Lavagna: figlio, mamma e la voglia di silenzio

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Lavagna: figlio, mamma e la voglia di silenzio

Una madre di Lavagna.

Caro Davide, probabilmente quando leggerai questa mia lettera, sarà passato qualche anno dal caso della madre di Lavagna di cui ti voglio (anzi, non ti voglio) parlare. Nel momento in cui passerai tra le righe di questo scritto, probabilmente, avremo già parlato, insieme di tante cose che riguardano quel fatto. Se non è così, ricordami che è il caso di cominciare. La mamma di Lavagna è balzata agli onori delle cronache perché aveva un figlio che si faceva qualche canna (si tratta di sigarette con dentro una sostanza che si chiama droga e che, a seconda del tipo, ti mangia il cervello in maggiori o minori quantità) e, non riuscendo ad aprire un dialogo con lui, ha deciso di chiamare la Guardia di Finanza, la polizia, per farla breve. Ha pensato, in cuor suo, che la strizza che avrebbe provato il ragazzo, sarebbe stata decisiva per farlo smettere. Lui, però, il ragazzo, non ha resistito all’umiliazione subita e si è buttato di sotto.

Il tuo punto di vista

Parlare di questa storia dal tuo punto di vista è una cosa che possiamo fare, o forse, quando leggerai, avremo già fatto, in privato. Quello che voglio scriverti pubblicamente, invece, è il mio punto di vista, quello di papà single che vive assieme a te un’esperienza meravigliosa di vita. La mamma di Lavagna è andata in chiesa, per il funerale di suo figlio, e ha proferito un’orazione pubblica che mi ha veramente choccato, che mi ha turbato come un’immagine violenta, come una seconda disgrazia, come un uragano che travolge tutto. Non te la linko, Davide, per un motivo molto semplice: non devi leggerla.

Ora ti spiego perché. Ha diviso il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, additando la vita digitale come un inferno dove le emozioni sono assenti e la vita reale come il bene assoluto. La droga poi è stata etichettata, dalle parole di questa mamma, come una cosa “non normale”, ma io mi permetto di dirti che la droga non è “non normale”: la droga è finzione, la droga è inutile, la droga è una fuga. Tutto quello di cui hai bisogno per rendere la tua vita uno sballo ce l’hai nel cuore e nella mente: si chiama felicità. Tuttavia anche di questo ne parliamo in privato.

Doveva esserci il silenzio stampa

La cosa che mi ha sconvolto, dal mio punto di vista di papà, è stata la lucidità asettica di quel suo scritto, ma soprattutto il tritatutto che ne è scaturito dopo. Sai, tra pensatori illustri e poveri commentatori da Facebook, tutti si sono affrettati a dire la loro, a schierarsi pro o contro quella mamma che aveva chiamato la polizia per cercare di fermare la discesa di suo figlio verso non ben precisati inferi. Ne ho lette di tutti i colori, ma ben pochi hanno messo il mirino nel centro del problema. Allora mi sono deciso a scriverlo a te, Davide.

Tutti i mezzi di comunicazione dovevano, in quel momento, imporsi un silenzio stampa virando la comunicazione di quel fatto e di quel dramma verso la vera problematica di questa nostra società. Bisognava saper oscurare quell’immagine dirompente di quella seconda tragedia di una madre che, invece di consegnarsi allo straziante dolore, ha interpretato un ruolo. Un’immagine terribile che mi ha devastato, fino a quando ho capito che l’errore era farla vedere, era mostrarla al pubblico come qualcosa di buono o di cattivo. I mezzi di comunicazione dovevano lasciarla stare, per non seppellire noi genitori, già massacrati dalla pressione di questa epoca che vuole tutto perfetto, che distingue il bene dal male. Dovevano parlare dei tormenti dell’essere genitore. L’ho imparato da un amico caro che fa lo psicologo e che, qualche giorno dopo, ha postato questo pensiero su Facebook.

