Il Digital Omnibus on AI che ha rivisto l’AI Act, la norma europea che regola l’uso dell’intelligenza artificiale (2024/1689), diventa legge dal 27 luglio 2026. Questo pacchetto di adeguamenti deciso dall’Unione non riscrive da capo le regole sull’IA, ma ne corregge alcuni punti e ne rende l’applicazione più sostenibile per le imprese.
Che cos’è il Digital Omnibus on AI?
Il Digital Omnibus on AI (regolamento europeo 2026/1744) è quel pacchetto di adeguamenti normativi che l’UE ha allestito per chiarire alcuni obblighi richiesti dall’AI Act e rinviarne altri, più in particolare quelli che non riuscivano a essere rispettati nel cronoprogramma di entrata in vigore del Regolamento Europeo 1689. Il Digital Omnibus on AI si è impegnato a precisare le cose per quanto riguarda più di un testo normativo, ma è soprattutto entrato nel merito delle procedure che devono svolgere le aziende che creano (supplier, fornitori) o utilizzano l’IA (deployer, utilizzatori). Se vuoi leggere il testo lo trovi qui.
L’articolo 4 rivisto: il concetto più importante
La parte di questo Digital Omnibus che interessa le aziende che forniscono o utilizzano sistemi di IA è quella che ha rivisto il testo dell’articolo 4 dell’AI Act, dedicato all’alfabetizzazione in materia di IA. Prima si parlava di garantire un livello di alfabetizzazione IA per il personale. Dal ventisette luglio si parlerà invece di adottare misure per sostenere lo sviluppo di quell’alfabetizzazione, senza dover garantire un livello specifico per ogni singola persona.
Digital Omnibus on AI: cosa cambia a livello operativo?
La differenza vera è che prima sembrava di dover dimostrare un livello raggiunto da tutti. Con il Digital Omnibus on AI l’obbligo è adottare misure proporzionate alle competenze e ai processi aziendali di ogni risorsa di ogni azienda che utilizzi l’Intelligenza Artificiale. Il testo non impone certificati specifici né un formato fisso di documentazione, ma è una scelta praticamente obbligata di fatto.
Ora ti spiego anche il perché: la legge 132/2025 conferisce il mandato di ispezionare le aziende all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale al fine di verificare la conformità delle stesse alle leggi europee che ora sono strutturate visto che c’è l’AI Act e il Digital Omnibus on AI che adegua in modo definitivo il primo testo. Questa agenzia può entrare in un’azienda e fare ispezione, producendo poi un audit di conformità e invitando l’azienda stessa a sanare irregolarità eventuali entro un congruo tempo (questo dicono i decreti attuativi della 132 peraltro ancora in approvazione). Altrimenti scattano sanzioni.
I documenti non sono obbligatori, ma è il caso di farli
Ora, quindi, c’è un obbligo di sostenere con misure proporzionate la formazione affinché i lavoratori di un’azienda diventino capaci di utilizzare in modo corretto l’IA, ma non c’è obbligo in merito alla tipologia di formazione e alla creazione e detenzione di documentazione attinente a questo processo. Il testo del 2026/1744 non impone certificati specifici né un formato fisso di documentazione. Però un dossier interno all’azienda, snello e preciso, aiuterebbe in modo decisivo l’eventuale interazione con l’ACN in visita per un’ispezione. Potrebbe contenere: inventario degli strumenti e dei casi d’uso, policy interna e guida per i dipendenti, materiali e aggiornamenti formativi, traccia di chi li ha ricevuti, un referente e una data di riesame, e un registro minimo di incidenti o dubbi emersi.
“Ma io non uso l’IA… quindi”
Quindi: ipotesi A… non è vero perché è come dire “in azienda non usiamo l’elettricità”. L’IA è ormai energia cognitiva e potenza di calcolo, è un’infrastruttura e non un gadget. L’IA entra quando l’addetta commerciale usa ChatGPT per una mail, quando il marketing genera un’immagine per una presentazione pubblica o un contenuto per il sito, quando un assistente nel software che hai acquistato e che usi per i tuoi processi aziendali suggerisce un testo o riassume un documento. Entra in gioco quando un tuo collega o tu, senza dire niente ai capi, mettete in una IA consumer dati magari sensibili per l’azienda o i clienti. Il guaio è dietro l’angolo.
Ipotesi B… non la usi ma lo devi poter dimostrare. Non usarla davvero è possibile, ma solo se è una scelta esplicita: strumenti mappati, regole chiare e controlli coerenti. Altrimenti non è assenza di IA, è assenza di governo dell’IA. Ah, a proposito: la necessità di conformità a queste regole, sebbene meno stringenti della prima versione dell’AI Act, è di tutte le aziende che usano l’IA in qualsiasi settore e a qualsiasi livello. Se ti servono altri chiarimenti in merito, guarda questo video.
Una legge edulcorata o un’opportunità?
Risale a qualche giorno fa, esattamente al 22 luglio 2026. Nel frattempo il Digital Omnibus è stato approvato ed entra in vigore, quindi le cose sono un po’ cambiate, ma il senso dello spiegone resta giusto. Ci sono anche altri dettami normativi importanti che arrivano a scadenza il 2 agosto 2026, oltre a quello della formazione. Sto parlando, per esempio, di quello dell’obbligo di trasparenza nell’utilizzo dell’IA e nella pubblicazione di contenuti generati dall’IA o alterati in modo qualitativo dall’IA.
Tuttavia il cambiamento più importante per le aziende è quello di cui ti ho parlato: riguarda la formazione. Ultima considerazione: questa legge europea sull’IA esce un po’ depotenziata dalla revisione operata dall’UE con il Digital Omnibus on AI. So già cosa succederà in Italia: tutti faranno finta di niente o diranno (cosa che ho già sentito con le mie orecchie) “ah ma io non uso l’IA”. Se gli obblighi per i settori più critici, come ho scritto in questo articolo, slittano al 2027, gli obblighi come quelli di cui ti ho parlato in questo articolo sono legge da un po’. Dal 2 di agosto partono le ispezioni.
Il problema che devi risolvere, la domanda cui devi rispondere è questa: vuoi trasformare la cultura della tua azienda immettendo l’IA nei suoi circuiti, nei suoi processi e nelle sue vene dando la corretta conoscenza e strumentazione alle persone o vuoi fare finta di niente?
