#sharingdaddy, la sua mamma e un dottore senza vita

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#sharingdaddy, la sua mamma e un dottore senza vita

PIETRA LIGURE. Io so chi sei. Però non metto il tuo nome. Dico solo che sei un primario di un reparto di un ospedale di Udine, con uno stipendio meraviglioso e con un bel bonus produttività che dipende da quanto risparmi per la tua azienda ospedaliera. Da quanti vecchietti senza speranza mandi a casa liberando il letto. Tu non sai chi sono io, ma te lo assicuro: un giorno verrò a trovarti e ti dirò quello che penso di te. Dai dico il nome dell’Ospedale: il Città di Udine. Lo dico perché, magari, qualcuno capisce chi sei e ti evita come la peste. Oggi hai detto che la “vita biologica” di mia madre è finita e che darle il “sostegno alimentare di cui ha bisogno è una cosa contro natura” facendo subire a mia sorella il maleodorante afrore della tua supponenza, il marcio del tuo senso di superiorità che ti dà la tua scienza o, meglio ancora, il tuo conto in banca. Lo so che sei a capo di uno staff che quando sente puzza di vecchio morente non vede l’ora di liberare la stanza, di andare oltre, di chiudere la cartella clinica.

Il motivo del mio disprezzo è semplice: tu non sei umano. Non sei umano quando parli, quando visiti, quando operi. Io sono a molti chilometri di distanza, ma lo so chi sei: verrò a cercarti. Perché hai dato per morta mia madre, ma mia madre è viva e, nel suo stato, vale più di te. La sua voce stentata, la sua magrezza orrenda, i suoi occhi ormai vuoti, la sua pelle raggrinzita sono stati e sono un corpo che ha emanato amore, l’amore che tu non hai mai avuto. Anche se chiede chi sono ogni volta che le telefono, sa ancora ridere, scherzare, piangere, preoccuparsi, respirare, essere, vivere. A momenti piccolissimi, tra una nebbia e l’altra, ma quei momenti valgono più di te. Valgono più di tutte le persone che, come te, stanno dalla parte del giusto, sempre, sono superiori, sempre, hanno ragione, sempre, ma soprattutto trattano la morte come un numerino.

Non ti auguro di morire di fame, come tu stai augurando a mia madre, ma Dio, se esiste, saprà cosa fare. Io sono qui e ti penso, penso a tutti i vecchi malati cronici che tu hai mandato a casa con un “la sua vita biologica è finita”. Tu la vita non sai cosa sia. Non hai fatto disegni celestiali, non hai dato da mangiare a 20 persone in una sera, non hai tirato su figli, accudito madri, viaggiato, scherzato, parlato, vissuto, rischiato, amato come mia madre. Tu non hai visto notti meravigliose e albe incantate, tu non hai creato oggetti e ammirato l’arte, tu non hai difeso chi ami e insegnato ad amare la vita. Tu non sei niente. Spero che non ti capiti o non ti sia capitato di avere una madre che ti chiede chi sei, spero che non ti sia capitato di trovarla in un mare di diarrea con le mutande abbassate, che non ti sia capitato di doverla pulire. Spero che non capiti a te, perché io non odio. Spero per te solo una cosa: spero che tu ti renda conto che sei più morto di mia madre. Fino a quando lei farà comparire il suo ultimo sorriso noi saremo lì, ad amarla come merita. Tu, nel frattempo, crogiolati nella tua superiorità. Ah scusa, volevo dirti una cosa: anche la tua vita biologica finirà prima o poi.

E da quello che mi hanno detto, non avrai nessuno a tenerti compagnia, se non la vergogna che sei.

Per tutti i vecchi come mia madre, stai attento a quello che fai ora: perché un giorno verrò a cercarti. E ti osservo, ti osservo. Pronto a far sapere a tutti, dall’Ordine dei Medici al Messaggero Veneto, chi sei. Perché la vita biologica  di mia madre sarà anche finita, ma il suo amore (e il nostro) no. Tu, il tuo sistema, la sanità del Friuli del “sa non c’è più nulla da fare”, avete un nemico in più: che per ora aspetta e ama sua madre.

By | 2016-11-04T17:19:25+00:00 luglio 18th, 2016|Sharingdaddy|0 Comments

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Sono un papà single e un cronista di strada. E penso che l'elefante si mangi soltanto a pezzettini

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