Mese: Aprile 2019

  • Mikme e Mikme Pocket: la via austriaca ai microfoni bluetooth

    Mikme e Mikme Pocket: la via austriaca ai microfoni bluetooth

    Completo la panoramica dei microfoni bluetooth di alta qualità parlandoti di Mikme, solido prodotto realizzato in quanto a ingegneria e software in Austria e assemblato in Germania. Un hardware bluetooth, quindi, fatto completamente nel Vecchio Continente, il quale regge benissimo la sfida di Instamic, di Memory Mic e di molti altri prodotti. E’ solido, forse un po’ grande, ma adatto e consistente per produrre molti diversi tipi di audio, perfino quello di uno o più strumenti musicali.

    Un microfono che cambia le interviste.

    Mikme cattura bene le voci, anche a una certa distanza. Non deve, quindi, essere messo addosso ai protagonisti delle tue storie. Le interviste, con hardware come questo, cambiano in modo sostanziale. Spesso continuano oltre le domande e fanno arrivare più vicino al cuore della storia, visto che il microfono spesso viene dimenticato accesso anche quando le domande sono terminate.

    Se vogliamo trovargli un difetto dico che il fatto che passi dalla app proprietaria (come Memory Mic) non mi piace, ma in questo caso, va fatto un distinguo. Di cosa parlo? Parlo di questo.

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    C’è qualcosa di nuovo in arrivo.

    A proposito di microfoni bluetooth, però, c’è da registrare che Mikme sta per lanciare il suo Mikme Pocket che è una versione del prodotto austriaco con lavallier che può essere messa in pari con lo smartphone con due apparecchi in contemporanea. Questo significa maggiore libertà e maggiore funzionalità per interviste e stand up e video anche in posizioni lontane dallo smartphone. Ecco un video di prova del pocket realizzato con il boss di Mikme Philip Sonnleitner.

  • Hashtag our stories sta diventando grande

    Hashtag our stories sta diventando grande

    Format, missione, visione, anche business. Hashtag our stories sta diventando grande.

    Nel mio recente viaggio a Londra ho avuto l’occasione di parlare con uno dei team leader del format Hashtag our Stories che il pluripremiato giornalista Yusuf Omar sta portando avanti dalla fine del 2017 con risultati di enorme valore. Ho fatto due chiacchiere con Andy Burgess, videoaker e storyteller che si è unito al gruppo qualche tempo fa, nella seconda parte del 2018, per dare potenza al montaggio verticale del quale è un autentico mago.

    La crescita del fenomeno Hos

    Mi incuriosisce molto la crescita del fenomeno Hashtag our Stories, perché sono un tifoso di questo grande esperimento di innovazione del linguaggio giornalistico, perché ho una sincera ammirazione per Yusuf e per sua moglie e perché credo che questo format liquido sia uno dei pochi messaggi dirompenti che ho visto in questo periodo nei media visuali. Hos ha incontrato un partner stabile in Snapchat che ne ha aiutato la formazione e probabilmente lo sta facendo ancora, in cambio di uno splendido show che i ragazzi stanno tenendo a suon di snap sul social del fantasmino. Centocinquantamila dollari per cominciare a crescere e insediarsi negli Stati Uniti, dopo il primo round di finanziamenti che la start up di Yusuf aveva ricevuto da un incubatore di start up a Durban, in Sudafrica.

    Non solo venture capital, ma molto altro.

    E’ interessante vedere come si sta sviluppando Hashtag our Stories, aldilà del classico ricorso al Venture Capital. Yusuf e i suoi sostengono la loro azione con un grande messaggio sociale, andando ai quattro angoli del pianeta a insegnare mobile journalism a comunità che hanno bisogno di far sentire la loro voce, oltre ogni ragionamento economico. Il tutto animato dai principi del giornalismo costruttivo che aiuta queste comunità raccontando le loro storie con prospettive positive e trovando soluzioni a problemi.

    Per questo valore Hos, questa l’abbreviazione di Hashtag our Stories, non si rivolge al mercato finanziario, ma viene valutato dal mondo delle donazioni come una ONG quale in realtà è. Attraverso il racconto da più prospettive, infatti, Hos regala consapevolezza a questi mondi aprendoli al miglioramento. Per questo crea un valore economico che va sostenuto. Ecco, quindi la chiacchierata fatta con Andy a Londra per farmi raccontare il momento del team e del format.

