Tag: IA

  • I giornalisti nell’era post media: solisti o governatori di IA

    I giornalisti nell’era post media: solisti o governatori di IA

    Quando il Digital News Report ha iniziato a misurare la fiducia nei confronti dei media… era già bassa. Il dato del report 2026 appena uscito è un vero funerale: la fiducia in siti e testate è al 37%. Mai stata così giù dal 2015, anno nel quale la Reuters ha cominciato le misurazioni. Ho spulciato il report e metto su queste colonne alcune riflessioni utili per chi fa giornalismo, ma anche solo per chi comunica o divulga.

    Reuters è netta nell’analisi: il trust verso chi informa è al minimo e non solo nei confronti dei cosidetti media. E’ al minimo verso chiunque produca contenuti con l’obiettivo di farsi ascoltare. Lo avevo già scritto qui, in questo articolo, semplicemente annusando l’aria che tirava e interpretando le mie sensazioni da lettore: abbiamo smesso di dare attenzione alle notizie. Troppo brutte, troppa violenza, troppa IA, poca possibilità di capire il vero.

    Ora arriva il Digital News Report 2026 di Reuters a certificare la sensazione con un dato pazzesco: l’interesse per l’attualità è crollato di 13 punti percentuali. Non è che le persone non trovano più le notizie. È che una fetta sempre più ampia di pubblico ha deciso, consapevolmente, di evitarle — per proteggere la propria salute mentale da un ciclo informativo percepito come logorante.

    Perché l’industria dei media è in crisi?

    Il Digital News Report 2026 fotografa un’industria in bilico, scossa da tre forze che si intrecciano: la piattaformizzazione estrema dell’accesso, l’erosione del patto di fiducia con i lettori, e l’ascesa di intelligenza artificiale e creator indipendenti come nuovi mediatori di senso. Approfondiamo un attimo il discorso perché per te e per me è importante guardare i numeri per sapere come evolvere, come dare nuovo senso a ciò che facciamo.

    I social hanno superato i siti

    I media non sono più la prima porta di accesso delle persone alle news. Se va bene sono la seconda. In 30 su 48 dei mercati analizzati dal DNR i social sono il primo punto d’accesso verso l’informazione. L’accesso alle notizie da lì supera di gran lunga il traffico diretto sui siti dei media. Il pubblico ha poi smesso di cercare attivamente una notizia. E’ quest’ultima che si fa trovare, quasi per caso, mentre l’utente scrolla col pollice il feed del suo canale social preferito.

    Ti rendi conto: il lettore non cerca più notizie. Non le vuole leggere. Le legge se le notizie riescono ad arrivare a lui. Avvilente, ma comprensibile, se la realtà è questa.

    L’Europa però ha ancora “bisogno” dei media

    Ti dico, però, una cosa che fa un pochino sperare: ok, se ci sono 30 mercati nei quali i social hanno ormai superato i siti di informazione come fonti primarie della notizia per gli internauti, ce ne sono 18 in cui questo non è successo. La notizia è questa: di questi 18 nei quali resistono ancora i media, 14 sono europei. Insomma, dal DNR di Reuters arriva una notizia: l’Europa ha ancora bisogni dei media.

    Il report registra una “news avoidance” stabile al 42% a livello globale. Ma quando il dato schizza in un singolo paese (come il +9% della Norvegia dopo la crisi sulla Groenlandia) la causa è quasi sempre una reazione emotiva a eventi specifici, non un trend strutturale.

    Il pubblico, quindi, non ha smesso di leggere le notizie del tutto, ma ha smesso di cercarle. I dati parlano chiaro. Sulle piattaforme social nelle quali le persone passano più tempo, Facebook, Instagram e Tiktok, le persone leggono le news, ma non perché sono li per quello. Ci capitano sopra, mentre, nel loro feed stanno cercando evasione o intrattenimento. I social nei quali si scorre cercando notizie sono X e Youtube, non gli altri. Diverso il discorso per LinkedIn, geneticamente orientato al lavoro e al business.

    Qual è il ruolo del giornalista oggi?

    In questo panorama, dove si mette chi fa informazione? Prima il mestiere era quello del trovare e pubblicare la notizia. Ebbene in questo ha vinto l’algoritmo dei social e dell’IA. Ormai non è più quello il posto dove un giornalista fa la differenza. Il valore si è spostato altrove: non chi trova la notizia, ma chi la rende sostenibile da consumare senza logorare chi legge. In un ecosistema dove il 42% delle persone evita le notizie perché sono troppe, troppo veloci, troppo ansiogene, saper filtrare, contestualizzare e restituire respiro al lettore non è un servizio accessorio. È il mestiere.

