Personal Branding: questione di primaria importanza.

Proprio in questi giorni, nei quali il mondo del mobile journalism è scosso dal caso del Press Ban operato da Trump a un briefing nei confronti di alcune testate, sta tornando di primaria importanza la necessità di un personal branding chiaro per i giornalisti digitali. Il giro del ragionamento potrà essere anche lungo, ma è certamente euclideo. Comincio proprio dal press ban e dalla risposta che ha dato, a questo attacco al primo emendamento della Costituzione Usa, il padre del mojo, Michael Rosenblum.

Ha detto, in soldoni, che dobbiamo diventare tutti mojoer se vogliamo lottare contro l’attacco che, in molti stati, non solo il suo, si sta verificando alla stampa. Ok, ma bisogna farlo con un certo criterio, non con la genuina, ma poco preparata vena del citizen journalist. Il mojo, infatti, può permettere a chiunque di farsi autore di vere videostorie, le quali possono servire anche come interfaccia verso chi commette abusi, in qualsiasi posizione di potere si trovi.

  Citizen journalists? No, citizen mojoers

Bisogna, quindi, prendere l’unica arma che abbiamo tra le mani e darsi da fare: ti parlo, naturalmente, del telefonino. Il tutto anche per aiutare i giornalisti, categoria in difficoltà in questo momento (in Italia come non mai). Naturalmente ci vogliono anche i mezzi di diffusione delle storie e i social lo sono. Facebook, in particolare, sta monopolizzando il mercato e qualche giorno fa ha rilasciato la prima possibilità di inserire advertising nei video, pagando chi lo fa (come già fa Youtube). Per cui si moltiplicano le piattaforme nelle quali puoi diventare un giornalista digitale anche se non lo sei. Non un citizen jorunalist, ma un citizen mojo.

Però c’è un gran rumore.

L’enorme quantità di video che compaiono sul web, tuttavia, è un rumore di fondo dal quale è difficilissimo distanziarsi. Per questo motivo se vuoi essere un mojoer e ricominciare a campare dei tuoi prodotti giornalistici non devi, come ho riferito in questo post, farti soltanto un pubblico legato ai lavori che fai, ma anche un seguito legato alla voce che sei.

Per fortuna c’è una bibbia laica.

Ci vuole, per farla breve, un serio personal branding, per costruire il quale vanno via anni di lavoro. Quindi è meglio che cominci subito. Trovati un campo, una specificità e leggi questa bibbia laica della vita digitale. Di che libro sto parlando? Naturalmente di “Promuovi te stesso. Crea il tuo personal branding con una comunicazione mirata e vincente”, opera di Riccardo Scandellari. Ho letto i suoi libri precedenti, ma questo è davvero un saggio di enorme valore e di grande profondità per chiunque voglia costruirsi una redditizia, coerente, autorevole immagine digitale.

Affronta tutti i settori del lavoro da svolgere e lo fa in modo estremamente autorevole, sostanziato da dati, casi, indicazioni pratiche e riferimenti bibliografici di valore accademico. Se vuoi gustarti un aperitivo della materia vai qui, ma sappi che il libro, anzi i libri di Skande (ci sono anche questo e questo sull’argomento), sono gamechanger, ti fanno cambiare l’intera filosofia di lavoro. Buona lettura e buona visione. 

L’editore? Sei tu, che diamine!

Solo creandoti un pubblico e un’immagine digitale, quindi, puoi sperare di rialzare la posta sui tuoi lavori, ma anche di crearti un seguito tale da poter poi far arrivare le revenue che derivano dalle piattaforme a un’altezza tale da consentirti di guadagnare decentemente. Riuscendo così a essere un producer di notizie che non ha bisogno dell’editore che lo pubblichi perché, semplicemente, l’editore è lui. Hai tutto in mano: il telefono, la tecnica (il mobile journalism), le piattaforme, perfino un’epoca che richiede azione sociale su questo argomento: cosa vuoi di più?