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Un viaggio di papà spiegato a un bambino


Francesco Facchini
Un viaggio di papà spiegato a un bambino

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Papà in viaggio per me era una sparizione.

Dovrei andare a dormire, ma è troppi giorni che non scrivo le avventure di Sharigndaddy. Allora ci do dentro coi tasti, anche per ripercorrere nel cervello le immagini fortissime del mio viaggio a Galway per una conferenza mondiale. Un viaggio all’epoca di Whatsapp non è più un viaggio normale, per un papà single. Ho ancora negli occhi le immagini e nel cuore le sensazioni che provavo quanto mio padre prendeva un aereo e andava via per lavoro. Era una vera e propria sparizione, un’assenza fatta e finita. Mi ci dovevo abituare e potevo fare ben poco, perché non avevo contatti di nessun genere con lui fino al suo ritorno. Non portava regali, a meno che non andasse in posti davvero lontani e caratteristici, ma non lo potevo vedere proprio. Niente, nemmeno sentire. Chiamava mamma, due parole in teleselezione internazionale (che costava uno sproposito) e giù il telefono.

I viaggi ora sono visibili.

Ho provato l’esperienza del viaggio al tempo di Whatsapp e, devo dire, è stata una cosa coinvolgente e assolutamente nuova. Sono stato a Galway, in Irlanda. Una città magica, dagli angoli incantevoli. Mentre vivevo l’intensa esperienza di un’importantissima conferenza di lavoro, tuttavia, avevo il costante pensiero di avere Davide con me per fargli vedere un posto bello come quello. Volevo anche trasmettergli il mio mondo, fargli vedere il mio lavoro, fargli balenare l’idea che il mondo è un bel posto.

Il più possibile. Abbiamo fissato un’ incontro serale e quell’incontro è stato a base di video chiamate, di piccoli giretti col telefono in mano per fargli vedere dov’ero e cosa stavo facendo. I viaggi ora sono visibili e questo regala sensazioni positive ai bambini. Bisogna raccontare loro fin da tenera età, a mio avviso, chi si è e dove si va quando ci si stacca. Perché sappiano che ci siamo sempre, perché sappiano che se andiamo via, poi torniamo. Un video per fargli vedere il luogo dove si svolgeva il mio lavoro, uno sul bellissimo Airbnb preso con vista sulle colline e sull’Atlantico, un saluto a suon di linguacce, uno a suon di boccacce per fargli sapere che il caffé irlandese fa schifo…

La controindicazione.

Certo, di un viaggio così, in cui le tue emozioni di papà possono essere condivise con il tuo bimbo anche da lontano, ha anche un lato B. Quale? Guai a dimenticarsi un appuntamento, il bimbo passa alla cassa e chiede subito “Perchè non mi hai mandato il video?”. Oggi facciamo i conti con un nuovo “tipo” di cuccioli: quelli che hanno il linguaggio visivo come nuovo tipo di parola, di comunicazione. Di conseguenza dobbiamo tenere alla parola che diamo: se alla sera arriva il video, deve arrivare. A meno che non ti caschi un aereo in testa.

 Il ritorno a cena, per rispondere alle domande.

Il viaggio è durato pochi giorni, ma la curiosità di quel suo cervello così veloce e vorace è rimasta. Quando sono tornato è iniziata la mia settimana con lui e sapevo che aveva da chiedere, da domandare, da capire. Abbiamo cenato fuori e mi ha detto: “Mi fa piacere che mi porti a cena fuori perché ti devo chiedere cosa hai fatto in Irlanda. Non l’ho mica capito”. Ha chiesto, riso, fatto congetture, guardato tutte le foto del telefonino. Ha toccato con mano il mio viaggio. La nostra epoca regala immagini continuamente e queste immagini devono essere messaggi consistenti per il rafforzamento del rapporto genitore-figlio.

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