Cioé: vuoi far finta di niente e scappare tra le maglie di una legge edulcorata o vuoi cogliere l’opportunità di cambiamento?
Codex di Open AI mi ha aiutato nella verifica delle fonti . Tutte le parole di questo articolo sono mie.
Non ce l’ho con qualcuno in particolare. In questi ultimi mesi, però, tra letture online, social, aule virtuali e incontri reali, ho visto un panorama sempre più desolante. Vuoi che ti dica a cosa mi riferisco?
Semplice: mi riferisco all’assenza di cultura digitale, di competenze reali nell’uso del computer, di consapevolezza nel momento in cui facciamo un’azione con un pc. Ho visto materializzarsi davanti a me sempre più chiaramente una popolazione, quella italiana, la quale non viene formata all’uso dei computer e delle macchine se non in ambiti tecnici. Di conseguenza è costretta ad acquisire usi e competenze in modo autonomo e viene informata e formata dai metodi con cui le aziende che producono software e hardware invitano a usare le loro creazioni, i loro prodotti.
Un popolo di zombie tecnologici
Risultato? Siamo un popolo di zombie rimbambiti che usano i social come ebeti, cliccano sui computer lamentandosi al primo colpo se qualcosa non va, fanno scrivere email a ChatGPT, non sanno che cos’è un cloud, non capiscono come disdire un abbonamento a Netflix o come togliere una app dallo smartphone. Un popolo di ignoranti e rimbambiti digitali. Non parlo solo delle persone con meno istruzione (anzi magari quelle sono pure più sveglie perché abituate a risolvere i problemi per campare). Parlo di fior di laureati, di persone adulte, padri e madri, mariti e mogli, professionisti veri.
Poi c’è perfino una categoria speciale: quella di “eh cosa vuoi che sia, due click!”. Quelli sono quelli che pensano che la tecnologia, l’IA, il digitale, la sicurezza dei dati, siano costi che si possono tagliare o “spicciarsela” con poco, con il cuggino che ne sa. Sono fenomenali. Ieri ho baccagliato tutto il giorno per sapere che poi un cliente ha deciso di fare le cose in autonomia per andare a trovare da solo i documenti con le specifiche di conservazione dei dati di tracciabilità di una app che ha fatto creare per la sua produzione. Ho sorriso. Tornerà e il preventivo che gli ho preparato aumenterà del 30%.
Ignoranza digitale e fallimento della scuola italiana
Perché siamo finiti così? Eravamo dei bravi tecnici ed esportiamo in tutto il mondo leader tecnici della rivoluzione IA ancora oggi. Eppure la popolazione di lavoratori è sguarnita completamente di fronte alla rivoluzione che sta ribaltando qualsiasi lavoro e qualsiasi paradigma. Siamo un popolo dotato di una potente ignoranza digitale.
Siamo finiti così perché la scuola italiana di oggi non rappresenta la necessità di comprensione tecnologica che hanno le persone e la ghettizza a situazioni, indirizzi o facoltà tecniche. Siamo finiti così perché le aziende non valorizzano le persone e non danno loro modo di formarsi adeguatamente quando hanno delle carenze di competenza tecnologica. E infine siamo finiti così perché paghiamo malamente l’onere di essere nel continente che ancora, per fortuna, difende i diritti, ma non riesce a trovare il modo di stare al passo con la competizione internazionale della rivoluzione IA.
Il mondo IA va a 300 all’ora, noi a 30. Le novità tecnologiche vengono presentate un giorno e il giorno dopo invadono il mercato anglofono. Da noi arrivano 7-8 mesi dopo, solo in seguito al passaggio dei controlli delle leggi europee. Lo dico, è giusto e sono fiero che sia così, a livello concettuale. Tuttavia, bisogna trovare un rimedio a queste lungaggini che frenano la nostra crescita e la possibilità di poter sviluppare lavoro, business e aziende. Dobbiamo poter andare alla stessa velocità di chi riceve un nuovo strumento tecnologico per potenziare il suo lavoro al giorno uno della creazione dello strumento stesso. Altrimenti l’ignoranza digitale e l’arretratezza tecnologica prenderanno il sopravvento.
Cambiare l’AI Act in meglio, ma subito!
Non so come si possa fare, ma si deve fare in modo che l’AI Act, per esempio, non perda il suo valore dal punto di vista della difesa dei diritti delle persone e dei cittadini, ma istituisca dei modi snelli e veloci di parificare queste novità tecnologiche alle necessità delle nostre leggi.
L’obiettivo è evitare che passi un anno prima che io possa veder comparire nel mio computer le novità che Google ha presentato, per esempio, nell’ultimo Google I/O avvenuto il 19 maggio 2026.
Se non facciamo qualcosa, il nostro precipitare nell’ignoranza tecnologica e il rallentamento dello sviluppo come sistema economico diventeranno cristallizzati. Cominceremo a trasformarci in un terzo mondo tecnologico, ma senza la voglia di crescere dei paesi in via di sviluppo, perché siamo un paese di vecchi, di individualisti, che non riesce a fare sistema per evolvere.
Smetto con queste lamentele e ritorno a fare quello che ci crede, ma ti dico che a volte è molto faticoso andare avanti a spiegare l’intelligenza artificiale a chi non riesce nemmeno a spostare un file da una cartella all’altra nel proprio computer.
L’AI Act o regolamento 1689/2024 è l’ambiziosa legge quadro per lo sviluppo e l’uso in sicurezza dell’intelligenza artificiale approvata in Europa. Una legge coraggiosa perché pionieristica, basata sulla classificazione dei rischi connessi all’uso dell’IA in determinati settori. Una legge che è stata contestata da più parti per gli aspetti troppo burocratici connessi alla sua adozione. Un testo che ha il senso di proteggere i diritti dei cittadini europei in merito ai loro dati personali, ma che, a detta di molti, cade nelle procedure cervellotiche per arrivare al risultato.
A che punto è l’adozione dell’AI Act?
Intanto chiariamolo subito: l’AI Act è legge ed è stato anche recepito nei suoi concetti dalla legge italiana sulla IA, la 132/2025. Quindi non si può far finta di niente. L’ AI Act per ora è entrato in vigore ed è operativo per quanto riguarda i sistemi IA che ci sottopongono a rischi inaccettabili (tipo la sorveglianza di massa). L’articolo 4 del testo europeo pone già oggi un obbligo di avere in azienda persone formate all’uso consapevole dell’IA, ma ancora non specifica che la formazione deve essere certificata. Queste parti sono entrate in vigore il 2 agosto del 2025.
