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Medium: perché diavolo ho iniziato a scrivere su quella piattaforma


Francesco Facchini
Medium: perché diavolo ho iniziato a...

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Medium: il pianeta in cui essere bravi vale.

Ecco, hai già scoperto dal sottotitolo perché ho iniziato a scrivere su Medium. Però voglio approfondire il discorso e vedere se può piacerti la cosa, partendo dal fatto che noi mobile journalist abbiamo bisogno di due cose come il pane. La prima sono i soldi, la seconda è la credibilità, la creazione del brand. Per questo motivo ti racconto perché Medium vale, visto che aiuta a trovare entrambe le cose. Pensare che, per mesi, ho guardato Medium senza riuscire a rispondere alla domanda “perché ci devo finire a scrivere sopra?”. D’altronde ho questo blog (che peraltro fatico a tenere quando viene avanti il lavoro) ho anche Sharingdaddy, scrivo contenuti per professione tutti i giorni. Dove diavolo potevo trovare il modo e il tempo per dedicarmi a Medium? L’ho capito nel momento in cui uno sconosciuto, amico di una mia amica, mi ha spiegato il modello di business della piattaforma newyorkese.

Un amico mi disse.

Era seduto sulla sedia del barbiere e mi parlava. Si chiama Raffaele Douglas, è di Udine, fa l’ingegnere (se ci ho capito qualcosa) e ha un account Medium geniale (a dire poco). Mi ha spiegato che Medium premia con una ripartizione dei soldi dei suoi abbonati (5 euro mese o 50 annui) coloro che scrivono e che lui riceve discreti onorari. Tuttavia il frutto di questo lavoro passa per articoli scritti in inglese, di taglio lungo, di argomenti peculiari, di valore alto e pieni di indicazioni utili.  L’amico RafDouglas, per esempio, scrive articoli che sono pezzi unici nella loro capacità di ritagliarsi un interesse su Medium. Questo su un dialogo con un cieco è fenomenale. La capacità di attirare, di coinvolgere, di farti restare sulla colonna di Medium è determinante. Così come sono determinanti i soldini.

Ti danno soldi se piaci.

Con un adeguato controllo incrociato, Medium fa distribuire una parte dei soldi degli abbonamenti a chi scrive con i claps, gli applausi. Leggi, arrivi in fondo, se ti piace applaudi e sai che qualcuno prenderà i soldi per quello che ha scritto su Medium. Questo business model avvicina di un passetto, significativo peraltro, i giornalisti che lo vogliano utilizzare al sogno di essere “to go journalist”, fonti dirette di informazione corretta e sostanziosa. Già, è così. Il motivo? Beh il fatto di essere giudicati da un applauso ti mette al riparo da bolle e ti mette sotto la lente del feedback. Se scrivi qualcosa che vale, resti, guadagni. Se no, passo a quello successivo. Certo, c’è l’effetto meraviglia che a volte può fare scherzi, ma la meraviglia, lo schock, può servirti una volta. Poi vieni punito, perché il lettore di Medium, specialmente quello che paga, è meno pirla di quello che non paga. Ti danno i soldi se piaci e servi, altrimenti ciccia.

Cosa mi sono inventato.

Ricevo decine di telefonate e messaggi nei quali mi si pongono le domande più disparate sul mobile journalism. Domande da neofiti, da stralunati, da principianti assoluti, smarriti anche nell’atto di accendere il telefonino e cercare la telecamera. Ho deciso che farò lezioni-dissertazioni-mini guide mojo per Dummies su Medium rispondendo online (e in inglese) alle questioni che mi vengono poste. Perché in inglese? Semplice: perché l’italiano è una lingua insussistente in questo mondo. Il progresso nei media ci sta passando sopra la testa, mentre io e te stiamo a cercare il modo di non morire e di stare al passo. Quindi, sarà meglio che io e te si cominci a usare anche la lingua d’Albione per cercare di studiare il modo di crearci un futuro. Se ti va, quindi, ci vediamo anche su Medium.

The curious case of Mojo for Dummies – Francesco Facchini – Medium

Why? For months I ask to myself why I had to write on Medium. I was posing to myself the question and always answering with another question: Why? Why I had to spend my time to occupy another web space with my blogging?

Ps. Nel prossimo articolo ti faccio conoscere un genio…

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