    Poi c’è un altro fenomeno. Quando la fiducia nei media scende in modo così drammatico (37% globale, 32%) non è che sparisce: si posiziona altrove. Migra verso le persone, i nomi, i singoli giornalisti verso cui continua a riporre fiducia.

    La consacrazione del giornalista-medium

    Ho già parlato del “Solo Journalist” in questo articolo e anche nel video che ti faccio vedere qui sotto, ma nel dibattito internazionale il ruolo non aveva poi avuto investitura così ufficiale come in questo report di Reuters.

    Il DNR 2026 non usa la parola “Solo Journalist”, ma lo descrive con i concetti. Ti dico i tre che contano.

    Primo: la fiducia nei singoli brand giornalistici tiene meglio della fiducia nel giornalismo in generale. Lo dice Reuters, testuale. Il pubblico non si fida più della categoria, ma continua a fidarsi di nomi precisi.

    Secondo: i creator più seguiti nei paesi dove i media sono sotto pressione non sono influencer nati su TikTok. Sono ex giornalisti. Vai a cercarti Nevşin Mengü e Cüneyt Özdemir: sono due che arrivano da CNN Türk, Oppure Fatih Portakal da Fox TV. Hanno lasciato la redazione e si sono portati via la cosa più preziosa: la fiducia costruita sul proprio nome. Milioni di follower ciascuno. Il DNR li cita come esempi proprio perché lavorano e vivono in una Turchia nella quale la libertà di stampa è messa a dura prova.

    Terzo: il pubblico li paga. Nella media dei 20 mercati analizzati, il 15% di chi paga per le notizie paga direttamente un individuo. Heather Cox Richardson ha 2,9 milioni di abbonati su Substack. Da sola. Senza un editore alle spalle. Ti rendi conto?

    Ecco la consacrazione. Il Solo Journalist non è più una scommessa: è un modello di business certificato dal report più autorevole del settore.

    Ma c’è un problema che nessuno ti dice.

    Il solismo ha un tetto. E il tetto sei tu.

    La fiducia personale non scala. Un solo giornalista ha un limite fisico di produzione, un rischio concreto di burnout, e nessuna rete di verifica indipendente. Se sbagli, chi ti corregge? Se ti fermi, chi pubblica? Il modello funziona finché funzioni tu. E il report stesso, tra le righe, suggerisce un’altra cosa scomoda: i solisti prosperano soprattutto dove il sistema è polarizzato e la fiducia è bassa. Non è un modello universale. È una risposta d’emergenza a un contesto malato. Per questo credo che ci sia una seconda strada. Meno raccontata, ma più interessante.

    Il giornalista-sistema

    Immagina un giornalista (o magari un piccolo team, anche di due persone) che non scala sulla propria faccia ma su un’infrastruttura editoriale costruita con l’intelligenza artificiale. L’IA fa quello che sa fare: monitora le fonti, aggrega, prepara le basi di lavoro, gestisce i formati, tiene in ordine l’archivio. L’uomo fa quello che l’algoritmo non può fare: decide cosa conta, verifica, firma, risponde.

    Non è fantascienza. È ingegneria di sistema applicata all’editoria. Nuovi media “AI based” dove l’automazione è il motore, ma il volante resta in mano a chi ha un nome e una responsabilità deontologica.

    La differenza con il Solo Journalist puro sta in cosa vendi. Il solista vende fiducia nel nome: “mi conosci, ti fidi di me”. Il giornalista-sistema vende fiducia nel processo: “guarda come lavoro, puoi verificarlo”. Uso dichiarato dell’IA, fonti tracciabili, metodo trasparente. È meno seducente, lo so. Ma è più difendibile nel tempo. E soprattutto: si può insegnare, replicare, trasferire. Il carisma no.

    C’è un dato del report che sostiene questa via più di quanto sembri: chi usa i chatbot IA per le notizie lo fa soprattutto per fare domande di approfondimento e per farsi valutare l’affidabilità di una fonte. Capito? Le persone chiedono alla macchina esattamente quello che il giornalismo ha smesso di dargli: profondità e verifica. Il giornalista-sistema è quello che torna a presidiare quel territorio, usando la macchina invece di subirla.

