Educazione digitale: cominciamo dai papà.

L’educazione digitale è una necessità assoluta per la nostra società, ma, come sempre, lo stato italiano non si muove. Dobbiamo farlo noi e farlo presto, partendo dal ripulire, rivedere, attivare e sviluppare la nostra educazione digitale, prima di insegnarla ai nostri figli. Me ne sono accorto da qualche tempo, portato a mettere l’attenzione su un post di un papà separato in uno dei tanti gruppi di papà separati che popolano i social network. Si trattava di un update con una specie di barzelletta che aveva il chiaro intento (canzonatorio fin che vuoi, ma comunque violento) di augurare la morte alla propria ex moglie. Sono entrato nell’agone, invitando la persona che lo aveva postato a evitare frasi di quel genere.

LoboStudioHamburg / Pixabay

Ho sbagliato, perché era inutile farlo. Il carico di rabbia dei genitori separati, specialmente maschi, è una valanga che travolge tutto (valanga che comprendo e che, in molti casi, è giustificata). Tuttavia è iniziata una riflessione sul comportamento dei padri separati e poi dei genitori in genere su Facebook e affini che ha portato ad alcune considerazioni che sono urgenti e che vanno discusse in pubblico.

I nostri post, tracce indelebili

I nostri profili, i nostri social, i nostri post sono tracce indelebili del nostro passaggio. Credo fino a un certo punto al fatto che debbano essere veicoli della diffusione di un immagine mediata della nostra persona. Essi sono il riflesso del nostro vissuto, il cimitero dei ricordi, spesso un modo per non sentirsi soli. Questo lo accetto, anche se, nelle regole del successo a ogni costo nell’epoca di internet dovrebbero essere popolati di foto sorridenti e di link “politically correct”. Spesso scriviamo un update, uno status, un tweet senza pensare al contesto che ci circonda e che potrebbe venire, anche senza dolo, urtato o offeso dai bit che regaliamo al cinguettio di turno.

Nulla di male se chi legge filtra con la ragione, ma la possibilità del danno è dietro l’angolo. Ora non voglio farti le menate sui massimi sistemi e sul bullismo in rete, sui leoni da tastiera e sugli stalker. Voglio puntare l’attenzione sul fatto che ogni parola scritta è una traccia che potrebbe avere almeno uno spettatore interessato di quello che scriviamo: nostro figlio o nostra figlia. Questo è un problema.

Se dimentico lo schermo aperto…

Quante volte ti è capitato di dimenticare il pc acceso e lo schermo aperto. Ecco, te la faccio banale: metti che il pc è aperto e in funzione e tu hai finito di sfogarti con il tuo migliore amico sulla stronza della mamma che ti ha chiesto soldi in più o ti ha negato qualche momento in più con il tuo bambino. Tu ti alzi, lui si siede perché vuol giocare al video gioco, toglie il salvaschermo (o prende il telefonino se è quello che hai lasciato libero e aperto a tutti) e legge, legge, legge. “Quella put..” “Vorrei che morisse”… dai è facile che scappi. Bene, vuoi che succeda questo? Vuoi che tuo figlio entri nel mondo di Facebook, magari con un profilo controllato anche da te, andando sul tuo a vedere barzellette sulle ex mogli o foto della vacanza “spaccatutto” che ti sei concesso? Sicuro? Ti do un consiglio. La prossima volta che scrivi un post sui social fai sedere di fianco a te tuo figlio  e scrivi cose che lui potrebbe leggere a qualsiasi età.

E’ questo il primo passo dell’educazione digitale: fare in modo di essere un modello educativo anche quando il proprio figlio non è presente, anche quando è lontano. Lui vivrà una vita digitale vera e completa e sarà molto più di te legato al valore della propria personalità in rete (e di quelli che lo circondano). Valuterà incontri e persone, esperienze e conoscenze, anche con il filtro sociale del web. Sarebbe penoso da sopportare de fra le cose brutte da vedere sul web si vedesse costretto ad annoverare anche il tuo profilo di genitore. Se non credi che la cosa abbia un’importanza basilare te ne do una prova sociale incontrovertibile. Mio figlio di 4 anni ha incrociato (sempre sotto la supervisione del sottoscritto) questa canzone su Youtube. Bella zio, dicono i giovani, si tratta di due trend setter dei ragazzi di oggi, ragazzi che cominciano a capire meglio di noi che in certe situazioni è meglio il “Vorrei, ma non posto” (titolo del pezzo).

 

Ti lascio con una parte di questo testo:

E come faranno i figli a prenderci sul serio
con le prove che negli anni abbiamo lasciato su Facebook
Il papà che ogni weekend era ubriaco perso
E mamma che lanciava il reggiseno ad ogni concerto
Che abbiamo speso un patrimonio
Impazziti per la moda, Armani
L’iPhone ha preso il posto di una parte del corpo
E infatti si fa gara a chi ce l’ha più grosso

Sei sicuro che tuo figlio possa leggere tutti i tuoi post? Beh, dai una guardata, qualcuno forse no… Ecco perché penso che l’educazione digitale è una necessità assoluta della nostra epoca e debba essere presa in mano dalla scuola, subito, ma anche dai genitori, obbligati per primi a essere modelli virtuali tanto quanto modelli reali di comportamento.