Mese: Gennaio 2017

  • Journalism app: Luma Fusion vs Kinemaster

    Journalism app: Luma Fusion vs Kinemaster

    App e giornalismo: una rivoluzione è in atto.

    In queste ore il mondo del mobile journalism sta discutendo animatamente di un item piuttosto importante: la battaglia tra le due app di editing più famose e più complete del mercato. Ecco qualche dritta per capire meglio cosa sta succedendo e come orientarsi se vuoi risolvere definitivamente il problema del gap tra il fare il montaggio su pc o su mobile. Prima di tutto sgomberiamo il campo da dubbi: questo gap non esiste più, almeno per la maggior parte delle esigenze del videomaker mobile. Il totalmojo, quindi, ha ora tutti gli strumenti per esistere. Le due journalism app, infatti, hanno chiuso il gap che esisteva tra i due tipi di montaggio con una serie di caratteristiche e di possibilità operative che mettono anche i mobile journalist in grado di produrre contenuti chiusi “pro” dal campo e in mobilità

    Total mojo alla riscossa nel mobile journalism

    Spesso mi viene chiesta questa o quella dritta per completare il proprio mojo kit, ma voglio dirti una cosa. Non è questo che fa la differenza, ma è vedere come evolve il mercato e quali strumenti regala (a  costi infinitamente più bassi rispetto al mondo dell’editing e del producing classico) per pareggiare la professionalità mobile con quella statica. Per questo motivo ho deciso di iniziare a scrivere sugli strumenti del mobile journalism (e farò anche tutorial) non prediligendo le caratteristiche tecniche dei prodotti che un mojo deve usare, ma le novità e le informazioni che  servono per restare al passo con le innovazioni, spendere meno e lavorare meglio. Per questo comincio dalle app di editing, proprio perché al di là delle stesse app è il movimento che c’è attorno che è davvero rivoluzionario.

    Luma Fusion ha fatto il primo passo

    Il rilascio dell’applicazione Luma Fusion, dell’azienda Luma Touch, è stato un vero e proprio Natale per tutti i mojoers. Luma Touch è una software agency che, se non sbaglio, fa base a Londra e che è nata dall’esperienza di Terri Morgan e Chris Demiris, due tipetti niente male di cui potete trovare la bio qui. Si sono staccati dal team di produzione di Pinnacle Studio, un’altra app che ha fatto la storia dell’editing in mobilità. Multiple piste video, multiple piste audio, regolazione del volume e degli effetti, transizioni e titoli a piacere, registrazione del voice over nella ultima versione rilasciata.

    Luma Fusion è un Premiere in piccolo, con tutte le possibilità del fratello maggiore per computer o mac. Ecco un tutorial di buon livello, almeno per le features principali, un tutorial di Eliot Fitzroy, autore anche di un video manuale per il montaggio con Luma Fusion che potete trovare qui. Siccome ritengo l’amico Fitz (dai, si fa per ridere) un’autorevole voce sull’argomento ti raccomando la visione.

    Ha sparigliato le carte della contesa

    Luma Touch, con questa app, ha sparigliato le carte del mercato dell’editing in mobilità, facendo alzare cori di giubilo per tutti i mojoers mondiali del mondo Apple. E’ la prima del mercato a essere salita a livello di un programma di montaggio professionale. Questo ha scatenato una vera rivoluzione, tra l’altro a un prezzo al quale si può acquistare al massimo una licenza da un paio di mesi di Adobe Premiere Pro (40 euro). Con questa cifra siete ok per tutto il tempo che volete. Naturalmente la cosa non poteva passare inosservata ai concorrenti dell’app di Demiris e Morgan. Infatti si è mossa anche Kinemaster

    Il mondo android e la banda di Kine

    Kinemaster è sviluppato da Nexstreaming, una software company con varie ramificazioni e una struttura worldwide assolutamente più imponente della banda di incursori di Luma Fusion. La madre di Kinemaster e la sua banda  stanno a Seoul e il core business è lo sviluppo di software di streaming ed editing per apparecchi mobili e per televisioni. Sono un gruppo grande e strutturato, la cui visione, come dice il Ceo Il-Taek Lim nel suo messaggio sul sito, è sviluppare “benessere per l’umanità attraverso il software per apparecchi mobili e altri tipi di device non riconducibili a un pc.

