Come condividere sui social network ed essere felici

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Come condividere sui social network ed essere felici

Condividere sui social network: sicuri di saperlo fare?

Condividere sui social network è un’operazione che in Italia non sappiamo fare. Sono arrivato a questo dato di fatto partendo da un’incazzatura. Per un po’ di tempo, infatti, ho cercato di capire perché i miei cari, anzi i miei parenti più stretti, non condividevano i miei scritti di questo blog o gli eventi cui partecipavo o che creavo su Facebook. Mi dicevo e dicevo loro: “Come mai non condividete? Facendolo mi aiutereste, mi fareste guadagnare più soldi, mi fareste avere pubblicità, magari qualche occasione di lavoro! Dai fatelo”. Praticamente unica la risposta: “Si, certo! Scusami se non l’ho fatto prima!”. Poi, in verità, il nulla.

Condividere sui social network è sempre stata un’operazione sconosciuta anche ai più forti tra i miei legami. Mi faceva incazzare, mi ha fatto incazzare. “Come è possibile che non si comprenda il valore di una condivisione?” oppure “Ma perché cazzo devo ridurmi a chiedere uno share agli amici per poter diffondere il mio evento o la mia iniziativa?”: questi erano i pensieri che mi assalivano fino a qualche tempo fa. Poi ho cominciato a rifletterci in un modo un attimo più approfondito e mi sono accorto che la mia incazzatura era inutile. Semplice il motivo: gli italiani non hanno capito il valore e l’importanza di questa operazione e non la sanno utilizzare.

Il problema è nella lingua e nella traduzione.

Se vado a cercare in italiano il significato della parola condividere ci trovo questo: “Avere qualcosa in comune con altri”. Insomma condivido se ho la stessa opinione, uso lo stesso oggetto, sento lo stesso sentimento o la stessa sensazione di un altro. Allora è chiaro che abbiamo un problema di traduzione perché l’operazione della condivisione attraverso un social è ben lontana dall’avere qualcosa in comune con l’autore del contenuto che cerco di condividere. La condivisione su Facebook è molto, molto di più, come dice il bottone in inglese: “Share!” “Diffondi!”. La condivisione sui social e in particolare su Facebook, social sincrono come dice Rudy Bandiera nel suo “Condivide et Impera”, è un’operazione di importanza vitale per la nostra evoluzione in un ecosistema come quello della piattaforma di Zuckerberg in particolare, sito al quale sono collegati due miliardi di esseri umani.

Alcune premesse doverose o “la libertà del cazzeggio”.

Bene, visto che non voglio insegnare niente a nessuno, ma soltanto girare ad altri la mia conoscenza sull’atto del condividere e sulle straordinarie conseguenze che può avere, mi affretto a premettere che sei libero, se lo fai, di considerare Faccialibro o Twitter o Instagram o vattelapesca cosa, come il luogo del cazzeggio. Sono cavoli tuoi come lo usi e sei libero pure di sprecarlo, ma se per un attimo leggi questo pezzetto, magari lo userai meglio, ne sfrutterai a dovere le potenzialità.

Sempre colpa di Bandiera e Skande, mannaggia 😉

Sarà un caso, ma i ragionamenti più fecondi sul miglioramento della mia vita grazie ai social network arrivano sempre da due fonti: Rudy Bandiera e Riccardo Scandellari. Il primo ha scritto “Condivide et Impera”, edito da Mondadori, libro che ritengo indispensabile da leggere per avere un uso consapevole della rete sociale e per sfruttare adeguatamente le sue opportunità. Sia Rudy sia il suo collega Scandellari hanno “utilizzato” nei loro ragionamenti la teoria della “forza dei legami deboli”, tesi di Mark Granovetter. Il sociologo americano, in due articoli di ricerca nel 1973, ha teorizzato come le persone ricevono molte opportunità in più (e parlo di opportunità rilevanti per cambiare in meglio la propria vita) da relazioni blande e occasionali che da quelle forti. In quei legami deboli ci sono, come sottolina Skande, i follower di Facebook o i fan, in generale, di un social network.

