Mese: Marzo 2019

  • Mobile media economy: il valore economico della conversazione

    Mobile media economy: il valore economico della conversazione

    Il viaggio a Londra mi ha fatto scoprire un mondo: il mondo della mobile media economy.

    In questa definizione centrano poco gli smartphone, le app, le lenti, i microfoni e tutte le diavolerie che usiamo per fare la mobile content creation. La definizione di mobile media economy si riferisce a quei media business che si sviluppano puntando sullo smartphone. Come osservatore e studioso del mondo della mobile content creation, ho deciso di approfondire una strada che porta alla codifica dei modelli di business vincenti che hanno lo smartphone, come produttore dei contenuti, come veicolo di fruizione e come ponte di interazione con i members di una community di lettori che il medium decide scientemente di servire.

    La conversazione vale soldi: il caso Tortoise.

    A Londra ho fatto visita alla redazione di Tortoise Media e sono stato ospitato a un loro Thinkin, una specie di riunione di redazione su un tema specifico cui partecipano anche i lettori. Ho osservato molto bene le tantissime dinamiche di creazione del valore economico da un asset immateriale, ma importantissimo nel mondo dei media oggi.

    Di cosa sto parlando? Sto parlando dell’interazione con i lettori che pagano per poter usufruire della produzione editoriale del medium. Ne ho parlato con la co-fondatrice di Tortoise Kathie Vanneck Smith che, in 20 minuti di intervista, mi ha raccontato tutta l’impalcatura che c’è nel loro progetto di medium. Una rivoluzione, un caso di scuola, l’inizio di una nuova cultura. Ecco come si sviluppa, in Tortoise, la conversazione con i members ed ecco come viene portata a essere un valore economico per la crescita del media business.

  • “Lo smartphone è la penna del nostro tempo”

    “Lo smartphone è la penna del nostro tempo”

    Il mio viaggio di studio a Londra si è rivelato pieno di suggestioni.

    Mi ha regalato un mare di idee buone per la didattica dei corsi di formazione e per il mio patrimonio di conoscenze professionali. Viaggiare per motivi di studio è un’esperienza che ti cambia nel profondo e che rimette in discussione quello che pensi e quello che vedi. In queste ore posso dire di aver ricevuto, dagli incontri che ho avuto e dalla realtà che ho osservato, la conferma che esiste una forte crescita di quella che io chiamo mobile media economy e che dobbiamo parlarne proprio noi che facciamo giornalismo mobile.

    La ri-definizione della materia.

    Cosa intendo per mobile media economy? Tutto sommato si tratta di dare dignità unitaria a tutti quei processi che creano ricchezza grazie a prodotti, servizi e contenuti che vengono realizzati, distribuiti, visti, consumati con lo smartphone. Al centro di questa economia ci sono i produttori di contenuti che, grazie allo smartphone, possono creare valore aggiunto in modo diretto, magari intermediato soltanto da una piattaforma di distribuzione del contenuto. Detto in modo semplice: insegnare mobile content creation è solo metà del mio progetto. L’altra metà è insegnare gli strumenti che, dallo smartphone fanno partire quelle operazioni che creano ricchezza.

    Lo smartphone è la nostra penna, il video la nostra lingua.

    Dove voglio arrivare? Semplice. Appreso il mojo come strumento, ognuno di noi è in grado di fare contenuti di valore editoriale. Il fine di questi contenuti è il più vario e va dal miglioramento della propria immagine alla vendita del contenuto, alla progettazione di un vero e proprio business dei media. Già, perché un hub di informazione per il quale il pubblico voglia pagare potresti anche crearlo da solo. Con uno smartphone. Perché lo smartphone “è la penna della nostra epoca e il video è il nostro linguaggio – dice il direttore dell’innovazione e della formazione di Thomson Foundation Hosam El Nagar -. Dobbiamo saperlo usare bene e riuscire a entrare in questo ecosistema che, ormai, vede tutti noi informarsi proprio grazie allo smartphone”. Qui sotto la versione integrale della nostra intervista.

