Caro Michele, ti scrive un papà friulano separato

//Caro Michele, ti scrive un papà friulano separato

Caro Michele, ti scrive un papà friulano separato

Michele, c’è posta per te.

Caro Michele, ti scrivo. Ci ho pensato un attimo, ho lasciato passare alcuni giorni, ma la tua lettera mi ha fatto talmente male che non sono riuscito a non risponderti. Mi presento, innanzitutto: mi chiamo Francesco, sono un papà separato di 45 anni, sono laureato e giornalista, ho avuto anni fortunati e anni difficili. Sono un padre qualunque, un puntino nel mare dei milioni di padri separati in difficoltà nel nostro paese i quali sulle spalle, oltre al peso della separazione, hanno anche il peso di una grossa crisi del lavoro, la difficoltà di ricominciare, uno stato che li calpesta con leggi inique e una politica che li tira per le mutande bucate solo quando ha bisogno di voti. Ma non li aiuta.

Caro Michele, oltre a questo c’è altro: di fianco a noi ci sono anche una generazione di figli che dobbiamo cercare di far sorridere, anche quando facciamo finta di non pranzare perché “c’avevamo da fare”, ma la verità è che teniamo via i soldi per far mangiare la carne ai bimbi.

Il nostro, un paese morto

Oh, te lo dico subito. Non ho fatto questo ritratto di noi papà solo per fare la manfrina di chi soffre. L’ho fatto soltanto per dirti che nessuno meglio di noi papà può capire cosa hai provato quando hai deciso di schiacciare il tasto “off”. Molti di noi lo hanno fatto e molti di noi lo faranno ancora, nel silenzio generale.  Sono in 2 mila, nel 2016, quelli che si sono tolti la vita in Europa. Molti di noi, a un certo punto, non ce la fanno più. La tua lettera, consegnata al Messaggero Veneto, mi ha fatto male e mi ha fatto male sentire il rumore delle lacrime dei tuoi genitori che abbraccio.

Poi ci sono stati altri piccoli eventi che mi hanno fatto pensare a questa Italia come al paese morto che hai rappresentato nel tuo terrificante j’accuse. Hai ragione, dalla prima all’ultima sillaba del tuo scritto, ma, dopo che te ne sei andato, quello scritto, forse avrai letto, dal posto dove stai adesso, è diventato surf per cavalcare questa o quest’altra onda nel paese dei buonisti, degli accusisti, del “visto cosa avete fatto?”, dell’ “è colpa vostra”, del “lo avete suicidato”.

Ti abbiamo ammazzato tutti noi

Tutte stronzate: ti abbiamo ammazzato noi, tutti quanti, tutti insieme. Noi che spariamo puttanate dai nostri blog, noi che sentenziamo ovvietà dai nostri stati di Facebook, noi che pensiamo che chi vince è bello e chi perde è brutto, noi che sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato. Noi che viviamo di vuoto e non ci ribelliamo se non per difendere il nostro culo. Noi che non ascoltiamo i tantissimi che, come te, non riescono a emettere un suono che fa così: “Mi aiuti?”.

Quando vedo quelle immagini

Quando vedo le immagini che riflettono i nostri media, poi, mi incazzo ancora di più. Voglio raccontartelo Michele. Pochi giorni dopo la tua partenza un’azienda ha strappato paginate intere di paludati quotidiani perché ha assunto una giovane signora al nono mese di gravidanza. Tutti a gridare alla bella cosa, al lieto evento di considerare una donna incinta come qualcuno che potesse avere un lavoro anche se partorità di lì a poco. Quando ho letto la storia ti ho pensato, sai: ho pensato a te che di lavoro sei morto.

Ho pensato che povero è il paese nel quale assumere una donna gravida è una notizia, così come ho pensato che è morto un paese che uccide il suo futuro, assieme al tuo, Michele. Io sogno un paese in cui assumere una donna, in qualunque stato, di qualunque colore, sia semplicemente un atto dovuto se è brava e vale. Sogno un paese in cui tutti i Michele siano aiutati fino ad avere il coraggio di urlare il proprio disagio da vivi, non da morti. Ho un figlio, Michele, non posso permettermi di fare altro ragionamento, non posso schiacciare il tasto “off”.