Il cuore dell’azione di condivisione.

Quando noi condividiamo un contenuto, quindi, andiamo ad agire sui legami deboli e diamo loro il valore di una cosa utile, di un’informazione preziosa, di un passo particolarmente ben scritto, di un libro in pdf da studiare per migliorarsi o di un racconto buono per emozionarsi. Ecco il cuore della condivisione, a mio modesto avviso: la prima cosa che facciamo, esercitandola, è diffondere valore. Facendolo sui legami deboli come quelli dell’audience di Facebook potremo infondere in loro l’effetto sorpresa o, al minimo, l’effetto “ricordo” di una condivisione particolarmente utile o preziosa, anche se solo guardata, anche se non sfruttata. Da quella leva emozionale, poi, sarà più facile che arrivi una risposta, un coinvolgimento, una conoscenza in più.

Colpisci gli altri in modo più puro.

Insomma, non voglio sembrare venale, ma condividere fa bene e bisogna farlo bene, perfino per il nostro portafoglio. Le ricerce di Granovetter, infatti, riguardavano in particolare la ricerca del lavoro, per il quale il conoscente lontano risulta più efficace del fratello o del papà. Già, aggiungo io: risulta così perché più puramente “colpito” da un nostro gesto pubblico come quello della condivisione. Scrivo tutto questo, mi puoi credere, corroborato dall’esperienza vissuta direttamente di occasioni nate da una condivisione. Ecco perché il cuore dell’operazione che si fa quando si va a condividere sui social è quello di uno scambio di valore. Riconosco, tuttavia, che noi italiani pensiamo al condividere sui social come qualcosa che dobbiamo fare se e solo se la pensiamo esattamente come chi scrive un contenuto, detta un’idea o regala conoscenza su un certo argomento. Altrimenti nulla.

Parliamo di soldi? Parliamone dai.

Condividendo bene, trovi lavoro, crei un’immagine migliore di te, raggiungi clienti per un tuo prodotto o un tuo servizio, crei fiducia attorno a te. A me è successo, a me sono successe tutte queste cose e ti posso dire che questo blog che stai leggendo, il quale nel giro di 12 mesi è passato da 150 lettori di media mensile a 1500, ne è la prova. La condivisione è valsa uno zero in più nella mia community. Perché non può valerlo nella tua? Allora cominci a capire che una buona condivisione, oltre al diminuire il numero di cazzate su Facebook (dai, si scherza, ma non poi molto), può darti una mano a trovare lavoro o a crearti un lavoro o a migliorare il suo lavoro. Perché non farlo, quindi?

Davide, ti rispondo: la tua è una buona idea.

Un amico, Davide, mi ha tuttavia obiettato che la condivisione dovrebbe rappresentare anche un valore monetizzabile per chi la fa, perché chi condivide fa un favore a chi è condiviso. Rispondo dicendo che è un argomento da esaminare e che potrebbe addirittura essere un parametro di pagamento per chi fa il nostro vituperato lavoro. Penso, infatti, che una condivisione o la messa a disposizione della propria community sia una cosa da far valutare ai nostri amici editori. D’altronde, la butto là, la condivisione non è il “modello” di business che pompa le fake news? Perché non misurarlo con le good news?

Il gioco del condividere sui social network è già iniziato: partecipi?

Condividere sui social, quindi, è un’operazione il cui significato va riscritto, almeno per gli italiani. Il tutto sperando che, nel frattempo, smettano di condividere minchiate o di sbrodolare la propria sui temi del giorno (la mia timeline è infestata di opinionisti). Nel mio piccolo ho iniziato la provocazione dicendo la mia su Facebook e invitando altre persone a farlo. Vuoi partecipare anche tu? Ha un hashtag che è #condividerediffondere. Lo ha inventato Fabio Ranfi, il primo che mi ha risposto. Dai dimmi la tua!

 

By | 2017-08-27T10:35:23+00:00 agosto 27th, 2017|Vita Digitale|0 Comments

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Sono un papà single e un cronista di strada. E penso che l'elefante si mangi soltanto a pezzettini

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