Non ce l’ho con qualcuno in particolare. In questi ultimi mesi, però, tra letture online, social, aule virtuali e incontri reali, ho visto un panorama sempre più desolante. Vuoi che ti dica a cosa mi riferisco?
Semplice: mi riferisco all’assenza di cultura digitale, di competenze reali nell’uso del computer, di consapevolezza nel momento in cui facciamo un’azione con un pc. Ho visto materializzarsi davanti a me sempre più chiaramente una popolazione, quella italiana, la quale non viene formata all’uso dei computer e delle macchine se non in ambiti tecnici. Di conseguenza è costretta ad acquisire usi e competenze in modo autonomo e viene informata e formata dai metodi con cui le aziende che producono software e hardware invitano a usare le loro creazioni, i loro prodotti.
Un popolo di zombie tecnologici
Risultato? Siamo un popolo di zombie rimbambiti che usano i social come ebeti, cliccano sui computer lamentandosi al primo colpo se qualcosa non va, fanno scrivere email a ChatGPT, non sanno che cos’è un cloud, non capiscono come disdire un abbonamento a Netflix o come togliere una app dallo smartphone. Un popolo di ignoranti e rimbambiti digitali. Non parlo solo delle persone con meno istruzione (anzi magari quelle sono pure più sveglie perché abituate a risolvere i problemi per campare). Parlo di fior di laureati, di persone adulte, padri e madri, mariti e mogli, professionisti veri.
Poi c’è perfino una categoria speciale: quella di “eh cosa vuoi che sia, due click!”. Quelli sono quelli che pensano che la tecnologia, l’IA, il digitale, la sicurezza dei dati, siano costi che si possono tagliare o “spicciarsela” con poco, con il cuggino che ne sa. Sono fenomenali. Ieri ho baccagliato tutto il giorno per sapere che poi un cliente ha deciso di fare le cose in autonomia per andare a trovare da solo i documenti con le specifiche di conservazione dei dati di tracciabilità di una app che ha fatto creare per la sua produzione. Ho sorriso. Tornerà e il preventivo che gli ho preparato aumenterà del 30%.
Ignoranza digitale e fallimento della scuola italiana
Perché siamo finiti così? Eravamo dei bravi tecnici ed esportiamo in tutto il mondo leader tecnici della rivoluzione IA ancora oggi. Eppure la popolazione di lavoratori è sguarnita completamente di fronte alla rivoluzione che sta ribaltando qualsiasi lavoro e qualsiasi paradigma. Siamo un popolo dotato di una potente ignoranza digitale.
Siamo finiti così perché la scuola italiana di oggi non rappresenta la necessità di comprensione tecnologica che hanno le persone e la ghettizza a situazioni, indirizzi o facoltà tecniche. Siamo finiti così perché le aziende non valorizzano le persone e non danno loro modo di formarsi adeguatamente quando hanno delle carenze di competenza tecnologica. E infine siamo finiti così perché paghiamo malamente l’onere di essere nel continente che ancora, per fortuna, difende i diritti, ma non riesce a trovare il modo di stare al passo con la competizione internazionale della rivoluzione IA.
Il mondo IA va a 300 all’ora, noi a 30. Le novità tecnologiche vengono presentate un giorno e il giorno dopo invadono il mercato anglofono. Da noi arrivano 7-8 mesi dopo, solo in seguito al passaggio dei controlli delle leggi europee. Lo dico, è giusto e sono fiero che sia così, a livello concettuale. Tuttavia, bisogna trovare un rimedio a queste lungaggini che frenano la nostra crescita e la possibilità di poter sviluppare lavoro, business e aziende. Dobbiamo poter andare alla stessa velocità di chi riceve un nuovo strumento tecnologico per potenziare il suo lavoro al giorno uno della creazione dello strumento stesso. Altrimenti l’ignoranza digitale e l’arretratezza tecnologica prenderanno il sopravvento.
Cambiare l’AI Act in meglio, ma subito!
Non so come si possa fare, ma si deve fare in modo che l’AI Act, per esempio, non perda il suo valore dal punto di vista della difesa dei diritti delle persone e dei cittadini, ma istituisca dei modi snelli e veloci di parificare queste novità tecnologiche alle necessità delle nostre leggi.
L’obiettivo è evitare che passi un anno prima che io possa veder comparire nel mio computer le novità che Google ha presentato, per esempio, nell’ultimo Google I/O avvenuto il 19 maggio 2026.
