Mese: Novembre 2019

  • Caro giornalista, hai bisogno di un business model

    Caro giornalista, hai bisogno di un business model

    I miei contatti con il mondo accademico e con il mondo dell’Ordine dei Giornalisti si sono diradati.

    Non sto qui a spiegarne le ragioni, anche perché non desidero proprio fare polemica. Tuttavia ti dico che ho visto di tutto. Ho visto soprattutto che ai giornalisti manca anche la più minima cognizione di quello che vuol dire l’espressione business model. Riflettendo proprio sui business model mi sono ricordato che ne avevo parlato molto tempo fa. Puoi vedere il mio articolo qui. Il presente, invece, mi porta a pensare che stiano aumentando le possibilità di crearsi in modo autonomo una carriera, ma non ci sono, sul mercato del lavoro giornalistico attori in grado di cogliere le occasioni.

    I giornali sono morti che camminano.

    Ho visto un’infografica di Prima Comunicazione che ha ben visualizzato il dramma nel quale versano i giornali italiani, in costante emorragia di copie. Questo è lo stato dell’arte e in fondo all’abisso ci sono i giornalisti, obbligati a diventare dei paria intoccabili pagati 5 euro a pezzo (se va bene) per fare i loro pezzi. Questa condizione li ha completamente bloccati nell’operazione di ridefinizione della carriera, degli strumenti, dei committenti e delle piattaforme dove poter fare il lavoro che amano. Come se non bastasse la tecnologia li ha completamente travolti lasciandoli prigionieri del romantico passato della loro processione. Buona ultima è arrivata l’accademia, la quale di business model manco si sogna di parlare. La tv, poi, arranca battendo la coda come un capitone in una pescheria, ricicciando le produzioni broadcast super costose dentro delle app che sono minestroni di contenuti.

    Il business model, però, è necessario.

    Ora le opportunità si stanno moltiplicando. Fioriscono le piattaforme di pubblicazione, con particolare riferimento all’audio e al podcasting. Diminuiscono i costi per poter fare in autonomia produzioni complicatissime (dirette multicamera, registrazioni multicamera, video in 4K), mutano i posti dove c’è esigenza di un giornalista (aziende, enti, istituzioni, personaggi pubblici e potrei stare qui a dirne ancora di più), cambiano le tipologie di prodotti, si creano le community gestite direttamente da giornalisti, ma anche i progetti di interazione (i vecchi eventi) nei quali un giornalista può essere serenamente quel tipo di racconto e di storytelling che crea un interesse per il quale il pubblico vuole pagare. Per sapere, per sentirsi parte di una community, per incidere. Per contare ancora qualcosa. Per sviluppare tutto questo il giornalista che si propone sul mercato ha bisogno di un business model. Analisi del mercato, analisi dei costi, portafogli di prodotti, format di prova, previsioni dei ricavi. Il business model, insomma è necessario…

    Ma perché?

    Il business model è come la strada del proprio percorso personale che non ti fa deflettere dall’obiettivo e non ti fa cedere a condizionamenti che arrivano dal passato. Se, banalmente, non lo usi, quel clientuccio che ti chiede un favore non ti pagherà quello che meriti e quello che può sostenere i tuoi costi e la tua vita. “Ma sì, dai, stai due minuti a scrivere questo testo”: questa è la classica frase trappola che se hai un business model davanti non riuscirai ad accettare. Perché davanti hai i numeri e quelli ti dicono chiaramente che, se accetti la 50 euro di straforo, lavori gratis. Ecco perché il business model serve… eccome se serve. Ti lascio con una domanda: non è che il fatto che non venga insegnato, percepito, ritenuto importante, è frutto di un piano preciso? Aspetto commenti….

  • Verona Network Group: l’evoluzione del mojo

    Verona Network Group: l’evoluzione del mojo

    Sto lavorando ormai da oltre un anno con Verona Network Group: vivo e vedo una realtà incredibile, almeno per il panorama italiano.

    Si tratta di un piccolo gruppo editoriale del capoluogo veneto, ispirato dalla professionalità e dalla visione dell’imprenditore Germano Zanini. Un gruppo che ha un pacchetto di media (che si possono vedere qui) che stanno ricavandosi un posto di rilievo nell’ecosistema dell’informazione veronese, anche al confronto di ben più grandi competitor.