    L’editing in mobilità per i professionisti, quindi, non sembra essere un core vero e proprio di Nexstreaming che, però, ha affrontato il mercato consumer dei Video Editor proprio con la sua app Kinemaster. Il percorso è stato diverso, perché i coreani hanno messo in circolo nel mondo android una app free, con acquisti in app per le ulteriori feature, in grado di eseguire funzioni elementari gratuitamente.

    Poi si sono accorti di Luma Fusion e hanno iniziato a salire i gradini della scala dei video editor professionali. Il modello di business, quindi, parte da una app gratuita, ma arriva a un prezzo (per la versione pro definitiva) che è attorno ai 40 euro… annui. Questo la squalifica rispetto alla rivale, ma insomma è una scelta che resta nei confini del praticabile, del possibile. Ecco un video che mostra le principali qualità dell’applicazione che può essere tranquillamente utilizzata per il mojo

    Kinemaster entra in iOs

    Te lo confesso un’altra volta: non sono per il robottino. Tuttavia le piste multiple, gli effetti, le transizioni, la titolazione e gli accessori importanti per editare in modo professionale qualsiasi tipo di video ci sono tutti anche in kinemaster. C’è un di più in questa grande battaglia. Kinemaster ha risposto alla mossa di Luma Touch entrando nel mercato iOS con una versione beta della sua app che dovrebbe essere disponibile nei prosimi tempi e della quale molti stanno parlando nel mondo dei mojoers e dei trainer di questa nuova filosofia.  Kinemaster per Android, quindi, è la numero uno del mercato del Robottino, ma ora sta bussando alla porta del mondo Apple. Il risultato di questa guerra? Un abbassamento dei prezzi e un miglioramento delle features possibili. Con tutto vantaggio del lavoro di un mojo come te.

  • Mobile journalism e Ces 2017: tutti gli occhi sui video a 360

    Mobile journalism e Ces 2017: tutti gli occhi sui video a 360

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    Mobile journalism e Ces di Las Vegas: binomio vincente, ma…

    Il mondo della tecnologia si è appena lasciato alle spalle il Ces 2017, il Consumer Electronic Show di Las Vegas. Si tratta di uno degli eventi più importanti del mondo per quanto riguarda le novità dell’elettronica e della tecnologia di consumo, mondo che interessa direttamente il mobile journalism per quanto riguarda le novità delle device elettroniche con cui il mojo si trova a lavorare tutti i giorni. Ces e Mojo è un binomio che, di solito, rivela novità vincenti, ma in questa edizione non si sono registrati momenti che cambiano autenticamente le regole del gioco. Poche news dal comparto telefoni e tablet, dalla produzione dei principali harwdare di lavoro per il mobile journalism, in una fiera dell’elettronica dominata dalle auto a guida autonoma e dalle ultime uscite del mercato degli schermi e delle televisioni.