  • Dougal Shaw: “il mobile journalism è semplice e per tutti”

    Dougal Shaw: “il mobile journalism è semplice e per tutti”

    Qualche tempo fa ho incontrato uno dei più grandi mobile journalist del mondo: è Dougal Shaw della BBC.

    L’ho incontrato a Parigi, in occasione della conferenza La Video Mobile 2019. Stargli vicino per qualche ora, vederlo all’opera nel suo workshop, durante il quale condivideva i segreti del suo mojo, è stato un grande regalo. Si tratta di un grande giornalista, con una spiccata sensibilità per le storie che hanno le caratteristiche giuste per viaggiare lontano sui social. Di cosa parlo? Di storie che ci sono vicine, di storie che hanno una comunità dietro e che hanno bisogno di una ribalta per rivelarsi.

    Sono stato al suo workshop.

    A Parigi ho fatto da attento studente di primo banco al suo workshop, sezionando la sua prolusione parola per parola. Ho trovato subito il filo conduttore del suo lavoro, capendo, se mai ne avessi avuto bisogno, una volta di più che mi trovavo davanti a un genio. Di cosa sto parlando? Sto parlando della sua costante ricerca della semplicità al servizio della storia, passando anche per un uso attento, ma leggero, della tecnologia. Dougal ha mostrato il suo kit ti lavoro che entra tutto in uno zainetto e ha mostrato come quello zainetto può soddisfare tutte le sue esigenze liberandolo da attrezzature pesanti.

    La tecnica a servire la storia.

    La storia, nel suo lavoro, resta il centro e non viene “violentata” dalla prepotenza di certi mezzi tecnici. Il suo mantra è che la tecnica deve finire a servire quello che stiamo scrivendo per immagini. Non deve fare altro. Quello che ripete spesso è che il mobile journalism deve essere semplice e aiutare a pensare in modo semplice. Dopo l’ora di workshop, nella quale sono rimasto ammirato dalla sua capacità di rendere snello ogni ragionamento ed efficace ogni movimento quando è sul campo, mi sono fermato a chiacchierare con lui per sentire cosa vede nel presente e nel futuro del mobile journalism. Ecco la sua risposta: “Il mojo è semplice ed è per tutti, anche per quelli che non si credono giornalisti, ma lo sono”. Allargherò la base, quindi, del target del mio lavoro. Basta pensare al “journalism”, questa cultura è per tutti. Buona visione.

  • World wide web: 30 anni quasi sprecati

    World wide web: 30 anni quasi sprecati

    Il World wide web compie oggi 30 anni. Nacque il 12 marzo del 1989 quando un ricercatore di nome Tim Berners Lee presentò al Cern di Ginevra un progetto di ricerca destinato a cambiare il mondo. Si trattava di un documento denominato “Information Management, a proposal” il quale si proponeva come obiettivo quello di creare un software per la condivisione di documenti tra i diversi reparti dell’istituto di ricerca elvetico. Con il collega Robert Calliau il nostro Tim sviluppò il progetto che, nel dicembre 1990 lo portò a creare il primo server e il primo sito che vide la luce il 6 agosto 1991. Era questo qui.

    Tutto ha cominciato ad andare veloce. Troppo.

    Da quel giorno sembrano passati secoli, ma in tutte le fasi evolutive del world wide web è sembrato evidente che il progetto di connessione del mondo (l’espressione world wide web significa letteralmente rete di grandezza mondiale) sia rimasto una grande scusa, un grande equivoco, un grande sogno mai realizzato. Il world wide web è ancora lontano dall’abbracciare tutta la popolazione mondiale, ma ciò che fa più impressione è il potere di enorme valore che hanno 10, al massimo 20 amministratori delegati di aziende tecnologiche che, spostando un comando o pigiando un bottone, potrebbero spazzare via intere nazioni.

    Da quel giorno, quindi, tutto è andato troppo velocemente e l’umanità non è stata capace di gestire una crescita coerente e democratica della rete. Ci pensi che se Larry Page o Sergey Brin decidessero che l’Italia gli sta sul cacchio e la togliessero dalle indicizzazioni di Google, la nostra nazione sparirebbe dalla faccia della terra?