    Le due strade, alla fine, sono una

    Non ti sto dicendo di scegliere. Ti sto dicendo che chi vincerà nei prossimi anni sarà colui che combina queste due strade: inizia come Solo Journalist e diventa un giornalista-sistema, un AI Journalist (nella migliore accezione del termine). Un giornalista in grado di progettare, creare, controllare, verificare, rifinire e pubblicare il suo lavoro amplificando il processo grazie al supporto mirato dell’IA, ma tenendo sempre in mano la sovranità cognitiva.

    Un nome riconoscibile sorretto da un sistema verificabile con l’uso dell’IA al 100% di trasparenza. Fiducia personale più fiducia processuale. Chi ha solo la prima è fragile: un errore, uno scandalo, e crolla tutto. Chi ha solo la seconda è invisibile: nessuno si fida di un algoritmo senza volto.

    Il DNR 2026 certifica un funerale, quello della fiducia nei media come istituzione. Ma nei funerali, si sa, si incontrano anche i vivi. E i vivi, qui, sono due: la persona che ci mette la faccia e il sistema che la sorregge. L’IA al centro dell’infrastruttura. L’umano al centro delle decisioni.

    Il giornalismo che verrà, secondo me, abita esattamente lì.

    Infine il giornalista direttore d’orchestra

    C’è infine un’ultima strada, la più radicale, che porta il giornalista-sistema fuori dai confini dell’editoria tradizionale. È il ruolo del giornalista direttore d’orchestra. Chi possiede sensibilità giornalistica e impara a governare la macchina può diventare il perfetto progettista conversazionale per enti, brand e organizzazioni.

    Può disegnare l’architettura editoriale dei prompt che muovono gli agenti IA, formare i team aziendali a un uso critico della tecnologia, armonizzare la comunicazione tra i reparti e, soprattutto, scrivere le policy etiche e di compliance sull’uso dell’Intelligenza Artificiale.

    Significa “dirigere” le IA dall’alto di una competenza deontologica e professionale, applicata alla consulenza e alla strategia. Il DNR ha “fatto il funerale” ai vecchi media, è vero. Ma per i professionisti capaci di abitare l’era post-media, le prospettive non sono mai state così interessanti.

    Tu che ne dici?

  • Ai Act: l’adozione definitiva slitta al 2027

    Ai Act: l’adozione definitiva slitta al 2027

    Che cos’è l’AI Act?

    L’AI Act o regolamento 1689/2024 è l’ambiziosa legge quadro per lo sviluppo e l’uso in sicurezza dell’intelligenza artificiale approvata in Europa. Una legge coraggiosa perché pionieristica, basata sulla classificazione dei rischi connessi all’uso dell’IA in determinati settori. Una legge che è stata contestata da più parti per gli aspetti troppo burocratici connessi alla sua adozione. Un testo che ha il senso di proteggere i diritti dei cittadini europei in merito ai loro dati personali, ma che, a detta di molti, cade nelle procedure cervellotiche per arrivare al risultato.

    A che punto è l’adozione dell’AI Act?

    Intanto chiariamolo subito: l’AI Act è legge ed è stato anche recepito nei suoi concetti dalla legge italiana sulla IA, la 132/2025. Quindi non si può far finta di niente. L’ AI Act per ora è entrato in vigore ed è operativo per quanto riguarda i sistemi IA che ci sottopongono a rischi inaccettabili (tipo la sorveglianza di massa). L’articolo 4 del testo europeo pone già oggi un obbligo di avere in azienda persone formate all’uso consapevole dell’IA, ma ancora non specifica che la formazione deve essere certificata. Queste parti sono entrate in vigore il 2 agosto del 2025.

    L’AI Act è sotto attacco?

    Nei mesi scorsi ho fatto sul mio canale Youtube un video sulle pressioni che le aziende tech mettevano sulla Commissione Europea per cercare si stemperare la rigida forma di questa legge (naturalmente a vantaggio di una bella deregulation). Rivedilo perché fa parte del ragionamento.

    Da quel video a oggi è diventato reale lo slittamento del cronoprogramma per far entrare in vigore tutti gli obblighi della legge. O meglio lo diventerà in giugno, ma la direzione è già stata tracciata.

    Esattamente succede questo: la Commissione europea ha annunciato un rinvio di 16 mesi (al massimo) per l’applicazione delle norme relative ai sistemi ad alto rischio, spostando la data limite da agosto 2026 a dicembre 2027. La decisione è inserita nel pacchetto “Digital Omnibus”.

    Cosa succederà all’AI Act tra aprile e giugno 2026?