Se non facciamo qualcosa, il nostro precipitare nell’ignoranza tecnologica e il rallentamento dello sviluppo come sistema economico diventeranno cristallizzati. Cominceremo a trasformarci in un terzo mondo tecnologico, ma senza la voglia di crescere dei paesi in via di sviluppo, perché siamo un paese di vecchi, di individualisti, che non riesce a fare sistema per evolvere.
Smetto con queste lamentele e ritorno a fare quello che ci crede, ma ti dico che a volte è molto faticoso andare avanti a spiegare l’intelligenza artificiale a chi non riesce nemmeno a spostare un file da una cartella all’altra nel proprio computer.
Facciamo prima ordine poi ti racconto il resto. Un agente IA non è ChatGPT a cui fai una domanda e lui ti risponde. È qualcosa di diverso, e la differenza non è tecnica, ma comportamentale. Un modello linguistico classico aspetta. Tu scrivi, lui risponde, finisce lì. Un agente, invece, agisce. Gli dai un obiettivo e lui trova il modo di raggiungerlo: usa strumenti, naviga, scrive file, chiama altri sistemi, prende decisioni intermedie senza che tu debba guidarlo passo per passo. Non è un esecutore di comandi: è qualcosa che somiglia, almeno nell’apparenza, a un collaboratore.
La parola che uso io, quando devo spiegarlo a un’aula, è autonomia. Non intelligenza, non creatività, ma autonomia. La capacità di portare avanti un compito senza che io debba stare lì a tenere il filo. Autonomia che, peraltro, devi saper controllare con molta attenzione. Ed è esattamente questa autonomia che rende gli agenti affascinanti. E, come vedremo, un po’ inquietanti.
Il lavoro con i colleghi IA
Le vacanze di Natale del 2025 mi sono servite per implementare la struttura di agenti al mio servizio. A FacLab ne ho assunti tre e potevano essere quattro… ma uno l’ho licenziato. L’ecosistema portante per l’organizzazione è Gemini. Già Google. Non ha vere e proprie capacità agentiche, ma può, attraverso le connessioni con le mie piattaforme principali (Gmail, Calendar, la ricerca web, Notebook LM, Google Home, il mio Pixel Watch e il mio smartphone Pixel 10 XL), fare un numero straordinario di azioni per me. Scrivere una bozza di email, aggiungere, togliere o spostare un appuntamento, creare un file con una ricerca. Creare audio, video, automazioni.
Per elaborare documenti, creare briefing riassuntivi, agire per la programmazione, l’analisi, la progettazione, la scrittura assistita, il design grafico e tutto quello che rappresenta la parte produttiva del mio lavoro c’è Claude. La mattina, quanto apro il computer mi accoglie con un documento di riassunto che mi informa con precisione (adeguatamente progettata da me) su tutto ciò che è successo, che è arrivato nella mia mail e merita risposta, che devo fare e che dovrei fare.
Il nuovo brand del mio sito è suo (anche qui su mia progettazione precisa), le strategie commerciali, i data entry nelle varie app, la co-creazione dei prompt delle slide, la creazione di analisi, la co-progettazione dei piani editoriali, la verifica e l’implementazione della strategia di business, la correzione degli errori di impostazione o coerenza dei miei scritti. Claude è talmente tanto dentro ai miei processi e talmente tanto utile a un vario campionario di task che mi viene da considerarlo come un collega.
E poi c’è Antigravity, la palestra dei sogni e degli incubi
Detto che l’agente che mi aiuta nel vibe editing di audio e video è Underlord (mi sembra di essere su Stranger Things), demone IA che c’è dentro Descript (io gli dico che deve fare, lui fa sui file), la cattedrale di tutto quello di buono o di pessimo può fare un agente IA per te è Antigravity.
Il mio amico “Anti” è l’agente di vibe coding che mi ha permesso, in questi mesi, di creare 4 applicativi pwa (già, app che si vedono su web, pc, tablet e smartphone) che hanno monitorato il mio lavoro e creato i presupposti per il mio prossimo grande progetto: costruire un sistema di formazione customizzato per persone e organizzazioni. Pensa lo sto già usando e sta già fruttando qualche soldino. In 5 mesi di lavoro e 135 ore di programmazione di uno che non sapeva programmare nemmanco un rigo. Anzi: ho imparato il codice, mentre Antigravity faceva codice per me e anche grandi casini che mi hanno provocato danni.