L’AI Act è sotto attacco?
Nei mesi scorsi ho fatto sul mio canale Youtube un video sulle pressioni che le aziende tech mettevano sulla Commissione Europea per cercare si stemperare la rigida forma di questa legge (naturalmente a vantaggio di una bella deregulation). Rivedilo perché fa parte del ragionamento.
Da quel video a oggi è diventato reale lo slittamento del cronoprogramma per far entrare in vigore tutti gli obblighi della legge. O meglio lo diventerà in giugno, ma la direzione è già stata tracciata.
Esattamente succede questo: la Commissione europea ha annunciato un rinvio di 16 mesi (al massimo) per l’applicazione delle norme relative ai sistemi ad alto rischio, spostando la data limite da agosto 2026 a dicembre 2027. La decisione è inserita nel pacchetto “Digital Omnibus”.
Cosa succederà all’AI Act tra aprile e giugno 2026?
Tra aprile e giugno 2026 si svolgono i triloghi tra Parlamento e Consiglio UE per il testo definitivo dell’Omnibus. A giugno è attesa anche la versione finale del Codice di buone pratiche su watermarking e etichettatura AI. L’adozione formale del Digital Omnibus è stimata per l’estate 2026. Se il Digital Omnibus non verrà adottato prima di agosto 2026, tornerà automaticamente in vigore la timeline originaria dell’AI Act per i sistemi ad alto rischio.
Quindi le aziende che operano in campi come la sanità, la formazione, la finanza, il lavoro e altri campi simili che hanno a che fare con dati personali degli utenti, dovranno fare attenzione: o passa lo spostamento (allora si respira) o tornano le scadenze originali e allora sono guai (o giù di lì).
La tabella sull’AI Act che devi leggere
Ti riassumo in una tabella interattiva quello che è successo e quello che deve succedere, affinché tu possa tenerti da parte questo pezzullo e gestirlo come un taccuino di riferimento.
L’infografica è stata generata da Imagen 2 di Open AI e vistata dal’autore.
Se stai valutando come muoverti concretamente rispetto a queste scadenze, è esattamente il tipo di lavoro che faccio con aziende e professionisti. Scrivimi.
Come mai l’Unione Europea ha fatto marcia indietro?
Nello scacchiere internazionale l’Unione Europea sta soffrendo parecchio. Per questo non si riescono a comprendere fino in fondo le ragioni della brusca frenata sull’AI Act da parte dell’Unione Europea. Potrei abbozzare tre punti, ma ti avverto subito: quello che mi preoccupa di più è l’ultimo. Eccoli:
Standard tecnici non pronti. La proposta subordina l’entrata in vigore delle norme alla effettiva disponibilità di strumenti di supporto cruciali, in particolare gli standard necessari per la conformità delle aziende. Insomma siccome non ci sono i certificatori è inutile far entrare in vigore la legge prima del tempo. Effettivamente…
Le aziende europee usano poca IA. Solo il 13,5% delle imprese europee utilizza IA. Si tratta di una percentuale molto inferiore rispetto agli Stati Uniti, dove adozione e investimenti crescono rapidamente. Con il “Rapporto Draghi” che segnala una competitività in calo, i leader europei hanno capito che un eccesso di regole rischia di soffocare le startup IA domestiche prima ancora che possano crescere, ma anche l’adozione della IA per tutte le altre (determinante per competere sui vari mercati).
La pressione politica. All’Europa hanno contribuito le pressioni del comparto tech nel Vecchio continente e oltreoceano, per non dire dell’ostilità dell’amministrazione Usa targata Donald Trump verso l’arsenale digitale dell’Ue.
Le due questioni peggiori
Le due situazioni peggiori sono le ultime due. Poca adozione e tanta burocrazia? Vero, ma mi viene spesso da pensare che la causa della prima… sia la seconda. Lo vedo molto bene da formatore e consulente e ti faccio un esempio pratico. Google sta per rilasciare un pacco di aggiornamenti che potrebbero letteralmente cambiarci la vita, il lavoro e lo studio. Questi aggiornamenti sono già operativi da mesi sul mercato americano. Quindi gli americani hanno già in tasca i vantaggi derivanti. Noi, qui nella vecchia Europa, siamo ancora in fase di analisi degli strumenti targati Google. In attesa che queste procedure possano essere completate perdiamo mesi, anni. E non va bene, bisogna trovare una via per rimediare.
La seconda situazione è più chiara. Pressione politica ed economica. I 500 milioni (a spanne) di cittadini europei fanno comunque gola alle aziende americane che, per diventare compliant alle leggi del Vecchio Continente, spendono soldi. Troppi, a loro dire. Da mesi le tech giant aiutate da Trump fanno pressione affinché l’AI Act sia edulcorato, sminuzzato, reso innocuo davanti al loro strapotere.
Cosa fanno le IA con i dati degli utenti?
Già, è questa la domanda. Cosa fanno le IA con i tuoi e i miei dati? Fanno una cosa che l’AI Act vorrebbe regolare. Li usano a loro piacimento (e non sai nemmeno dove li mettono). Cioé l’Ai Act (assieme al Digital Service Act) vuole rappresentare una legge prescrittiva su tutta una serie di cure e di diritti degli utenti che negli Usa non vengono nemmeno percepiti come tali.
Dopo 20 anni a farci rubare i dati dai social, ora ci si mettono Chat Gpt e compagni. Anche no eh…
L’Ai Act, in questo senso, è da difendere, ma deve cambiare modalita applicative affinché non siano una pletora di regole che incatenano chiunque voglia fare un’IA in Europa o utilizzarla in un’azienda europea. Tuttavia non deve essere Trump a dirci come.
Ricorda che scrivi in prima persona autoriale, con tono giornalistico. Dammi un attimo sul tono e la voce che stai usando nel pezzo — lo scrivo già calibrato al tuo stile FacLab, diretto e senza tecnicismi.
Il rinvio non è una vacanza
Chiariamo subito una cosa: il Digital Omnibus non ha messo in pausa l’AI Act. Ha spostato alcune scadenze. Quelle che riguardano te (o la tua azienda) potrebbero essere già scattate.