    Tra aprile e giugno 2026 si svolgono i triloghi tra Parlamento e Consiglio UE per il testo definitivo dell’Omnibus. A giugno è attesa anche la versione finale del Codice di buone pratiche su watermarking e etichettatura AI. L’adozione formale del Digital Omnibus è stimata per l’estate 2026. Se il Digital Omnibus non verrà adottato prima di agosto 2026, tornerà automaticamente in vigore la timeline originaria dell’AI Act per i sistemi ad alto rischio.

    Quindi le aziende che operano in campi come la sanità, la formazione, la finanza, il lavoro e altri campi simili che hanno a che fare con dati personali degli utenti, dovranno fare attenzione: o passa lo spostamento (allora si respira) o tornano le scadenze originali e allora sono guai (o giù di lì).

    La tabella sull’AI Act che devi leggere

    Ti riassumo in una tabella interattiva quello che è successo e quello che deve succedere, affinché tu possa tenerti da parte questo pezzullo e gestirlo come un taccuino di riferimento.


    L’infografica è stata generata da Imagen 2 di Open AI e vistata dal’autore.

    Se stai valutando come muoverti concretamente rispetto a queste scadenze, è esattamente il tipo di lavoro che faccio con aziende e professionisti. Scrivimi.

    Come mai l’Unione Europea ha fatto marcia indietro?

    Nello scacchiere internazionale l’Unione Europea sta soffrendo parecchio. Per questo non si riescono a comprendere fino in fondo le ragioni della brusca frenata sull’AI Act da parte dell’Unione Europea. Potrei abbozzare tre punti, ma ti avverto subito: quello che mi preoccupa di più è l’ultimo. Eccoli:

    1. Standard tecnici non pronti. La proposta subordina l’entrata in vigore delle norme alla effettiva disponibilità di strumenti di supporto cruciali, in particolare gli standard necessari per la conformità delle aziende. Insomma siccome non ci sono i certificatori è inutile far entrare in vigore la legge prima del tempo. Effettivamente…
    2. Le aziende europee usano poca IA. Solo il 13,5% delle imprese europee utilizza IA. Si tratta di una percentuale molto inferiore rispetto agli Stati Uniti, dove adozione e investimenti crescono rapidamente. Con il “Rapporto Draghi” che segnala una competitività in calo, i leader europei hanno capito che un eccesso di regole rischia di soffocare le startup IA domestiche prima ancora che possano crescere, ma anche l’adozione della IA per tutte le altre (determinante per competere sui vari mercati).
    3. La pressione politica. All’Europa hanno contribuito le pressioni del comparto tech nel Vecchio continente e oltreoceano, per non dire dell’ostilità dell’amministrazione Usa targata Donald Trump verso l’arsenale digitale dell’Ue.

    Le due questioni peggiori

    Le due situazioni peggiori sono le ultime due. Poca adozione e tanta burocrazia? Vero, ma mi viene spesso da pensare che la causa della prima… sia la seconda. Lo vedo molto bene da formatore e consulente e ti faccio un esempio pratico. Google sta per rilasciare un pacco di aggiornamenti che potrebbero letteralmente cambiarci la vita, il lavoro e lo studio. Questi aggiornamenti sono già operativi da mesi sul mercato americano. Quindi gli americani hanno già in tasca i vantaggi derivanti. Noi, qui nella vecchia Europa, siamo ancora in fase di analisi degli strumenti targati Google. In attesa che queste procedure possano essere completate perdiamo mesi, anni. E non va bene, bisogna trovare una via per rimediare.

    La seconda situazione è più chiara. Pressione politica ed economica. I 500 milioni (a spanne) di cittadini europei fanno comunque gola alle aziende americane che, per diventare compliant alle leggi del Vecchio Continente, spendono soldi. Troppi, a loro dire. Da mesi le tech giant aiutate da Trump fanno pressione affinché l’AI Act sia edulcorato, sminuzzato, reso innocuo davanti al loro strapotere.

    Cosa fanno le IA con i dati degli utenti?

    Già, è questa la domanda. Cosa fanno le IA con i tuoi e i miei dati? Fanno una cosa che l’AI Act vorrebbe regolare. Li usano a loro piacimento (e non sai nemmeno dove li mettono). Cioé l’Ai Act (assieme al Digital Service Act) vuole rappresentare una legge prescrittiva su tutta una serie di cure e di diritti degli utenti che negli Usa non vengono nemmeno percepiti come tali.

