La vicenda di Ilaria, un dolore pazzesco.

E’ un po’ di tempo che non scrivo di vita digitale e penso che sia giunto il momento di farlo proprio cominciando dal caso di Ilaria, la mamma che ha lasciato in auto la figlioletta di 18 mesi trovandola morta dopo la fine del suo turno di lavoro. E’ un caso che ha scatenato gli idioti della tastiera, i dottoroni del “so tutto io”, i talebani della facile critica. Io provo a dire solo due cose: vergogna per chiunque si sia messo a giudicare questa vicenda che è fra le cose più tragiche che possano capitare a una donna. L’altra cosa è che penso che questo dolore pazzesco possa essere molto vicino alla vita di tutti i genitori. Basta un attimo per passare dalla tranquillità alla tragedia con i bambini. Basta una distrazione.

Ora nel web ci saranno tracce di lei per sempre.

Sinceramente la cosa che mi sconvolge è che di questa mamma ci saranno tracce per sempre sul web, nella migliore delle ipotesi buoniste, nella peggiore associate a parole come “puttana, ti ucciderei”. La gogna mediatica ha colpito ancora e quello che mi stupisce è che siano migliaia le persone che non riescono a esimersi dal dire la loro sul caso, sapendo cosa è meglio, sapendo cosa sarebbe successo, sapendo che a loro non sarebbe successo.

Caro stronzo da tastiera, chiunque tu sia. Ti dico soltanto una cosa: i figli non li puoi proteggere sempre. Soprattutto non li puoi proteggere da te stesso. Hai capito?

Ora le ferite purulente di questo fatto terribile rimarranno lì, così come rimarrà tra i bit della rete ogni insulto a questa madre che ormai è morta da viva. Rimarranno impuniti quelli che le hanno dato della degenere, quelli dal tastino facile. La prossima volta che succede chiedo a tutti quelli che sono tentati di dire la loro sulla cosa di fare un gesto rivoluzionario: di essere diversi, di tacere. Più penso a questo orribile fatto di cronaca e più penso ad altre due parole: terrorismo e Blue Whale.

La tremenda bufala di Blue Whale.

Sul caso di Blue Whale c’è letteratura da leggere: io ti consiglierei questo pezzo qui, questo qui e questo qui. Avevo sentito parlare del fenomeno mesi fa, ma quando ho visto le immagini, la virulenza della diffusione della psicosi e l’approssimazione del servizio de “Le Iene” (che peraltro credo fosse la ricicciatura di un altro loro servizio fatto molto tempo prima), la cosa ha cominciato a puzzarmi.

Non mi dilungo, tuttavia, sulla verifica della storia fatta molto bene da altri, ma quello che mi chiedo è da dove venga quella colpevole “cascata dalle nuvole” di genitori che, scoperto il presunto macabro gioco” hanno riversato sui social e alla polizia tutta la loro preoccupazione per un virus che stava per terminare i loro piccoli cuccioli innocenti.

Tutti a urlare la loro paura, a vietare, far sparire, trasformare la rete in una specie di mostro a 7 teste in grado solo di partorire perversi giochi di morte e stupri di gruppo. Ben pochi, invece, quelli intenti a pensare di seguire, affiancare, aiutare, far capire e vivere la vita digitale ai figli, di modo da analizzare e comprendere insieme quali sono le dinamiche di queste psicosi del web e magari di questi giochi macabri (che forse, da qualche parte, ci sono). Ho visto pochi genitori pensare “effettivamente ho lasciato mio figlio solo nel web. Sarà il caso che mi faccia presente”.

Anche in questo caso, se stai riflettendo sul fenomeno, ti chiedo di essere rivoluzionario, di essere semplicemente diverso. Come? Essendo presente, ma non ingombrante nella vita digitale di tuo figlio. Ascoltando, capendo, sapendo, leggendo, guardando. Vivendo con lui o con lei una vita digitale coerente e improntata alle grandi possibilità che la vita online dà.

Terrorismo: come spiegarlo a un bambino.

Ti rivelo che una delle cose che mi ha impaurito di più degli scorsi giorni è legata al terrorismo e a quei fatti di Londra che parlavano di terroristi armati di coltello che uccidevano a caso. Io ho un bambino di 5 anni e sono già arrivato vicino (il pupo è sveglio e chiede) a dovergli spiegare la cosa. Di conseguenza ho pensato a come fare quando arriverà il nocciolo della questione.

Il terrorismo è, in fondo, un’azione di qualcuno che ci chiede di essere come non siamo. Ci chiede di rinunciare a essere come siamo, ci chiede di abbracciare un altro credo, una diversa maniera di vivere. E’ una cosa che ci succede tutti i giorni a tutti i livelli, succede anche ai bambini, ai nostri bambini, di essere vittime di attacchi terroristici. Basta un ricatto di un amico, un favore chiesto dal capo, un piacerino per quel tal conoscente. In vari modi e a vari livelli, la nostra vita ci pone di fronte a una costante pressione di chi ci chiede di essere differenti.

La bomba della diversità.

Il terrorismo è questo: è chiederti di essere quello che non sei. Quando lo dovrò spiegare a mio figlio e gli dirò che i terroristi impongono questa richiesta con la paura, gli dirò anche come combattere questo fenomeno. Essendo diverso da chi gli chiede di essere in un certo modo piuttosto che in un altro. Se ci pensi la diversità è l’essenza delle risposte che si possono dare a ognuno dei fatti affrontati in questa analisi. Alla tentazione di sparare sentenze su una povera madre che fa morire sua figlia si può rispondere essendo diversi, magari con il semplice silenzio.

A Blue Whale si può rispondere non essendo quello che qualsiasi macabro gioco chiede di essere o non facendo quello che chiede di fare. Magari ai più fragili si devono fornire alternative praticabili, altri modelli di vita, ma si può fare. Così come al terrorista che chiede di negare i valori nei quali credi si può rispondere essendo diversi da quello che il terrorismo chiede: essendo semplicemente noi stessi.

Sii diverso, Davide, diverso da chiunque ti chiede di essere in un certo modo.