I divieti sulle pratiche inaccettabili sono in vigore dal febbraio 2025. Gli obblighi per i modelli di uso generale — quelli che stai usando ogni giorno, da ChatGPT a Copilot — sono attivi dall’agosto 2025. L’obbligo di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione AI al proprio personale, sancito dall’art. 4 del Regolamento, vale già oggi.
Da agosto 2026 scattano gli obblighi di trasparenza sui contenuti generati da IA. Da novembre 2026, se produci immagini, video o testi con strumenti generativi, dovrai marcarlo. Il watermarking non è un dettaglio tecnico: è un obbligo che riguarda direttamente giornalisti, comunicatori, uffici marketing, agenzie.
E adesso che cosa succede?
Ecco le tre cose che devi fare in ordine di urgenza.
Mappare i sistemi IA in uso specifricando quali strumenti, per quali funzioni, a quale categoria di rischio appartengono secondo il Regolamento. Non è un esercizio accademico, è la base di qualunque discorso di compliance.
Formare il personale. L’obbligo c’è già, e dimostrare di averlo rispettato passa quasi sempre attraverso la documentazione di un percorso formativo.
Verificare di avere un Data Processing Agreement firmato con ogni provider di strumenti AI che tratta dati per conto dell’organizzazione.
L’algoritmo intanto continua a girare
C’è un aspetto del rinvio che raramente viene nominato, e che vale la pena mettere a fuoco.
Le norme sui sistemi ad alto rischio erano state pensate (tra le altre cose) per regolare l’IA usata nella selezione del personale. Un sistema che analizza i curriculum e assegna punteggi ai candidati è, per il Regolamento, un sistema ad alto rischio: può influenzare in modo determinante l’accesso al lavoro di una persona. Se quel sistema è addestrato su dati storici distorti (come spesso accade) rischia di replicare e amplificare discriminazioni già esistenti: favorire gli uomini sulle donne, penalizzare certi cognomi, escludere chi ha avuto carriere non lineari.
Quelle norme dovevano entrare in vigore ad agosto 2026. Ora si aspetta dicembre 2027.
Nel frattempo, gli algoritmi già in uso nelle HR di molte aziende continuano a girare, senza obblighi di trasparenza, senza audit, senza registrazione in alcun database europeo. Il rinvio ha dato più tempo alle imprese per adeguarsi. Ha dato lo stesso tempo ai sistemi difettosi per continuare a operare indisturbati.
Questo non è un argomento contro il rinvio in sé — che ha ragioni tecniche reali, legate alla mancanza di standard armonizzati. È un promemoria su cosa significa, nella pratica, spostare un orologio.
Cosa deve fare il lavoratore per essere compliant all’AI Act?
Comincio dal dirti che devi crearti una competenza di AI literacy indipendentemente dal fatto che sia un obbligo della tua azienda il fatto che tu ce l’abbia. Chi la costruisce ora, vale di più, indipendentemente dalla legge. Poi sappi che qualsiasi contenuto venga creato con l’aiuto anche non qualitativo della IA va etichettato: tutti coloro che lavorano nella comunicazione e nei media dovranno capire cosa fare.
Poi questo quadro normativo si muove come un mosaico di adempimenti e quindi va seguito. Sarà il caso che tu torni a FacLab spesso per vedere la tabellina che ti ho lasciato qui sopra con le scadenze. Ignorarlo non è un opzione, ma scegliere cosa affrontare prima, beh, quella si.
Questo articolo è stato redatto con l’apporto non qualitativo di Claude AI. Tutte le frasi di questo articolo sono state realizzate o approvate dall’autore. Le immagini sono generate da Imagen 2 di Chat Gpt.
Jobpocalypse: cosa significa per chi si riqualifica.
Tempo di lettura: 17 minuti.
Il 41% dei leader aziendali globali afferma che l’intelligenza artificiale sta consentendo riduzioni dirette del personale nelle loro organizzazioni. Non si tratta di previsioni o scenari futuri: è quello che sta accadendo ora, nel 2025.
Secondo il recente report “Evolving Together: AI, automation and building the skilled workforce of the future“ pubblicato dal British Standards Institution (BSI), basato su interviste a oltre 850 leader aziendali in 8 paesi, stiamo vivendo quella che viene definita “jobpocalypse”: un collasso sistemico del modello tradizionale di ingresso nel mondo del lavoro.
Ma cosa significa davvero questo fenomeno? E soprattutto: come possono orientarsi i professionisti che stanno investendo nella riqualificazione?
I numeri della jobpocalypse: cosa dice la ricerca BSI 2025
Il British Standards Institution (l’ente certificatore nazionale inglese, l’equivalente del nostro Rina) ha condotto un’indagine su 853 business leader in 8 paesi (Cina, Giappone, Australia, Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e India) tra agosto 2025, analizzando anche i report annuali di 123 aziende attraverso strumenti di analisi AI.
Le riduzioni di personale sono già in atto
I numeri parlano chiaro:
41% dei leader afferma che l’IA sta consentendo riduzioni dirette del personale
50% dichiara esplicitamente che l’AI sta aiutando a ridurre il numero di dipendenti
18% delle aziende investe in IA specificamente per ridurre il personale
Come è cambiato il processo decisionale aziendale
La vera rivoluzione sta nel modo in cui le aziende pensano al lavoro:
31% delle organizzazioni oggi esplora soluzioni AI prima di considerare l’assunzione di persone
40% prevede che questo diventerà la norma entro 5 anni
61% investe in IA principalmente per aumentare produttività ed efficienza
49% per ridurre i costi operativi
Per decenni il paradigma è stato: “Il lavoro lo fanno le persone, le macchine aiutano”. Oggi si sta invertendo: “Il lavoro lo fanno i sistemi AI, le persone intervengono quando necessario”.
Questo non è solo un cambiamento operativo, ma un cambiamento nel modo stesso di pensare il lavoro.
L’impatto devastante sui ruoli entry-level
Il dato più allarmante riguarda i lavori entry-level, quelli tradizionalmente destinati a chi inizia la carriera:
39% delle aziende ha già ridotto o eliminato posizioni junior grazie all’IA
43% prevede ulteriori tagli nei prossimi 12 mesi
55% dei leader ritiene che i benefici dell’IA compensino le disruzioni sulla forza lavoro
Quali paesi sono più colpiti?
