Mese: Gennaio 2023

  • Il contenuto non è democratico

    Il contenuto non è democratico

    Se il contenuto è re (e lo ha già detto qualcuno), il re non è democratico.

    Sono in Friuli e fa un freddo cane. Son qui per affari di famiglia. Sono momenti nei quali penso a quello che devo fare, ma anche a quello che voglio scrivere. Mentre faccio commissioni o sposto scatoloni, mi iniziano a girare nella testa parole che si mettono a posto e danzano una danza sempre più regolare. Attorno a una cosa che ho saputo, attorno a una che ho visto o vissuto. Su una cosa che ho pensato. Si chiama produzione del contenuto. A me viene in modo istintivo e il mio piano di social e contenuti mensili finisce spesso a essere sbeffeggiato dalla mia realtà incipiente.

    Il contenuto chiede rispetto

    La riflessione che faccio oggi è una riflessione che parte da un’esperienza più volte vissuta. Io vivo di contenuto, vivo di parole e immagini, vivo di creatività “direzionata” se è vero che devo trasformare in contenuti i progetti, i pensieri e le parole dei miei clienti. Però per i contenuti ci vuole rispetto.

    Allora ho pensato a questo giro di parole attorno al contenuto. Il contenuto chiede rispetto perché il contenuto sei tu. Se produci i contenuti per raccontarti o raccontare i tuoi percorsi, quello che mostri al pubblico deve essere progettato in modo serio, deve dare valore agli altri, essere utile, di ispirazione o di riflessione, ma va preso per quello che è. Nessuno può permettersi di discuterne la forma, è pretestuoso attaccarsi a una virgola per discutere il senso di quello che dici, fai vedere o fai sentire.

    Ci possono stare i rilievi sulle imprecisioni, sui refusi, sugli errori strumentali. Non ci può stare la discussione sul senso che attacchi il contenuto per tirarlo giù. Se quello è il tuo quadro, chi lo osserva non può obiettare che hai messo le tue pennellate nel posto sbagliato. Può invece, dire, non mi piace. Può non essere d’accordo. Può recepire un messaggio diverso da quello che avevi intenzione di dare tu.

    Se il contenuto è per un tuo cliente

    Anche in questo caso, per il contenuto che crei tu e che deve interpretare i desiderata di una persona o un’azienda che te lo ha chiesto, il contenuto non si può prestare allo sbrandellamento dei non mi piace e dei “mai io me lo immaginavo…”.

    Il contenuto che crei per terzi, parte dai terzi. Se quello che ritorna tra le loro mani è divergente rispetto a ciò che pensavano non è tuo il fallo. E’ loro. Perché finita la parte di concetto per allestire un contenuto, beh, lì entri in campo tu. Tu con la tua poca o tanta cultura, tu col tuo vissuto, tu coi tuoi pensieri. Chi ti ha chiesto un contenuto si suppone (se non lo ha fatto, male) che abbia letto e visto prima i tuoi contenuti. E sia venuto da te perché te vuole.

    Allora deve fare a fidarsi. Sapere che il contenuto che produrrai è il meglio della tua creatività, ma che non può sedersi al volante della tua macchina creativa, perché lì ci sei e resti seduto tu. Può rilevare errori, imprecisioni, cose non convenienti al suo progetto, ma non può dire “non mi piace”. Il contenuto non è democratico perché il contenuto sei tu e quel tuo modo di trasformare il vissuto, l’ascolto, lo studio, l’osservazione, l’emozione, il sentimento, in contenuto è solo tuo.

  • Il metaverso e l’isteria dei media

    Il metaverso e l’isteria dei media

    Il 2023 sarà il mio primo anno nel metaverso.

    Il primo anno nel quale questa parola entrerà nella mia vita per restarci. Metaverso. Ne parlano in tanti, lo conoscono in pochi. In questi primi giorni mi sto immaginando il 2023. Lo sto riempiendo, capendo, studiando. Lo sto osservando con l’aiuto dei numeri del 2022. Lo sto pensando come un anno in cui sarà difficile replicare il successo del 2022 (a proposito, rileggiti qui l’onore grande che ho vissuto), ma anche un anno nel quale non mancare nella cosa che so fare meglio, guardare al futuro.

    Il metaverso come strumento utile

    La parola di quest’anno sarà, per me, metaverso. Ti dico subito una cosa: voglio che sia utile. Voglio capire come esserci, viverlo, usarlo e come renderlo importante per fare cose nuove che mi portino soddisfazione, conoscenza, ricchezza. E magari portino le stesse cose ad altri.

    Per viverlo lo devo conoscere, per conoscerlo lo devo studiare. Lo faccio ogni mattina. Sto leggendo il libro di Lorenzo Montagna “Metaverso. Noi e il web 3.0“. In quelle righe scopro con precisione tutto quello che i media non riescono a farmi capire. Si tratta di un’opera imprescindibile per chi voglia sapere davvero che cosa ci aspetta. Per ora (non l’ho finito) è un capolavoro. Un libro giusto per chi vuole rendere utile uno strumento, un mondo così nuovo.

    L’isterico parlare

    Quello che non capisco, però, è proprio il comportamento del giornalismo italiano riguardo a questa e a tante altre parole del futuro. Vedo un’isteria che fa passare questi poveri scrivani dall’esaltazione alla distruzione in pochissimo tempo. Ascolto, sento e guardo questo squinternato chiacchiericcio figlio dei rumor che arrivano dall’America. Un giorno il metaverso è il nuovo mondo, il giorno dopo è un inutile e costoso gingillo di Zuck.

    Basta.

    Finitela.

    Il metaverso sarà, intanto. Quindi ti dico che ancora non è. Il metaverso è un approdo finale di un’escalation tecnologica che avrà tanti passi intermedi. Se ci si dedicasse a spiegare la strada che ci porta verso il metaverso e non a passare dall’esaltazione alla delusione in un amen, magari chi vuole scoprire il futuro sarebbe meno disorientato.

    Per ora, mi limito a un consiglio. Leggi il libro di Lorenzo e tutto diventerà un po’ più chiaro.