  • Il mobile journalism è morto

    Il mobile journalism è morto

    Mi chiedono spesso di raccontare cos’è il mobile journalism. Bene: ora posso dire cos’era il mobile journalism. Già, hai letto bene: ho scritto cos’era.

    Il mobile journalism era questo: era quella cultura professionale che interpretava la produzione di contenuti multimediali di carattere editoriale per il giornalismo o la comunicazione corporate realizzati con il solo ausilio di apparecchiature di produzione, lavorazione e codificazione rappresentate dallo smartphone o dagli strumenti di ripresa e produzione che possono avere con lo stesso interazione diretta via plug and play o tramite collegamento bluetooth o wi-fi. Il tutto al fine di poter realizzare contenuti dallo storytelling unico (anche immersivo) e di poter procedere alla consegna o alla pubblicazione diretta in mobilità totale. L’esperienza di creazione del risultato finale si intende vissuta su apparecchi mobili per facilitare il processo di trasformazione dei linguaggi giornalistici ed editoriali multimediali al fine di risultare efficaci per una fruizione del contenuto da schermi mobili.

    Provocazione? Sì, provocazione, ma non troppo. Il mobile journalism e la mobile content creation, in 12 anni di storia (i primi vagiti del movimento iniziarono a Londra nel 2007) sono diventati grandi. Dai primi esperimenti del mojo lab della Reuters fino a oggi, la qualità, la tecnologia, il linguaggio e la diffusione di questa cultura, hanno creato un fenomeno mondiale.

    Contro le resistenze e contro il potere delle antenne satellitari e della tv broadcasting, il mobile journalism ha iniziato a “infettare” i processi produttivi di ogni redazione ai quattro angoli del pianeta, con delle punte di eccellenza dall’Irlanda all’India, dalla Svezia all’Australia. Le app, i supporti, i microfoni, le lenti, gli smartphone (sempre più potenti e dotati “fotograficamente”) hanno poi fatto il resto, creando un’ecosistema nel quale il mojo è il linguaggio di produzione delle storie e delle news che poi viaggiano sul web e arrivano alle nostre device mobili.

    Lo smartphone al centro del mondo.

    Il mondo è quindi diventato un posto che si informa, si lega, si fidanza, si sposa, si separa, nasce (e qualche volta si uccide) attraverso lo smartphone. Ora il telefonino è la porta attraverso la quale guardiamo il mondo. Per questo motivo penso sia ora, per il mobile journalism come tecnica e come corrente professionale, di andare in pensione. Già, il mobile journalism è morto, perché questa cultura che ha al centro lo smartphone e si esprime nei più svariati campi (il pluripremiato regista Steven Soderbergh ha già licenziato 2 film fatti con gli iPhone) si è smarcata dalle redazioni e dalla community dei nerd della materia.

    Il mindset che cambia le cose.

    Ormai essere mojo è un mindset che abbraccia molti prodotti della creazione e che rappresenta la radice del cambiamento del mondo dei media. La dittatura della televisione sta finendo e con lei quella delle telecamere. Sta iniziando l’era del video preso dalla realtà anche per il racconto di una notizia, di una storia, di un prodotto, di un servizio. La realtà entra più facilmente attraverso lo smartphone con il quale si spacca la barriera dell’hardware che intimidisce per entrare più vicino alle storie. Molto più vicino. Se contiamo che sta nascendo anche una generazione di piccoli microfoni senza fili, beh, la nuova grammatica del video (che è la nostra nuova lettera scritta) diventa realtà.

    Un nuovo strumento di scrittura

    “Lo smartphone è la nostra penna”, mi ha riferito durante un viaggio di studio a Londra Hosam El Nagar, direttore dell’innovazione di Thomson Foundation, una delle istituzioni che più si impegna nel diffondere il mobile journalism. “E’ la penna del nostro tempo e noi dobbiamo saper scrivere bene con questa penna – ha continuato – Il mobile journalism, quindi, è la cultura che ci serve per scrivere, per fare bene il racconto visuale di quello che ci circonda. Già, perché ormai vogliamo farlo tutti. Ormai fare video non è solo per giornalisti. E’ per tutti”. Ecco perché il mobile journalism è morto, perché in questo mondo ci sono 3 miliardi di potenziali mojoer che vogliono raccontare una storia. Qualunque essa sia.

    Il giornalismo: un mondo arretrato in una crisi profonda.