Dovevi metterti a lottare con noi perdenti

Noi papà separati siamo dei perdenti. Siamo tanti, siamo schiacciati da una nazione che viola i nostri diritti e quelli dei nostri figli, sepolti dai debiti. Sai noi o non abbiamo lavoro o non abbiamo stipendio: il nostro stipendio spesso è zero perché paghiamo debiti, mutui, affitto e mantenimento. Siamo fuori da quel pensiero unico che ha ben spiegato il collega Alessandro Gilioli in questa riflessione che è l’unica, maledetta miseria,  che si sia avvicinata alla realtà.

Dovevi venire con noi, il 19 marzo, a sfilare a Roma per questa manifestazione che sta nascendo spontaneamente in questo gruppo di Facebook: cammineremo insieme per rivendicare due cose: dignità e diritti. Per noi e i nostri figli. Potevamo unire le forze e batterci anche per i tuoi di diritti, i tuoi diritti di figlio di uno stato che ti ha ammazzato a colpi di stage e di fatture non pagate. Anche noi stiamo messi così, non credere che stiano messi con le pezze al culo solo i giovani. Anche tanti papà sono defecati da questa nazione come scarti del pensiero unico vincista.

Avresti trovato conforto

A me spiace molto che tu abbia preso questa decisione. Non dovevi arrenderti, dovevi urlare. Dovevamo far capire tutti insieme questo concetto che Gilioli esprime benissimo nella sua riflessione:

Ha ragione, Michele, siamo noi che dobbiamo fare i conti con lui. O meglio siamo noi – noi che per ora siamo rimasti qui, nella vita – a decidere se il modello vincista da cui lui è scappato è davvero l’unico possibile, se scapparne è l’unica chance, o se è possibile provare a cambiarlo, almeno un po’.

Avresti trovato il conforto di chi è fuori dai radar dell’opinione pubblica e torna d’attualità in poche occasioni: quando, impazzito, ammazza la moglie, quando muore di freddo su una panchina, quando si ammazza, quando c’è da votare e fa comodo.

Sai, io nel mondo dei papà single sono una voce positiva e voglio salutarti con questo messaggio. Noi papà separati siamo anche pieni di energia, perché siamo la categoria di persone che, se lotta, lo fa per il bene più prezioso del mondo: per un sorriso di un bambino. Noi non smettiamo di battagliare e siamo pronti a seppellire Roma e tutte le stanze del potere di un’enorme quantità di sorrisi, quelli dei nostri figli e quelli nostri quando stiamo con loro.

Sotto la disperazione delle migliaia di padri, infatti, c’è un’energia positiva e pulita che sta per  cambiare questo stato di merda. Quella di chi vuole essere genitore e ha sofferto le pene dell’inferno per esserlo. Senza battere ciglio. Con questa speranza mi rivolgo anche ai padri che impiegano il tempo a disperarsi delle umiliazioni subite condizionando anche l’attimo in cui devono essere solo genitori. E amare.

Spero smettano presto, in nome di tutti i figli, in nome di tutti i potenziali Michele che ci sono nelle loro case. Chi ha sofferto più degli altri sappia dipingere un mondo migliore, dove l’odio lascia il posto alla vita. Senza vinti, ne vincitori. Io sto qui a camminare, Michele, anche per te. Spero tu stia bene e spero che il Friuli, il nostro Friuli, ora non si dimentichi, occupato com’è a coltivare la sua solitudine, di stare vicino a mamma e papà.

Con stima
Francesco

Ps: Ho sentito un membro di un’associazione di papà separati che sta organizzando l’evento nazionale cui faccio riferimento in questo articolo. Vi consiglio, se siete papà separati in difficoltà, ma volete partecipare, di iscrivervi al gruppo che ho messo qui perché alcune associazioni potrebbero contribuire alle spese del vostro viaggio a Roma. 

By | 2017-02-12T21:09:26+00:00 febbraio 12th, 2017|Sharingdaddy|1 Comment

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Sono un papà single e un cronista di strada. E penso che l'elefante si mangi soltanto a pezzettini

One Comment

  1. alessandro costigliola 13 febbraio 2017 at 19:28 - Reply

    bravo!

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