    Le uniche luci? Sui video a 360 gradi, su AR e VR

    Il mercato dei telefonini è in un momento di sospensione dopo l’uscita del 7 fra gli iPhone (a proposito auguri per i 10 anni) e dopo la tempesta che si è abbattuta su Samsung con il Note 7 e le sue esplosioni. Molto probabilmente i produttori di telefonini aspettano di fare la battaglia dell’anno al Mobile World Congress che andrà in scena dal 27 febbraio al 2 marzo del 2017 e sul quale puoi sapere tutto se ti colleghi a questo sito. L’unica novità impattante sul mercato l’ha mostrata Asus rivelando il suo Zenfone AR che è il primo telefonino che supporta contemporaneamente AR e VR. Più in particolare questa device del produttore taiwanese, è in grado di supportare il visore di Google DayDream di realtà aumentata e con la app Tango, progetto di Mountain Wiew sulla Augmented Reality. In particolare su Tango Zenfone AR si pone come il secondo telefonino capace di supportare Tango dopo il Lenovo Phab 2 Pro e il principale strumento per il visore della realtà aumentata DayDream, sviluppato sempre da Google. Sui progetti Tango e DayDream puoi informarti cliccando qui e qui.

    Per le foto panoramiche, per i video e per la parte delle immagini in generale Zenfone AR, previsto in uscita nel Q2 del 2017, mette in campo delle potenzialità molto elevate e il sistema operativo Nougat Android 7.0. Le caratteristiche tecniche sono impressionanti. Eccole:

    • 5.7″ Super AMOLED display, 515ppi
    • Snapdragon 821 chipset: Quad-Core (2×2.35 GHz Kryo & 2×1.6GHz Kryo) CPU, Adreno 530 GPU
    • 4/8GB RAM
    • 32/64/128/256GB of built-in storage, expandable via the microSD card slot
    • 23MP main camera; OIS (4-axis), depth & motion track sensors, 2160p video capture, 8MP selfie camera
    • 3300mAh removable battery, QuickCharge 3.0

    Le micro SD compatibili con Zenfone AR possono aumentare la memoria fino a 2000 Giga, caratteristica molto importante per il mobile journalism. Veloce anche il processore e impressionante anche la dotazione di Ram che può arrivare a 8 giga con  tutto quello che questo significa nella produzione dei video. Certa, quindi, la resa quando si opera con kinemaster per l’editing. Ecco, comunque, una veloce prova dal Ces che mostra alcune caratteristiche come la possibilità di fare foto a 360 gradi.

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    Il charger che ti salva

    Per chi lavora sul campo il vero problema è la carica delle device. Ecco che a salvare tutti arriva Omnicharge, la “bestiola” che è in grado di ricaricare contemporaneamente telefono, tablet e pc (casomai serva). Si tratta di un power bank dotato di 20400mAh con spine di ogni genere per tutte le esigenze e un adattatore  100W AC/DC. Con un prodotto del genere, acquistabile da questa campagna indiegogo, non dovrebbero più esserci problemi per la giornata intera on field di chi fa mobile journalism e non mette mai il sedere sulla scrivania. Un game changer del lavoro mio e tuo che ti permette di non abbandonare mai il campo mentre stai lavorando.

    I video a 360 gradi, vero topic del CES 2017

    Mobile JournalismIl vero campo di interesse per chi fa mobile journalism al CES di Las Vegas è stato il mondo delle camere a 360 gradi e affini. La notizia che ha spostato gli equilibri del campo è stata quella del produttore cinese Insta360 che ha lanciato la sua partnership con Periscope per i live a 360 gradi. Da alcuni giorni, infatti, una selezionata membership di utenti della applicazione di live della compagnia del cinguettio, Twitter, può produrre, tramite il download di una versione aggiornata, ma beta, video live panoramici da qualsiasi posto.

    Insta360 è il primo partner di Periscope e ha “vinto” la possibilità di far andare l’applicazione live in diretta in modo automatico, senza settaggi o software di streaming. Si attacca la camera al telefonino, si apre Periscope e via. Questa mossa ha cambiato le regole del gioco nel mercato, soprattutto per quanto riguarda il mobile journalism che si era orientato, fino a questi giorni, sul live di Facebook. Se vuoi far parte della membership ecco la lista cui iscriversi (spero tu sia più fortunato di me perché io non ho avuto risposta).