L’India guida questa trasformazione con il 50% delle aziende che hanno ridotto ruoli junior. Seguono Australia (57% dichiara che l’AI aiuta a ridurre il personale a livello junior) e Cina (61% prevede riduzioni future). In Italia e in Europa, il fenomeno è in crescita ma ancora meno aggressivo rispetto all’Asia-Pacifico.
Chi colpisce davvero: la “Generation Jaded”
Il report BSI introduce un termine nuovo e inquietante: “Generation Jaded” – dall’acronimo “Jobs Automated, Dreams Eroded” (lavori automatizzati, sogni erosi).
Si riferisce a quella generazione che:
Ha già subito disruzioni nella formazione scolastica a causa del Covid-19
Si trova ora di fronte a un mercato del lavoro che elimina proprio i ruoli pensati per chi inizia
Rischia di non sviluppare mai le competenze che si acquisivano attraverso l’esperienza entry-level
L’ammissione dei manager: “Siamo stati fortunati”
I dati più significativi vengono proprio dai leader che oggi prendono queste decisioni:
56% dichiara di essere stato “fortunato” ad aver iniziato la carriera prima che l’IA trasformasse il proprio settore
43% ammette che non avrebbe sviluppato le competenze attuali se l’IA fosse stata disponibile all’inizio della carriera
28% si aspetta che il proprio ruolo attuale non esisterà più entro il 2030
È come se avessero salito una scala e poi, una volta arrivati in cima, avessero tolto il primo gradino dietro di loro.
Il pericolo della “skills latency”
Il report evidenzia un pericolo strutturale: la latency delle competenze – un ritardo generazionale nello sviluppo delle capacità professionali.
Se un’intera generazione non ha accesso ai ruoli formativi entry-level, chi ricoprirà i ruoli senior tra 10-15 anni? Come si formeranno i futuri manager se non potranno fare esperienza sul campo?
Le aziende stanno ottimizzando per l’efficienza di oggi, ma stanno creando un problema di talento per il domani.
Perché sta succedendo: il paradosso dello spazio formativo
Le mansioni entry-level che l’IA sta eliminando non erano solo “lavoro produttivo”. Erano spazio formativo – il luogo dove si imparava a lavorare.
Cosa si imparava nei ruoli entry-level
I primi lavori insegnavano competenze che nessuna scuola o università può dare:
Gestire il tempo quando hai troppe cose da fare
Comunicare in modo efficace in contesti professionali
Capire come funzionano davvero le dinamiche aziendali
Riconoscere le priorità vere da quelle apparenti
Reggere lo stress e la pressione
Imparare a sbagliare e correggersi
Costruire relazioni professionali
Navigare la politica aziendale
L’IA può fare ricerche, compilare report, gestire agende, rispondere a email routine. Ma non può insegnare queste meta-competenze che si sviluppano solo attraverso l’esperienza vissuta.
L’analisi dei report aziendali rivela le priorità
Un dato significativo emerge dall’analisi AI dei 123 report annuali esaminati dal BSI: il termine “automation” è citato quasi 7 volte più frequentemente di “upskilling”, “training” o “education”.
Le aziende comunicano l’IA principalmente come:
Driver di innovazione
Vantaggio competitivo
Strumento di efficienza
Con molto meno enfasi su:
Implicazioni sulla forza lavoro
Investimenti in capitale umano
Preparazione dei dipendenti al futuro
Solo il 34% delle aziende intervistate ha un programma di formazione strutturato per preparare i dipendenti all’uso dell’IA. In Giappone questa percentuale scende al 16%, mentre in India sale al 64%.
La visione di Stuart Russell: “Dovremo diventare bravi a essere umani”
Stuart Russell è professore di Computer Science a UC Berkeley, direttore del Center for Human-Compatible Artificial Intelligence, e autore del manuale universitario più usato al mondo per studiare IA.
Nel suo libro “Human Compatible: Artificial Intelligence and the Problem of Control” (2019 – a questo link trovi l’edizione italiana che si intitola “Compatibile con l’uomo“), Russell pone una domanda fondamentale: cosa succede quando le macchine possono fare la maggior parte del lavoro produttivo?
La sua risposta cambia prospettiva
“Forse le generazioni future si chiederanno perché mai ci siamo preoccupati di una cosa tanto futile come il ‘lavoro’. Nel caso in cui questo mutato atteggiamento tardasse ad arrivare, la maggior parte delle persone sarà impegnata a fornire servizi interpersonali che possono essere offerti – o che preferiamo siano offerti – soltanto dagli esseri umani. Vale a dire che se non possiamo più fornire un lavoro fisico e mentale di routine possiamo comunque fornire la nostra umanità. Dovremo diventare bravi a essere umani.”
Cosa significa concretamente
Russell non sta facendo retorica. Sta identificando una categoria specifica di competenze che l’IA non può replicare:
Servizi che richiedono umanità autentica:
Empatia vera (non simulata)
Giudizio morale in contesti complessi
Interpretazione di situazioni ambigue
Costruzione di relazioni di fiducia duratura
Creatività contestuale e laterale
Capacità di dare senso alle esperienze umane
Russell sottolinea che le persone non vogliono solo essere efficienti. Vogliono sentire che il loro lavoro ha senso, crea valore relazionale, richiede impegno significativo.
La jobpocalypse non è quindi solo una crisi economica del mercato del lavoro. È una crisi antropologica: ci costringe a ridefinire cosa rende il lavoro umano insostituibile.
Se ti stai riqualificando, hai già un vantaggio competitivo
Ecco una buona notizia: se sei un professionista che sta investendo nella riqualificazione, hai un vantaggio competitivo fondamentale rispetto alla Generation Jaded.
Cosa hai già che non può essere replicato
✅ Hai già attraversato la fase formativa entry-level – Conosci cosa significa lavorare in un’organizzazione reale
✅ Possiedi le meta-competenze che si acquisiscono solo attraverso l’esperienza diretta
✅ Sai come funzionano le dinamiche organizzative – Capisci la politica aziendale, le gerarchie, le relazioni
✅ Hai esperienza nel gestire stress, deadline, conflitti – Sai come reagire quando le cose non vanno come previsto
✅ Hai costruito resilienza professionale – Hai fatto errori, hai imparato, ti sei adattato
Il problema (e la soluzione)
Il problema: Queste competenze da sole non bastano più nel mercato attuale che richiede anche expertise tecnica avanzata.