    L’espressione mobile content creation giustifica meglio l’importanza di questa cultura. Per tutti, non solo per i media. Ci sono app per filmare, app per montare, app per fare grafiche e animazioni, programi che possono lavorare in cloud, microfoni e lenti professionali: c’è tutto il materiale necessario per fare qualsiasi cosa con lo smartphone. Qualsiasi cosa. Dall’inizio… alla pubblicazione.

    Diventa automatico pensare che il problema del mobile journalism sia continuare a far giri attorno al… journalism, anche perché io per primo, nel mio progetto di divulgazione di questa cultura, sto saggiando tutti i giorni le difficoltà del cambiare dall’interno un mondo arretrato e in crisi profonda come quello del giornalismo.

    Ben inteso: critico questo mondo, ma non ho alcuna intenzione di uscire dal giornalismo. Lo voglio cambiare e non avrò requie fino a quando non lo avrò fatto.

    Un nuovo linguaggio per cambiare.

    La mobile content creation è l’apertura di inquadratura del mobile journalism che non può continuare a evitare il confronto con il cambiamento dei media. La mobile content creation è lo strumento del cambiamento dei media, ma attorno allo smartphone (finalmente) si sta sviluppando una vera e propria mobile media economy. In questa epoca, infatti, assistiamo a una grave crisi del giornalismo (in generale, ma italiano in particolare), ma anche al fiorire di una serie di possibilità tecniche per realizzare contenuti che mai avremmo pensato di poter toccare con le mani.

    Ogni giornalista può sviluppare il suo business proprio grazie al mojo.

    Ogni giornalista o comunicatore può essere producer di con tenuti di livello professionale con un equipaggiamento sotto i 1000 euro e delle app che costano poche decine di euro. E quindi? E quindi nessuno le usa… perché non si conoscono le potenzialità di quell’aggeggio che abbiamo in tasca. Bisogna, invece, pensare che ci sono una serie di strumenti, oltre a quelli di produzione, che permettono di creare valore economico dal proprio lavoro.

    Anche nei media lo smartphone è al centro e sta facendo nascere qualcosa di nuovo.

    Quando parlo di strumenti di lavoro e di creazione di ricchezza per i produttori di contenuti parlo di marketplace, di lavoro richiesto ed eseguito da remoto, di produzioni creative sponsorizzate, di microcrowdfunding, di progetti editoriali creati autonomamente, di piattaforme di vendita diretta dei contenuti, ma anche di nuovi modelli di business.

    Già, se lo smartphone è il nostro mezzo di informazione principale allora vale la pena di pensare che si è già creato un mondo di media business (non solo rappresentato dai big della tecnologia) che ruota attorno al telefono, come punto di partenza e di arrivo del percorso della news. Non sto parlando di citizen journalism o di social, di influencer o di yotuber, sto parlando di tutta quella generazione di nuove app e di nuovi centri di informazione che stanno dando valore ai propri lettori, alle proprie comunità, ai propri “member” con un’interazione diretta e biunivoca. La quale ruota attorno allo smartphone.

    Le nuove esperienze editoriali

    Le esperienze sono molte: Quartz, The Skimm, Tortoise. Segnati questi nomi (e per il resto segui il mio lavoro perché sarà basato su questi argomenti per molto tempo). Vuoi sapere cosa sono? Sono delle newsroom che hanno sviluppato app così avveniristiche da rappresentare un valore importante che arriva giornalmente negli smartphone di chi si abbona.

    Hanno sviluppato interazioni con una vera community di riferimento che si sivluppa in un circolo virtuoso di informazioni, di cultura e di visione del mondo, con lo smartphone al centro. Ricevendo il prodotto giornalistico e contribuendo al prodotto giornalistico, il lettore-attore di questo nuovo modo di fare i media si trova dentro un ecosistema nel quale conta. Conta la sua voce, conta quello che sceglie e che riceve nel telefono, ma anche quello che dice ai suoi media che hanno veri e propri canali dedicati di conversazione con il “member”. Per questo vuole pagare.

    Mobile media economy.

    Sta nascendo una mobile media economy che dà valore economico alla conversazione e che rende attivo, finalmente, il lettore-attore delle news. E’ finito il mondo dei media che ci rendono passivi o limitati a qualche like o commento. E’ iniziato il mondo del lettore interattivo nel processo di produzione della notizia e della fruizione. E tutto questo è mobile.

