di persone apparentemente dabbene, la Mafia con la M maiuscola ha fatto capire che in due balletti ha ammazzato il giornalismo italiano. Calpestando centinaia di cronisti che cercano di parlare coi mafiosi e li incalzano per 4 euro ad articolo rischiando la vita (cito Claudio Fava che in un post su Facebook ha detto giustamente che Riina jr lo avrebbe fatto intervistare a loro). Questo è il problema per cui Vespa e Bianconi andrebbero radiati dall’Albo e cancellati dalle nostre viste di lettori e telespettatori. Non credo di essere smentito se dico che la cosa è stata un lavoro facile, facile. E finto.

DOVEVA BALBETTARE. Bisognava ridurlo al balbettio e al silenzio. Bisognava chiedergli: lei rinnega suo padre che, tra traffici, droga, affari, grilletti e detonatori, ha ucciso o fatto uccidere centinaia di persone? Invece no, perché si sa, magari l’ufficio stampa aveva detto che il signor Riina, di questo, non poteva parlare. Era in promozione per il libro. Non si è detto nulla su questo, su quanto finto sia il giornalismo di oggi. Vergogna. Mi resta solo una speranza: di continuare, nel mio piccolo, a farlo veramente questo lavoro.