Mojofest 2019: esserci per cambiare la mobile content creation


Francesco Facchini
Mojofest 2019: esserci per cambiare la...

Si sta avvicinando la quinta edizione del massimo evento internazionale riguardante la mobile content creation. Bisogna esserci, adesso ti spiego perché.

Ne ho parlato qualche tempo fa con Glen Mulcahy, giornalista e imprenditore irlandese che ha avuto il merito di creare la community internazionale degli innovatori del linguaggio dei media e della videography con le device mobili. Tutto è nato dagli ambienti del giornalismo e dei giornalisti che hanno iniziato a introdurre gli smartphone, ma da quegli anni a oggi molto è cambiato. Per questo motivo Mojofest sta interpretando una vera metamorfosi nella sua quinta edizione che andrà in scena dal 6 all’8 giugno prossimo a Galway (se vuoi prendere il biglietto clicca qui). Il massimo evento della mobile content creation al mondo, infatti, si sta allontanando dal giornalismo per diventare il punto di riferimento internazionale di ogni innovazione possibile nel linguaggio di produzione dei media. “Questa è la sfida – confessa Mulcahy, il boss è ancora molto impegnato nell’organizzazione in questi giorni – che voglio portare avanti. Ormai puoi ben dire che la definizione mobile journalism è morta e che questo mondo e questa cultura sono molto di più, indipendentemente dall’hardware. La mobile content creation è giornalismo, video, foto, è creatività, è comunicazione per le aziende ed è anche cinema. Credo che il programma della tre giorni di Galway lo dica molto bene”.

Un programma mai così ricco.

Ho guardato le manovre di Mojofest da lontano con qualche timore negli ultimi mesi. Anche io sono vittima del mio passato giornalistico: faccio fatica a creare nuovi schemi nel mio modo di lavorare. Per questo motivo non mi sento mai abbastanza “mobile”. Sinceramente non capivo dove si stesse dirigendo Glen con il suo team. Poi ho avuto la fortuna di sentirlo parlare: “Il programma abbraccia linguaggi, strumenti, personaggi, campi e contenuti che ormai prescindono dal telefono e daprogramma ll’hardware che possiamo mettergli sopra – ha spiegato Mulcahy -. Ormai la mobile content creation è ovunque e ovunque esprime novità e potenzialità. Non dobbiamo rimanere ancorati alle definizioni, ma pensare che la filosofia “mojo” è un modo di intepretare il rinnovamento nel mondo dei media. Per questo motivo chiedo alla community che sia più coraggiosa e che lasci stare i particolarismi”. Effettivamente è un appello forte, sostenuto da un programma mai così ricco.

Il meglio dell’innovazione nei media.

Da Yusuf Omar a Philip Bloom, da Matt Navarra a Dima Khatib, managing director di AJ+, tutti quelli che stanno cambiando il senso e il linguaggio del giornalismo e dei media internazionali saranno lì, con una buona parte dedicata anche alla fotografia (che per la prima volta avrà una sua collocazione nella manifestazione Smartphoto Fest). Ci sarà un po’ di Italia con Angelo Chiacchio, giovane designer e filmmaker che non conosco ma che ha una carriera e un portfolio di valore assoluto. Insomma, il meglio dell’innovazione nei media cui si è aggiunto anche il maestro Mike Castellucci, fuoriclasse americano dello storytelling via iphone. Se vuoi sapere come cambierà il mondo, insomma, devi essere a Galway dal 6 all’8 giugno prossimi. Io ci andrò a fare lo studente, a imparare da una squadra di speaker di cui ho fatto parte negli scorsi e che si è arricchita di visioni e professionalità di enorme valore dalle quali si può solo imparare.

Il futuro deve, però, essere diverso

Andrò a Galway a studiare, a incontrare, a intervistare, a scrivere per te, ma già da ora capisco che il futuro deve essere diverso. Lo sforzo di Glen Mulcahy e della sua impresa deve essere giustamente aiutato a diventare più grande e sempre più aperto. Per un motivo: qui non si parlerà più di mobile journalist, di piccoli orticelli di piccole parrocchie. Qui non si devono più nemmeno sentire i contrasti tra produttori di microfoni audio o di app, di gimbal o di lenti, i quali per disputarsi qualche centinaio di clienti in più parlano male l’uno dell’altro. Vedo e sento delle cosette che non mi fanno piacere, specialmente nel settore dell’audio, le quali vanno a detrimento del risultato per i creator e per il futuro di questa cultura.

Si chiama business ed è giusto così

Qui non si deve dubitare se sia un business o no: è business, perché se no ci troveremmo a far due chiacchiere in un pub di Galway la mattina, non la sera dopo aver ragionato e lavorato tutto il giorno sul futuro dei media. Ho visto perfino attacchi personali a Mulcahy che condanno in modo assoluto. Non ci fosse stato il suo lavoro, noi tutti nella comunità saremmo ancora all’età della pietra della mobile content creation. E’ giusto che Mulcahy faccia il suo verso e sviluppi il suo business, perché questa community e questa impresa realizzata dal giornalista irlandese sta cambiando la vita di tutti noi. E deve ottenere il risultato migliore possibile, con l’aiuto di tutti. Chi sostiene il contrario è come minimo in malafede.

Un’occasione da non perdere

A Mojofest, invece, spero si detti la linea per il rinnovamento di tutto il linguaggio e il mondo dei media, sia che si abbia uno smartphone, che si abbia una DSLR o una telecamera impiantata nell’occhio. Se Mojofest saprà diventare il luogo dove il mondo della creatività e dei media cambiano e si rinnovano allora avremo tutti vinto la sfida. Se non sarà così, però, credo che il futuro sarà molto scuro e che tutti noi resteremo chiusi nei nostri piccoli orti a coltivare le nostre quattro piante. Avendo perso la più clamorosa delle occasioni.

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