Sarebbe stato molto meglio, piuttosto, non rilanciare dai giornali il discorso di quella madre e trattarlo come il prodotto dell’angoscia indicibile e inimmaginabile di una mamma che si trova in una situazione così atroce. Per quanto pronunciato pubblicamente, avvolgerlo nel silenzio sarebbe stato più umano, se proprio la santificazione era l’unica alternativa.Tremendo è invece (nei suoi confronti, anche) strombazzarlo come un modello da seguire, un esempio a cui rifarsi. D’altra parte lei ha chiesto aiuto ai tutori dell’ordine, e in gioco c’era la “bellezza” di “guardarsi negli occhi” vs. la disumanità di WhatsApp. Che altro si dovrebbe aggiungere? Chi non sarebbe d’accordo che “far emergere i talenti” è bello? È il trionfo dell’ideologia che dice che sentirci dalla parte giusta vale più che capire la realtà e fare qualcosa di utile.

Mamma veicolo di un’idea

Quella mamma è diventata inconsapevole veicolo di un’idea sbagliata. Io, invece, caro Davide, ne ho un’altra. Ho un’idea che mi hai insegnato tu, in tutti questi anni di percorso insieme. Io sono un papà che non sa fare il papà, sono un papà che impara a fare il papà. Tutto può essere giusto o sbagliato, ma lo dobbiamo vivere insieme, decidere insieme. Faccio tanti di quegli errori ogni giorno che arrivo a sera sfinito dal pensiero di quante volte sbaglio nei tuoi confronti e di quali danni io possa provocare al tuo futuro.

Sappi una cosa, però: seguendo i miei principi, i miei valori e il rispetto per l’umanità, l’unica cosa che riesco a fare è “il mio meglio”. Quando leggerai staremo già vivendo, insieme, il grande momento della crescita, il momento in cui un bambino comincia a limare i pezzi dell’uomo che diventerà. Ti posso promettere una cosa: ci sarò sempre. Non mi troverai davanti a te. Mi troverai di fianco o dietro di te. Non so esattamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato in questa epoca. So che ne potremo parlare, discutere, potremo anche litigare, ma rimarrai sempre mio figlio e io ti amerò senza condizionamenti, senza sapere cosa è giusto o sbagliato, senza importi un comportamento o una scelta se non dopo averne parlato insieme.

Resta una generazione di genitori perduti

Quello che è grave, di quel caso della madre di Lavagna, è il fatto che, non facendo calare il silenzio sul discorso di quella madre (almeno potevano evitarci i video), si è liquidato, in quattro e quattro otto, il vero problema, per gettare la croce addosso ancora una volta ai figli perduti. No, i figli non sono perduti, sono i genitori a esserlo. Nella condizione di genitori separati è ancora più difficile vivere questa esperienza, ma se invece di parlare di come aiutare i genitori, li trasformiamo in icone o in poveretti sopraffatti da un’epoca ingiusta, beh, non risolviamo il problema della vostra educazione e della vostra vita.

Stiamo entrando nel mondo in cui la vita digitale è importante e voi ci state entrando senza genitori che comprendano come la mancanza di modelli certi, di cose giuste o sbagliate, sia un’esperienza da vivere, non una cosa da rifuggire. Caro Davide, quelli persi non siete voi figli, ma noi genitori, che non riusciamo a stare alla vostra velocità. Allora ti chiedo aiuto: continua a farmi imparare come stai facendo a essere un papi single e a vivere questa crescita con te. Vedrai che, così, la strada la faremo insieme e sarà bella. A volte io farò l’insegnante e tu l’allievo, a volte il maestro sarai tu e io l’apprendista. Altrimenti mi perdo.

Ps. Naturalmente viene anche la mamma.

By | 2017-02-19T10:28:35+00:00 febbraio 19th, 2017|Vita Digitale|0 Comments

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Sono un papà single e un cronista di strada. E penso che l'elefante si mangi soltanto a pezzettini

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