    Nei media italiani non si vede l’ombra di tutto questo rinnovamento e ci si ostina a considerare mobile un quotidiano online che si riesce a leggere da smartphone. Anche il mio blog si legge benissimo da smartphone, ma è tutto fuorché nuovo. Viviamo in un paese i cui media sono in uno stato di arretratezza culturale tale da far dubitare che ne possano mai uscire, ma abbiamo anche un mare di telefonini a disposizione e un terreno su cui potremmo far crescere una nuova mobile media economy. Insomma, il mobile journalism con le sue piccole o grandi comunità, vive un momento adolescenziale, un momento in cui non sa cosa farà da grande.

    Potrebbe anche morire senza lasciare traccia.

    L’unica strada ragionevole è il percorso che parte dall’uso professionale dello smartphone per produrre contenuti, allo sviluppo di progetti personali e professionali attinenti a questo linguaggio, fino alla produzione di nuovi media “mobile” che riano reale valore ai loro lettori-membri. Tra l’altro cerchiamo di tener conto anche di questo: lo smartphone è alla fine dei suoi giorni. Sarà meglio cominciare la rivoluzione nell’uso del mobile, prima che ci sparisca da sotto al naso, sostituito da chissà quale diavoleria da indossare.

    Un appello

    Concludo con un appello: vedo la community nazionale e internazionale attraversata da difficoltà di rapporti, da prevalere di interessi personali. Per parte mia non parteciperò a questo giochino di chi si assume la paternità del mobile journalism o di chi crede di avere la verità in tasca. Continuerò a essere in contatto con tutti coloro che vorranno avere un’interazione con me e una visione coerente e consistente sul cambiamento del mondo del giornalismo.

    Se vogliamo continuare a considerare il mobile journalism come una soluzione B, come un giochino o come una soluzione che costa meno, possiamo farlo. Possiamo anche dire che il mobile journalism è filmare con lo smartphone e montare con final cut. Possiamo anche ossequiare questo o quel produttore di smartphone o quel produttore di app o di hardware. Perderemo la possibilità di continuare a mettere insieme i pezzi di questa cultura di cambiamento del giornalismo. Io non ci sto e vado avanti. Voglio modificare linguaggi, posti, strumenti e meccanismi della mia professione. E tu?

    Ci stai?

    P. Grazie a Nick Garnett per aver scritto per primo della morte del mojo. Lui aveva ragione e io torto.

  • Switcher Studio e Linkedin: ecco il live business

    Switcher Studio e Linkedin: ecco il live business

    Linkedin ha deciso di sbarcare nel mondo delle trasmissioni live via social.

    Si tratta di una mossa interessante e destinata a cambiare il mercato. Ecco cosa c’è dietro e, sopratutto, chi c’è dietro. Sto parlando di Switcher Studio, company americana specializzata nel live multicamera e creatrice della app più professionale che esista (almeno nel mondo iOS) per coloro che vogliano realizzare produzioni dal vivo di qualità televisiva con le device mobili. Del prodotto, la app Switcher Studio, ne avevo già parlato in questo articolo. Nick Mattingly e il suo team sono stati fenomenali nello sviluppo delle potenzialità di questo sotfware per fare dirette, ma hanno proprio cambiato il passo in questi giorni diventando uno dei partner privilegiati per le dirette “business” di Linkedin. Sta nascendo, quindi, il mercato dei “live business” per i produttori di contenuti e sembra naturale pensare che sarà diverso.

    Le parole del CEO di Switcher.

    La chiacchierata con Nick Mattingly di qualche tempo fa

    Questo video è stato registrato un po’ di tempo fa, quando è stata lanciata la versione 1.8 della app con importanti aggiornamenti. Nel periodo successivo, Switcher ha iniziato i test di diretta con Linkedin che, per il momento sono solo a inviti e utilizzabili solo negli Stati Uniti. “Siamo contentissimi – ha riferito Nick Mattingly – che Linkedin ci abbia scelto come provider del servizio live. I video in diretta stanno già cambiando il modo in cui uomini d’affari e professionisti interagiscono. Poter fare video live nel luogo dove i business si sviluppano, Linkedin appunto, gioverà molto alla cura delle conversazioni con partner e clienti”. Come saranno questi live? Beh, alcune idee le ho e sono idee che possono essere proposte come servizio a clienti corporate in modo davvero interessante. Stay tuned che ne parliamo presto…