    Dopo 20 anni a farci rubare i dati dai social, ora ci si mettono Chat Gpt e compagni. Anche no eh…

    L’Ai Act, in questo senso, è da difendere, ma deve cambiare modalita applicative affinché non siano una pletora di regole che incatenano chiunque voglia fare un’IA in Europa o utilizzarla in un’azienda europea. Tuttavia non deve essere Trump a dirci come.

    Ricorda che scrivi in prima persona autoriale, con tono giornalistico. Dammi un attimo sul tono e la voce che stai usando nel pezzo — lo scrivo già calibrato al tuo stile FacLab, diretto e senza tecnicismi.

    Il rinvio non è una vacanza

    Chiariamo subito una cosa: il Digital Omnibus non ha messo in pausa l’AI Act. Ha spostato alcune scadenze. Quelle che riguardano te (o la tua azienda) potrebbero essere già scattate.

    I divieti sulle pratiche inaccettabili sono in vigore dal febbraio 2025. Gli obblighi per i modelli di uso generale — quelli che stai usando ogni giorno, da ChatGPT a Copilot — sono attivi dall’agosto 2025. L’obbligo di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione AI al proprio personale, sancito dall’art. 4 del Regolamento, vale già oggi.

    Da agosto 2026 scattano gli obblighi di trasparenza sui contenuti generati da IA. Da novembre 2026, se produci immagini, video o testi con strumenti generativi, dovrai marcarlo. Il watermarking non è un dettaglio tecnico: è un obbligo che riguarda direttamente giornalisti, comunicatori, uffici marketing, agenzie.

    E adesso che cosa succede?

    Ecco le tre cose che devi fare in ordine di urgenza.

    1. Mappare i sistemi IA in uso specifricando quali strumenti, per quali funzioni, a quale categoria di rischio appartengono secondo il Regolamento. Non è un esercizio accademico, è la base di qualunque discorso di compliance.
    2. Formare il personale. L’obbligo c’è già, e dimostrare di averlo rispettato passa quasi sempre attraverso la documentazione di un percorso formativo.
    3. Verificare di avere un Data Processing Agreement firmato con ogni provider di strumenti AI che tratta dati per conto dell’organizzazione.

    L’algoritmo intanto continua a girare

    C’è un aspetto del rinvio che raramente viene nominato, e che vale la pena mettere a fuoco.

    Le norme sui sistemi ad alto rischio erano state pensate (tra le altre cose) per regolare l’IA usata nella selezione del personale. Un sistema che analizza i curriculum e assegna punteggi ai candidati è, per il Regolamento, un sistema ad alto rischio: può influenzare in modo determinante l’accesso al lavoro di una persona. Se quel sistema è addestrato su dati storici distorti (come spesso accade) rischia di replicare e amplificare discriminazioni già esistenti: favorire gli uomini sulle donne, penalizzare certi cognomi, escludere chi ha avuto carriere non lineari.

    Quelle norme dovevano entrare in vigore ad agosto 2026. Ora si aspetta dicembre 2027.

    Nel frattempo, gli algoritmi già in uso nelle HR di molte aziende continuano a girare, senza obblighi di trasparenza, senza audit, senza registrazione in alcun database europeo. Il rinvio ha dato più tempo alle imprese per adeguarsi. Ha dato lo stesso tempo ai sistemi difettosi per continuare a operare indisturbati.

    Questo non è un argomento contro il rinvio in sé — che ha ragioni tecniche reali, legate alla mancanza di standard armonizzati. È un promemoria su cosa significa, nella pratica, spostare un orologio.

    Cosa deve fare il lavoratore per essere compliant all’AI Act?

    Comincio dal dirti che devi crearti una competenza di AI literacy indipendentemente dal fatto che sia un obbligo della tua azienda il fatto che tu ce l’abbia. Chi la costruisce ora, vale di più, indipendentemente dalla legge. Poi sappi che qualsiasi contenuto venga creato con l’aiuto anche non qualitativo della IA va etichettato: tutti coloro che lavorano nella comunicazione e nei media dovranno capire cosa fare.

    Poi questo quadro normativo si muove come un mosaico di adempimenti e quindi va seguito. Sarà il caso che tu torni a FacLab spesso per vedere la tabellina che ti ho lasciato qui sopra con le scadenze. Ignorarlo non è un opzione, ma scegliere cosa affrontare prima, beh, quella si.

    Questo articolo è stato redatto con l’apporto non qualitativo di Claude AI. Tutte le frasi di questo articolo sono state realizzate o approvate dall’autore. Le immagini sono generate da Imagen 2 di Chat Gpt.