La soluzione: Integrare competenze verticali specialistiche con l’esperienza orizzontale già acquisita. Questa combinazione – esperienza umana profonda + competenze tecniche – è esattamente quello che il mercato cerca e che l’IA da sola non può fornire.
Le 4 competenze chiave da sviluppare per il futuro
1. Problem Solving Complesso e Non Strutturato
Cosa significa: Affrontare problemi senza regole predefinite, gestire l’ambiguità, applicare creatività laterale, interpretare situazioni senza precedenti.
Perché l’IA non può farlo: L’intelligenza artificiale eccelle nei compiti ben definiti con obiettivi chiari e misurabili. Ma fallisce quando:
Il problema stesso è ambiguo o mal definito
Non esistono dataset storici di riferimento
Serve interpretazione contestuale profonda
L’obiettivo stesso deve essere negoziato
Come svilupparla:
Esponiti a problemi complessi multi-variabile
Pratica il pensiero sistemico
Studia casi aziendali ambigui senza soluzione univoca
Allenati a formulare buone domande, non solo a trovare risposte
Lavora su progetti interdisciplinari
2. Pensiero Critico e Valutazione dell’Output IA
Cosa significa: Riconoscere quando l’IA “sta allucinando” (inventando informazioni plausibili ma false), identificare bias negli algoritmi, validare l’accuratezza dei risultati, comprendere i limiti dei modelli.
Perché è cruciale adesso: Il report BSI mostra che solo il 34% delle aziende ha programmi di formazione per l’uso critico dell’IA. C’è un enorme gap di competenze nella supervisione dei sistemi AI. Chi sa fare questo diventa indispensabile.
Come svilupparla:
Studia come funzionano i modelli di IA (almeno a livello concettuale)
Pratica prompt engineering consapevole e strutturato
Impara a verificare le fonti citate dall’IA
Confronta output di diversi modelli sulla stessa richiesta
Documenta quando l’IA è affidabile e quando no
Studia casi di fallimenti dell’IA
3. Competenze Relazionali e Comunicative Avanzate
Cosa significa: Negoziazione in contesti complessi, mediazione di conflitti interpersonali, costruzione di fiducia duratura, lettura delle dinamiche non dette, gestione emotiva di situazioni critiche.
Perché l’IA non può sostituirle: L’IA può simulare empatia nelle risposte, ma:
Non può essere veramente empatica
Non comprende autenticamente le emozioni umane
Non può costruire relazioni basate su esperienza condivisa
Non ha storia personale da cui attingere
Non può leggere il linguaggio del corpo e il contesto fisico
Queste sono esattamente le competenze che Russell chiama “essere bravi a essere umani”.
Come svilupparle:
Formazione specifica in comunicazione efficace e non violenta
Pratica costante di ascolto attivo
Studio di psicologia organizzativa e delle dinamiche di gruppo
Esercizio deliberato di intelligenza emotiva
Mentoring e coaching reciproco
Esposizione a situazioni di conflitto gestito
4. Capacità di Apprendimento Continuo (Meta-learning)
Cosa significa: Imparare a imparare, adattarsi velocemente a nuove tecnologie e paradigmi, riconoscere cosa non si sa, cercare attivamente nuove conoscenze, aggiornare continuamente il proprio skillset.
Perché è il vero discrimine: Il mercato del lavoro cambierà più volte nel corso della tua carriera. Le tecnologie che impari oggi potrebbero essere obsolete tra 5 anni. La competenza più importante non è cosa sai oggi, ma quanto velocemente puoi imparare domani.
Come svilupparla:
Costruisci abitudini di apprendimento quotidiano (anche 30 minuti al giorno)
Diversifica le fonti di conoscenza (libri, corsi, podcast, pratica)
Pratica il “learning by doing” sistematico
Rifletti sul tuo processo di apprendimento (cosa funziona per te?)
Esci regolarmente dalla comfort zone cognitiva
Insegna ad altri ciò che impari (consolida l’apprendimento)
Il ruolo dell’AI Act europeo: perché la supervisione umana è obbligatoria (e cosa significa per te)
Il principio di “meaningful human oversight”
Sia l’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689) che la Legge italiana n. 132/2025 sull’intelligenza artificiale stabiliscono un principio fondamentale: i sistemi IA ad alto rischio devono rimanere sotto supervisione umana significativa.
Cosa significa “supervisione umana significativa”:
Un essere umano qualificato deve poter comprendere cosa fa il sistema IA
Deve poter valutare criticamente l’output prodotto
Deve poter intervenire, modificare o annullare decisioni
Deve avere le competenze necessarie per farlo efficacemente
Questo non è un suggerimento: è un obbligo legale.
Quali sistemi richiedono supervisione umana
L’AI Act classifica come “ad alto rischio” i sistemi usati in:
Gestione delle risorse umane (assunzioni, valutazioni prestazioni, licenziamenti)
Accesso a servizi essenziali (credito, assicurazioni, servizi sanitari)
Forze dell’ordine e amministrazione della giustizia
Gestione di infrastrutture critiche
Istruzione e formazione professionale
In tutti questi contesti, non può esserci automazione totale. La legge richiede sempre un professionista umano qualificato che supervisioni.
Opportunità professionali create dalla normativa
La normativa crea una domanda strutturale e crescente di professionisti capaci di:
Nuovi ruoli professionali richiesti:
AI Governance Officer: Garantire conformità normativa aziendale
AI Ethics Specialist: Valutare implicazioni etiche e identificare bias
AI Auditor: Verificare accuratezza, sicurezza e conformità dei sistemi
Human-in-the-Loop Supervisor: Supervisionare decisioni critiche in tempo reale
AI Impact Assessor: Valutare impatti su diritti fondamentali e privacy
AI Training Specialist: Formare le organizzazioni all’uso critico dell’IA
Questi non sono lavori del futuro. Sono lavori che servono adesso e che cresceranno esponenzialmente nei prossimi 3-5 anni.
La certificazione ISO/IEC 42001
Il British Standards Institution (lo stesso che ha prodotto il report sulla jobpocalypse) offre la ISO/IEC 42001 – il primo standard internazionale per i sistemi di gestione dell’IA.