    In conseguenza di queste mosse del mercato i produttori di videocamere a 360 hanno “sganciato” all’esposizione alcuni pezzi interessanti di hardware. Insta360 ha portato il suo top di gamma che è la Pro, camera che permette video a 360 e 360 3D con acquisizione da 6 telecamere e dai microfoni integrati o da un mic esterno. La qualità è 8k e le specifiche tecniche sono visibili in questo link. In assenza di novità dai big della tecnologia si sono fatti sentire gli outsider come Sphericam che ha messo in mostra la sua Sphericam2 le cui caratteristiche sono leggibili a questo link. Qualità a 4k con 60 frame per secondo, con la possibilità di fare foto a 360° in qualità RAW, il massimo del file fotografico. Importante il prezzo di entrambe, circa 3000 dollari, ma va detto che si tratta, in entrambi i casi, di un prodotto top tra quelli accessibili nel mercato consumer.

    Un mondo, quello dei video a 360 gradi, che interessa in modo diretto i mojoers e li proietta in un futuro prossimo nel quale il contenuto giornalistico potrà e dovrà svilupparsi anche con questo tipo di tecnica. La materia affascina, come passo successivo rispetto al mobile journalism classico, ma si prende anche la briga di far discutere per le sue implicazioni etiche. Certamente i video a 360 gradi aprono nuovi linguaggi e nuove possibilità di produzioni (e quindi di guadagni per freelance spiantati come me e te), ma pongono il problema dell’autorizzazione alla ripresa perché la visione a 360 gradi permette di catturare anche le immagini di chi, altrimenti, sarebbe fuori dal campo di un obiettivo normale.

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  • Mobile Journalism: la definizione di una nuova filosofia

    Mobile Journalism: la definizione di una nuova filosofia

    Il Mobile Journalism, centro della rivoluzione.

    Definire il mojo, o mobile journalism, pensavo fosse facile. Mi sbagliavo. Mi sbagliavo perché è il fulcro di una rivoluzione digitale che si consuma minuto dopo minuto nel mondo del giornalismo e dell’editoria,  ma non ha confini chiaramente definiti. Per farmi chiarezza nella testa e farla anche a te (spero) ho deciso di raggruppare in un post alcune linee concettuali che definiscono questa materia che studio da anni e che non smette mai di cambiarmi sotto le mani. Mi aiuteranno i maestri come Ivo Burum che nel suo “MOJO: The Mobile Journalism Handbook” ha iniziato a precisare l’essenza del mojo definendo prima due categorie, gli User Generated Content e le User Generated Stories.

    Mobile Journalism: quante volte abbiamo fatto questo gesto?
    Pixabay

    I primi sono quello che più o meno tutti conoscono come Citize Journalism perché si tratta di contenuti non editati e pubblicati dai testimoni di un fatto. Già, parliamo dei video su Youtube o su Facebook o su qualche altro social, caratterizzati dal non avere il filtro della professionalità giornalistica (o di altro genere) atto a costruire una storia. Jay Rosen, uno degli accademici più importanti della materia, definisce il CJ in questo modo: “Citizen journalism è quando la gente, in altri tempi detta pubblico, usa gli strumenti della stampa che sono in suo possesso per informarsi l’uno con l’altro”. Le UGS, invece, sono contenuti editati, costruiti e pubblicati in forma di storia e presuppongono una conoscenza e un uso degli strumenti di editing.  Il mobile journalism resta al centro di queste due categorie perché può essere utile per mettere insieme gli UGC oppure può essere il modo per far salire a valore alto di pubblicabilità le UGS.