    L’ingrediente principale? Il mobile journalism. Anche l’Italia, quindi, può vantare un gruppo editoriale che sta cambiando in modo totale il suo giornalismo, la sua redazione, il suo flusso di lavoro, la sua produzione multimediale verso il pubblico. Sto parlando, naturalmente, di un cambio strutturale e totale e non di una ibridazione del lavoro tra classico e mobile, cosa che succede in quasi tutte le redazioni, ormai.

    La voglia di cambiare.

    Il gruppo redazionale, guidato da professionisti di classe come Matteo Scolari e Myriam Scandola, è giovane e animato dalla voglia di cambiare. I processi di lavoro sono stati riprogettati in modo completo, diventando mobile start to end e giovandosi anche di app che prevedono il lavoro in cloud come Adobe Premiere Rush.

    Un lavoro complesso, quello che ho sviluppato grazie a Zanini e a tutto il team, ma che è arrivato a una certa maturità. Il tutto con evidenti vantaggi di linguaggio giornalistico, di tempi, di costi. Ora il gruppo ha una mentalità mobile corredata dalla qualità e dagli atteggiamenti che sono tipici del nuovo giornalismo moderno: flessibilità, mentalità, coraggio. A Verona Network, quindi, sono cambiati gli strumenti, ma non il cuore del giornalismo, il quale sarà “aumentato” nei prossimi mesi in modo ancora più sorprendente. Stay tuned.

    La voglia di live.

    Verona Network si sta specializzando anche nelle dirette social multicamera per aumentare l’ingaggio nei confronti della comunità veronese che sarà oggetto delle prossime tappe del progetto. Insomma, aumenta anche la voglia di live…

    In un mondo italiano dei media che brilla per difficoltà, immobilismo, scarsa visione del futuro e scarsa cultura, Verona Network è una “lepre” scappata nel futuro. Un futuro che farà anche rima con il servizio alla comunità nella quale il gruppo è fortemente radicato.

    Ringrazio Germano di avermi dato la possibilità di sviluppare questo progetto, dimostrazione sul campo che l’evoluzione di un’azienda media può arrivare dal mobile journalism. E da tanto altro ancora…

  • iPhone SE: lo smartphone vintage funziona

    iPhone SE: lo smartphone vintage funziona

    Esperienze sul campo a Parigi

    Ho deciso di partire per Parigi con un iPhone SE e con Adobe Rush come filosofia di montaggio e come flusso. Ho raccolto sul campo moltissime informazioni su come un vecchio telefono si comporta con il mondo delle app più nuove e più performanti. L’iPhone SE lavora anche con le ultime suite di montaggio ed esegue le operazioni con una buona velocità, sebbene ormai lo schermo sia irrimediabilmente piccolo. Lo smartphone rallenta, è naturale, quando gli vengono chieste operazioni come l’esportazione o l’attacco al gps, due cose piuttosto faticose per qualsiasi telefono, puoi credere per il primo telefono della Apple con architettura a 64 bit.

    L’iPhone SE stupisce

    l’SE, sul campo, è spettacolare sull’immagine posata, ferma, sulla luce naturale, ma anche bassa. L’hardware è ancora molto efficiente, ma forse il meglio del telefono lo tira fuori il software. Per un vecchio come me è un problema montare su uno schermo così piccolo, ma bisogna dire che SE tiene e fa girare tutto, esegue tutte le operazioni e non si tira mai indietro. Pretendere che viva una giornata intera è follia, con le app di oggi non è possibile, quindi se ci lavori devi portarti batterie. La leggerezza, la velocità d’uso, la basicità delle possibilità operative (voci, immagini ferme, pochi svolazzi, molta sostanza) fa in modo che si possa incontrare un linguaggio mojo più semplice, ma ugualmente molto bello.

    La questione dell’obsolescenza e il problema della connessione internet.

    Molta parte del mondo della mobile content creation lavora su macchine come queste è forse è il caso di fare un appello a produttori di tenere conto che la loro maledetta obsolescenza programmata è un danno per la parte più grande dei creators di tutto il mondo. Ad ogni modo il mio iPhone SE ha retto tutti gli urti e mi ha fatto raccontare l’esperienza di questa prima visita a Satis in questo modo, direi, discreto. Adobe Rush ha fatto il resto, dandomi enormi potenzialità a livello di montaggio e di grafica, ma facendomi penare moltissimo dal punto di vista del cloud. Con la connessione internet che avevo a disposizione a Parigi non ho potuto terminare il video al pc. Volevo farlo per non spaccarmi gli occhi in quello schermino del mio iPhone SE. Invece nulla: ho finito sull’SE.