Questa certificazione prepara le organizzazioni a:
Utilizzare l’IA in modo responsabile e conforme
Gestire rischi e garantire trasparenza
Implementare supervisione umana efficace
Documentare processi decisionali
Per i professionisti: Conoscere questi standard, anche a livello base, è un vantaggio competitivo significativo nel mercato del lavoro italiano ed europeo.
Strategia pratica: il framework per la riqualificazione efficace
FASE 1 – Autovalutazione realistica
Cosa fare:
Identifica le tue competenze trasversali già acquisite (esperienza, soft skills)
Riconosci onestamente i gap tecnici da colmare
Comprendi dove il tuo settore specifico sta andando
Analizza quali competenze richiede il mercato oggi
Strumenti:
Analisi dei job posting nel tuo settore
Conversazioni con professionisti già riposizionati
Studio dei trend di settore (report, ricerche)
Assessment professionale delle competenze
FASE 2 – Specializzazione tecnica mirata
Cosa fare:
Scegli un’area tecnica specifica da approfondire (non cercare di imparare tutto)
Sviluppa competenze di supervisione e valutazione critica dell’IA
Studia il quadro normativo (AI Act, ISO 42001, GDPR in relazione all’IA)
Costruisci progetti pratici che dimostrano le competenze
Focus consigliati per l’Italia:
Conformità AI Act per PMI italiane
IA nel settore manifatturiero (Industry 4.0)
IA nei servizi professionali (legal tech, consulting)
IA nella sanità (rispettando normative sanitarie)
FASE 3 – Integrazione esperienza + tecnica
Cosa fare:
Combina expertise tecnica nuova con esperienza umana consolidata
Posizionati esplicitamente come “governatore di sistemi IA”
Costruisci un portfolio che dimostri entrambe le dimensioni
Comunica il tuo valore unico (esperienza + competenza tecnica)
Come comunicarlo: “Ho 15 anni di esperienza in [settore] + competenze certificate in AI governance = posso supervisionare efficacemente l’implementazione di sistemi IA garantendo conformità e risultati di business”
FASE 4 – Sistema di apprendimento continuo
Cosa fare:
Crea abitudini di aggiornamento costante (es. 30 min/giorno)
Diversifica fonti e tipologie di apprendimento
Mantieni flessibilità cognitiva attraverso esposizione a nuovi ambiti
Costruisci una rete professionale che condivide conoscenza
Conclusioni: la riqualificazione non è un’opzione, è la risposta strategica
La jobpocalypse è reale e presente
I dati del report BSI 2025 non lasciano spazio a dubbi:
✅ Il 41% delle aziende globali usa l’IA per ridurre personale
✅ Il 39% ha già tagliato ruoli entry-level
✅ Il 43% prevede ulteriori tagli entro la fine del 2025
✅ La Generation Jaded rischia un gap formativo generazionale senza precedenti
✅ Il 56% dei manager ammette di essere stato “fortunato” a iniziare prima dell’IA
Ma i professionisti esperti hanno carte vincenti
Se ti stai riqualificando, hai vantaggi che la nuova generazione non può ottenere:
Esperienza umana già consolidata attraverso anni di lavoro reale
Meta-competenze sviluppate sul campo (gestione stress, politica aziendale, dinamiche relazionali)
Capacità di integrare tecnica e saggezza organizzativa
Posizionamento ideale per ruoli di supervisione IA richiesti dalla normativa europea
Il messaggio di Stuart Russell
“Dovremo diventare bravi a essere umani.”
Questa non è una frase poetica. È una strategia concreta: sviluppa le competenze che l’IA non può replicare – giudizio contestuale, empatia autentica, creatività laterale, costruzione di relazioni, responsabilità morale.
La tua prossima azione
La jobpocalypse non elimina il lavoro umano. Elimina il lavoro ripetitivo, procedurale, senza giudizio contestuale.
Rimane – e diventa più centrale – il lavoro che richiede:
Umanità autentica
Interpretazione del senso
Giudizio in condizioni di incertezza
Responsabilità morale
Costruzione di relazioni di fiducia
Se stai investendo nella tua riqualificazione, stai facendo esattamente la cosa giusta al momento giusto.
Non è un percorso facile. Richiede impegno, tempo, energie, a volte sacrifici. Ma i dati mostrano che è l’unica risposta strategica efficace a un mercato del lavoro che sta cambiando in modo irreversibile.
La domanda non è più “se” riqualificarsi, ma “come” farlo nel modo più efficace possibile.
Domande frequenti sulla jobpocalypse
Cosa significa esattamente “jobpocalypse”?
Jobpocalypse è il termine coniato dal British Standards Institution per descrivere il collasso del modello tradizionale di ingresso nel mondo del lavoro causato dall’automazione tramite intelligenza artificiale. Il 41% delle aziende globali sta usando l’IA per ridurre direttamente il personale, con un impatto particolare sui ruoli entry-level (-39% già tagliati).
Quali settori sono più colpiti in Italia?
In Italia, come nel resto d’Europa, i settori più esposti sono: servizi finanziari (50% ha ridotto ruoli junior), retail (32% ha tagliato posizioni entry-level), e servizi professionali. Il settore manifatturiero (built environment) è quello meno impattato finora (25%), ma l’automazione sta accelerando con Industry 4.0.
Come posso sapere se il mio lavoro è a rischio?
Poniti queste domande: (1) Il mio lavoro comporta principalmente compiti ripetitivi o procedure standardizzate? (2) Potrebbe essere descritto come un insieme di regole chiare? (3) Non richiede giudizio contestuale complesso o relazioni interpersonali profonde? Se hai risposto sì a tutte e tre, il rischio è alto. Ma ricorda: non è il lavoro che sparisce, è il tipo di lavoro che cambia.
L’AI Act mi protegge dalla disoccupazione?
L’AI Act non impedisce l’automazione, ma richiede supervisione umana qualificata per i sistemi ad alto rischio. Questo crea nuove opportunità professionali per chi sviluppa competenze di governance, supervisione critica e valutazione etica dell’IA. Non protegge i lavori esistenti, ma crea nuovi lavori per chi si riqualifica.
Quanto tempo serve per riqualificarsi efficacemente?
Dipende dal gap da colmare e dall’intensità dell’impegno. Un percorso serio richiede generalmente 6-18 mesi di formazione strutturata (10-15 ore settimanali) per acquisire competenze tecniche di base + comprensione normativa + capacità di supervisione IA. Ma l’apprendimento continuo deve diventare permanente: il mercato continuerà a cambiare.