    Non va bene. Non ci avevo pensato. Mi ci ha fatto riflettere questo video di Marco Montemagno che è uno molto più fico di me. Ha fatto alcune riflessioni interessanti sul potere nel web l’8 marzo 2019 al Politecnico di Milano. Eccole qui.

    Il telefonino, un’arma spuntata.

    Diciamo che per la cultura della mobile content creation, nata dentro il world wide web, il periodo di tempo e di storia si divide a metà. Le prime cose, i primi esperimenti sono iniziati nel 2007. In 12 anni abbiamo visto i nostri telefoni diventare smartphone e i nostri smartphone diventare potenti come i computer più evoluti. Un iPhone X, per dirne una, ha più potenza di calcolo della missione Apollo 13 che portò l’uomo sulla Luna.

    I nostri aggeggi, poi, sono diventati macchine da presa e da montaggio professionali, ma noi abbiamo continuato a sprecare le oppportunità che ci danno. Ancora oggi continuiamo a comprarli sempre più nuovi e sempre più potenti, ma continuiamo anche a restare vittime del collegamento continuo dei telefoni con il world wide web che ci rende tutti schedabili, schedati, profilati, scoperti, violentati da quei 10-20 amministratori delegati di cui ti parlavo prima. Loro sanno tutto di noi e della nostra vita, grazie al world wide web e al telefonino.

    La mobile revolution: ribellarsi è possibile.

    Ribellarsi è una cosa possibile ed è anche relativamente facile da fare. Bisogna prendere in mano il telefono e partire da quell’oggetto per rendersi soggetti attivi e non passivi. Se fai il comunicatore, poi, devi solo diventare attivo nell’esecuzione dei tuoi contenuti con lo smartphone per cominciare a invertire la tendenza che il world wide web ti rubi i contenuti e i dati senza che tu faccia nulla per evitarlo. Se tu produci, tu racconti, tu governi il flusso dei dati molto più di quanto il flusso dei dati che ti viene preso dal world wide web.

    La cosa che sto osservando in modo chiaro è che il mobile journalism sta cercando una sua dimensione e non la trova. Provo a rivelarti come vedo il futuro prossimo della mia disciplina. Deve staccarsi, dobbiamo staccarla dal tecnicismo, dall’hardware, dall’atteggiamento da stupiti quando vediamo la tecnica fare meraviglie.

    Bisogna concentrarsi sul contenuto e mettere la tecnologia al servizio dello stesso, aprendo l’era dell’economica del content. Di cosa parlo? Parlo del fatto che la mobile content creation è lo strumento con il quale creare nuovi prodotti che vadano nel campo dell’esperienza condivisa perché il world wide web è diventato proprio quel tipo di mondo a parte. Un mondo nel quale gli abitanti cominciano a voler pagare se le esperienze, i contenuti proposti, sono impattanti. Per questo motivo il contenuto comanda e comanderà sempre di più, anche se la tecnologia cercherà di renderlo sempre figlio minore.

    Gli smartphone con la blockchain: il prossimo passo.

    C’è altro. C’è l’orizzonte con il quale si deve pensare a democratizzare la rete come strumento posseduto da tutti e non dai pochi. Vi introduco soltanto a un argomento sul quale mi preparo a fare ricerche di un certo livello. Si tratta degli smartphone blockchain enabled. Si sta muovendo la HTC, si è mossa Samsung, è qui tra noi Finney, il primo smartphone basato sulla tecnologia blockchain che può tenere un nodo della catena distribuita di questo nuovo tipo di internet.

    Non so se lo sai, ma sulla blockchain il contenuto diventerà re perché potrà essere scritto soltanto una volta e poi non potrà più essere corretto. Ecco il futuro. Il mobile journalism rischia di far rima con il passato di questi primi trenta anni di web e di lasciare il posto alla mobile revolution e alla mobile content economy. Io vado, venite? Intanto auguri world wide web. E grazie di tutto. Speriamo che i prossimi trenta anni non siano quasi sprecati.