    Elementi di una definizione di mobile journalism

    Cerco di sintetizzarti qui una definizione di mobile journalism che arriva da tutte le pubblicazioni lette sulla materia, ma anche da tutto il flusso di commenti, blog, letture, post, update che leggo quotidianamente da anni. Ecco i punti attraverso i quali è possibile riconoscere il mobile journalism e cominiciare a comprenderne i confini:

    1. Il Mojo è prodotto interamente con device mobili. Questo, secondo Ivo Burum, costituisce elemento distintivo per un nuovo modo di raccontare un evento ed è una modalità produttiva del contenuto che impone un nuovo tipo di racconto per immagini e audio.
    2. Questo tipo di giornalismo è anche quello che racconta attraverso le piattaforme sociali lo sviluppo di un evento in forma di storia. Eccone un brillante esempio della redazione online di Der Spiegel.
    3. Il mobile journalism è anche quella disciplina che, attraverso la conoscenza dell’hardware e del software necessario, codifica e realizza modelli di contenuti live formattati e diffusi per mezzo delle più diverse piattaforme. Sono considerati mobile i collegamenti live attraverso servizi di streaming televisivo, ma anche video in diretta di Facebook, Periscope, Youtube e altre tipologie di piattaforme di diffusione sociale.
    4. E’ mobile journalism tutto l’insieme di regole, modalità, azioni, operazioni che permettono di creare un contenuto multimediale dal campo sul quale avviene una notizia.
    5. Sono due gli orientamenti della post-produzione per la costruzione di una User Generated Story che abbia gli elementi del Mobile Journalism: il montaggio con le device mobili stesse, attraverso app di editing che hanno raggiunto livelli eccellenti in questi ultimi giorni, oppure il passaggio del materiale prodotto dall’apparecchio mobile sul computer.
    6. Il mobile journalism è crossing in quanto a sistemi operativi. Il lavoro, può essere svolto sia da apparecchi Android, sia da iOS. Il secondo sistema operativo è semplicemente più utilizzato e più popolato di soluzioni professionali per l’editing e per la produzione di contenuti rispetto al primo.
    7. Una delle finalità principali del mobile journalism è sveltire i tempi di realizzazione dei contenuti e snellirne i costi, per recuperare il valore della prestazione professionale del giornalista e per favorire il flusso dell’informazione nell’era di internet.
    8. Il mobile journalism è anche una filosofia professionale che intende far diventare, nell’epoca di internet, i giornalisti singoli fonti credibili di notizie grazie all’interazione diretta con il proprio pubblico e alla disintermediazione del ruolo dell’editorie dei contenuti del professionista stesso.
    9. Il mojo può essere  interpretato con qualsiasi apparecchio mobile facilmente accessibile a qualsiasi consumatore: dagli smartphone ai tablet, dalle handycam alle sportcam.
    10. Il mojo è quella disciplina che sta guidando la rivoluzione della comunicazione mobile per due aspetti principali: la connettività e la produzione mobile oriented dei contenuti che dallo scorso ottobre, sul web, vengono guardati più da apparecchi portatili che da computer statici.

    Mojo è “fai con quel che hai”

    Quello che più rappresenta la potenzialità innovativa del mobile journalism per gli operatori dell’informazione è, tuttavia, la sua facilità d’accesso per quanto riguarda gli strumenti. Mojo sei con quel che hai, si ostinano a ripetere i guru di questa nuova filosofia. Personalmente io sono un integralista e tutti i miei studi personali si stanno orientando a un mobile journalism start to end, senza mai passare al computer. Per questo motivo ciò che ho scritto al punto nove è, per me, quasi blasfemo: il mojo io lo faccio con il telefonino e il tablet senza mai passare dal pc. Tuttavia le forme spurie sono comunque un fattore di arricchimento della professionalità di ogni mojo il quale deve trovare i suoi strumenti operativi per raccontare il mondo con il suo modo di essere mojo. Questo contribuirà indubbiamente a costruire una personalità giornalistica peculiare che si distinguerà meglio nell’indistinto mare del mercato del lavoro giornalistico, dove prevale l’omologazione sia nei contenuti che nei modi.

    Ti lascio con un piccolo regalo per il 2017, vale a dire la playlist della BBC Academy sulla produzione di video con gli smartphone. Buona visione.