Ha senso riqualificarsi se ho più di 50 anni?
Assolutamente sì. Anzi, hai un vantaggio: l’esperienza professionale consolidata che hai accumulato è esattamente ciò che manca alla Generation Jaded e che l’IA non può replicare. Integrando competenze tecniche con la tua esperienza umana, diventi un profilo molto ricercato per ruoli di supervisione, governance e implementazione responsabile dell’IA.
Fonti e risorse:
British Standards Institution, “Evolving Together: AI, automation and building the skilled workforce of the future” (2025)
Stuart Russell, “Human Compatible: Artificial Intelligence and the Problem of Control” (2019)
Regolamento UE 2024/1689 (AI Act)
Legge italiana n. 132/2025 sull’intelligenza artificiale
ISO/IEC 42001 – Sistema di gestione dell’IA
Tempo di lettura: 17 minuti. Creato con l’aiuto di Claude.ai al termine di un’approfondita ricerca sull’argomento. Il testo è stato vistato da me in ogni sua riga.
Pensavo fosse una legge europea burocratica, soffocante e negativa. Su questo AI ACT mi sbagliavo di grosso.
L’AI Act è potente e coraggioso. È anche lungimirante. Mi fa pensare di essere fortunato a vivere in Europa. Questo è particolarmente vero in questi periodi di cambiamenti così “violenti” nel mondo delle macchine.
Questo testo legislativo è il primo regolamento europeo completo dedicato all’intelligenza artificiale: è la prima legge quadro al mondo. È entrato in vigore il 1° agosto 2024 e diventerà pienamente applicabile nei prossimi anni, con un calendario graduale. Molti l’hanno considerata una norma complessa. In realtà, dopo un’analisi più attenta, è una legge ben scritta, con un grande valore sociale e culturale. Non solo regola la tecnologia, ma aiuta i cittadini a convivere con l’IA costruendo fiducia.
Che cos’è l’AI Act e chi riguarda
Il regolamento si applica sia a chi sviluppa sistemi di intelligenza Chi deve rispettare l’AI Act
In pratica, devono adeguarsi tutte le organizzazioni che sviluppano, distribuiscono o utilizzano sistemi di IA in contesto professionale. Rientrano quindi:
le grandi aziende tecnologiche che creano piattaforme e modelli;
le PMI che adottano l’IA nei propri processi produttivi e di servizio;
le pubbliche amministrazioni che usano algoritmi in settori sensibili come giustizia, sanità o welfare;
le istituzioni di ricerca e le università quando sviluppano soluzioni applicabili sul mercato;
le multinazionali fuori dall’UE che offrono servizi a utenti europei.
L’AI Act stabilisce così un perimetro ampio. Chiunque usi l’intelligenza artificiale per interagire con cittadini o mercati europei è tenuto a rispettarne i principi e le regole.
Il sistema dei rischi: 4 livelli chiave
Il cuore dell’AI Act è la classificazione per rischio, che consente regole proporzionate:
Rischio inaccettabile → pratiche vietate (es. social scoring di massa, manipolazione inconscia).
Alto rischio → settori critici (sanità, giustizia, lavoro, istruzione, infrastrutture): requisiti stringenti, supervisione umana e valutazioni di impatto.
Rischio limitato → obblighi di trasparenza (chatbot e deepfake devono dichiararsi come IA).
Rischio minimo o nullo → usi quotidiani senza obblighi particolari.
Questa impostazione ha un forte valore sociale: proteggere i cittadini senza soffocare l’innovazione.
Obblighi per aziende e PA: documenti e controlli
Per dimostrare conformità, le organizzazioni devono adottare un vero sistema di gestione dell’IA. Gli strumenti principali:
AI Policy con principi, ruoli e responsabilità.
Registro dei sistemi IA utilizzati e finalità associate.
Valutazioni dei rischi e, ove richiesto, analisi di impatto sui diritti fondamentali.
Tracciabilità e monitoraggio: log delle attività, registri degli incidenti, audit trail.
Procedure di supervisione umana per il corretto utilizzo.
Non è burocrazia fine a sé stessa: sono prove di controllo, trasparenza e responsabilità.
AIMS (ISO/IEC 42001): il sistema di gestione dell’IA
L’Artificial Intelligence Management System (AIMS), definito dallo standard ISO/IEC 42001, introduce un ciclo di pianificazione, attuazione, verifica e miglioramento continuo (PDCA). L’AIMS:
integra l’IA nei processi aziendali esistenti;
struttura controlli e responsabilità;
facilita la dimostrazione della conformità all’AI Act.
Formazione e AI literacy: un dovere per tutti
L’AI Act rende centrale la formazione. Ogni lavoratore, dal management all’operativo, deve acquisire AI literacy:
cos’è l’intelligenza artificiale;
quali rischi e limiti comporta;
come usarla in modo sicuro e responsabile.
Ruoli e responsabilità in azienda
Per garantire la compliance, le organizzazioni dovranno nominare figure precise:
Referenti per la sicurezza e la protezione dei dati.
I lavoratori concorrono attivamente in diversi modi. Devono rispettare le policy. Non devono introdurre software non autorizzati. Devono segnalare anomalie. Inoltre, devono distinguere sempre l’uso professionale da quello personale degli strumenti IA.
Perché l’AI Act è una buona legge
Pur non essendo perfetto, l’AI Act introduce un approccio nuovo:
regole proporzionate basate sul rischio;
alfabetizzazione digitale come leva di fiducia;
responsabilità condivisa tra organizzazioni e persone.
Più che punire, la legge educa. L’obiettivo è una società che non subisce la tecnologia, ma la comprende e la governa.
Conclusione
L’AI Act segna un passaggio storico: dall’entusiasmo incontrollato verso l’IA a una convivenza regolata, sicura e responsabile. Per aziende e PA la sfida è trasformare l’obbligo normativo in vantaggio competitivo e culturale.
In definitiva, questa legge non è solo un quadro normativo. È un invito a introdurre una nuova cultura dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni. È una cultura che supporta le imprese, le istituzioni e i lavoratori. Li aiuta a costruire ogni giorno il loro futuro con maggiore consapevolezza, sicurezza e visione.