La pressione: l’unico male assoluto dei genitori single

//La pressione: l’unico male assoluto dei genitori single

La pressione: l’unico male assoluto dei genitori single

Pressione: dover essere, dover fare, dover arrivare.

Ma e se tu dicessi, ma anche no? Nel penultimo post della categoria Sharingdaddy ti ho parlato di ritmo di vita, invitandoti forse a fare la verifica approfondita su quale sia il tuo e dove ti stia portando. Oggi ti parlo dell’unica vera grande, grave malattia dei genitori single, con particolare riferimento ai genitori maschi. Di cosa parlo? Della pressione, della maledetta pressione che pesa sulle spalle di chi è genitore da solo e non rientra nel canone univoco della famiglia classica. Io ricevo colpi tutti i giorni che mi mettono sotto pressione e, sinceramente sono stufo.

Ecco cosa diavolo intendo.

Per pressione intendo la forza che i modelli omologati di questa società esercitano su coloro che non rientrano dentro i modelli medesimi. Spero che il concetto ti sia comprensibile. Se sei un genitore single sai bene di cosa parlo, visto che vivi questi strattoni, queste spinte, almeno 5-10 volte al giorno. La pressione è una specie di scimmia che ti porti sulla spalla e che ti massacra, presentandosi in tutte le stanze della tua vita. La mattina a scuola, quando porti il pupo e la bidella ti guarda dicendoti “Sei in ritardo, la prossima volta non ti faccio entrare”.

Oppure poco dopo quando il capo, appena arrivato in ufficio, ti chiede quel lavoro che sta aspettando da tempo e che non sei riuscito a terminare perché il pupo ha avuto la gastrite e vomitato tutta notte. Se sei freelance, poi c’è il committente che rivede seicentocinquantatre volte il lavoro che ti aveva chiesto di fare in un certo modo, ma ora non gli va più. Poi ci sono gli amici che dicono che non ti fai vivo, la bilancia che ti dice che dovresti pesare venti chili di meno, il tuo organo genitale che ti dice che non lo utilizzi da un secolo…

O freni questa slavina o crepi…

Un mix terrificante, tra le cose che gli altri ti dicono mettendo nelle loro frasi supposti interessanti termini di paragone e quelle che ti dici tu da solo perché non sei mai come vorresti essere. E la famiglia? La famiglia poi è una fabbrica di argomenti che mettono sotto pressione. Il fratello che ha una famiglia da Mulino Bianco, la madre che si lamenta di come educhi il figlio, il padre che tace ma ti guarda con commiserazione. Il vicino di casa che dice “Poverino, come stai? Ce la fai ad andare avanti?”. E tu? E tu taci, taci, taci. Inglobi, inglobi, inglobi. Poi o ti ammali o scoppi. Di tanto in tanto ci si può crepare di cose del genere. Un bell’infarto e via.

Il rimedio sta dentro un taccuino.

Io sono costantemente sottoposto a questo tipo di pressione, anche perché sto portando avanti un progetto professionale innovativo, un progetto che deve darmi da mangiare… per un bel periodo di tempo e farmi pagare tutti i debiti che ho accumulato. Sapessi che casino: ci sono giorni buoni e giorni meno buoni. Ci sono giorni in cui lavoro 16 ore e altri in cui riesco a lavorarne 2. Tengo il mio ritmo, guardo avanti, coltivo questo progetto con la cura di un agricoltore che alleva rarissime orchidee in serra. Raramente le mie mosse sono poco avvedute, le mie parole poco precise, i miei lavori poco accurati, le mie scelte poco ponderate. Batto il mio ritmo e vedo che tanti, attorno a me, pensano che io non sia abbastanza veloce, che io non sia abbastanza efficace, che io rischi di farmi superare, che io perda posizioni. La mia risposta? Non sento queste frasi, ma tengo da mesi un taccuino in cui, in 5 minuti, la sera, annoto le cose che ho fatto e non quelle che mi restano da fare. Solo le cose che ho fatto. Ripeti con me, solo le cose che ho fatto.

Sono quello che scrivo nel mio taccuino.

Le cose da fare sono nella mia agenda elettronica governata da Trello e nelle mie do to list della semplice app 30/30. Io batto il mio ritmo, suono la mia musica e, quando arriva sera, scrivo il bello che sono riuscito a creare. Già mesi fa, con questo semplice metodo, sono riuscito a creare un ritmo di vita che è davvero sereno, personale ed efficace per farmi godere del bello che ho (nell’ambito della mia paternità) e del bello che creo (sul lavoro).

Suono la musica che desidero e supero le mie piccole frustrazioni in velocità, non ascolto quello che devo essere, fare, dire, raggiungere quando è chi mi sta intorno a sancirlo. So io dove sto andando, sto andando verso tutte le sere, verso il momento in cui apro il mio taccuino e scrivo quello che ho fatto. Io sono quello che faccio, penso, vivo, guardo, amo, bacio, abbraccio. Non sono quello che dovrei essere, dire, fare, raggiungere pensare.

Ps: il mio taccuino? basta seguirmi per leggerlo. Prima o poi arrivo dove mi sono ripromesso di arrivare. Con il mio ritmo.

By | 2017-11-01T17:17:53+00:00 novembre 4th, 2017|Sharingdaddy|0 Comments

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Sono un papà single e un cronista di strada. E penso che l'elefante si mangi soltanto a pezzettini

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