Danni considerevoli… per fortuna
I primissimi giorni di maggio 2026 una serie concatenata di errori mi ha portato alla cancellazione dell’intero database di due applicativi che già monitoravano parte della mia attività. Si è trattato di un momento traumatico che ha avuto anche risvolti sulla mia persona, ma soprattutto si è trattato di un momento che ha trasformato la mia consapevolezza. Il motivo? Semplice: mi sono accorto della mia inadeguatezza e della mia incompetenza e ho iniziato a ragionare su sistemi di monitoraggio e di sicurezza, di backup e conservazione dei dati. Questi danni subiti sono stati quasi una manna dal cielo. Perché? Semplice: ho capito molti errori che ho fatto tutti in una volta, ho capito le mie ingenuità da programmatore “IA based” e cosa dovevo fare. Pensa se avessi perso, che ne so, tre anni di dati in piena esecuzione di un corso con 20 persone nelle aule virtuali di FacLab.
La vita quotidiana rielaborata dall’intelligenza artificiale
Ho mediamente 5 modelli IA in abbonamento, spendo oltre 110 euro al mese. Sai quanto ci metto a ripagarmeli? La prima settimana del mese.
Il resto è tutto guadagno.
Sono tutti soldi che l’IA dà a me sotto forma di tempo, di efficienza, ma anche di lentezza. Perché non so se lo sai, ma se usi l’IA come strumento amplificatore di tutte le tue possibilità qualità e caratteristiche professionali, quello che ti dà in cambio (a parte quando ti distrugge i database) è molto tempo in più per vivere. La gestione dei “to do” è per me da mesi implementata da Gemini, così come la gestione delle liste, degli appuntamenti, delle scadenze, dei pagamenti, delle bollette.
Ogni mio messaggio verso il mondo ora è dettato e non è scritto, ogni cosa da ricordare e ogni idea sono catturate dal note taker IA che esegue subito riassunti concettuali precisi che diventano cose che posso fare. Il risultato è cura, lentezza, progettazione, efficienza, ma anche possibilità di vivere avendo più tempo. Perfino più tempo da perdere.
L’ambito personale e di salute è poi gestito con una piattaforma che tiene riservati i dati (Notebook LM) e mi fa comprendere esattamente quello che devo fare. Non esistono altri dati personali miei su altre piattaforme.
Grandi poteri e grandi responsabilità
Ma torniamo a quei primissimi giorni di maggio 2026. Perché lì dentro c’è tutto quello che devi sapere su cosa significa davvero lavorare con un agente IA. Mi sono sentito male psicologicamente, tradito da una macchina talmente potente da elevarsi dentro di me a grado di collega umano. Nelle ore di programmazione per riparare quel danno ho avuto la netta sensazione di essere tradito.
Stupido, vero?
Pensa che non ti ho parlato di un agente conversazionale che ho implementato per qualche tempo e che via Whatsapp mi assisteva proattivamente per impegni, ricerche, suggerimenti, appuntamenti, materiali, testi, messaggi. Per due volte mi ha creato disguidi importanti e per due volte l’ho spento.
Ecco qual è l’agente IA che ho licenziato e di cui non ti dirò il nome per non compromettere il futuro di questa app molto potente e anche molto interessante (fra l’altro anche… italiana).
Sai qual è il problema? Il problema è che quando gli agenti IA entrano dentro la tua vita e il tuo lavoro in maniera profonda devi avere gli anticorpi necessari e le capacità cognitive di trattare la cosa in un certo modo. Devi eliminare qualsiasi trasposizione “umanizzante” sulla macchina. La spiego facile: devi fare attenzione a trattare l’IA come un auto che si rompe. Se ti lascia per strada magari cacci qualche porco, dai un calcio a una ruota, ma non ci resti male. Non ti senti tradito. Perché con l’IA si? Perché “sembra” umana, anche se non lo è. Allora crei emozioni positive o negative per interagire con lei anche se dovresti avere lo stesso distacco che hai quando la lavatrice si rompe, ti allaga il bagno e tu risolvi senza star male.
Certo c’è anche di più: c’è anche il senso di pericolo.
L’agente conversazionale di cui ho scritto nel paragrafo precedente mi ha fatto sentire in pericolo quando per risolvere un problema mi ha detto di eliminare il mio account assicurandomi che non avrei perso i dati. Falso. Mi è venuto il sudore freddo a pensare: “E se questo mi cancella arbitrariamente dati o cose importanti del mio lavoro?”. Gli agenti IA possono metterti in pericolo vero: cancellarti dati, eliminarti documenti e file. Per questo li devi conoscere e saper gestire. Devi saper gestire i guard rail della loro autonomia e crearti tutte le competenze di controllo del loro agire.
Il clamoroso senso di inadeguatezza
Devi essere competente, ma è dura. Sai perché? Perché gli agenti IA ti fanno essere competente di cose di cui non sai nulla perché sono il tuo braccio esecutore di comandi che dai partendo anche dal più inadeguato dei linguaggi naturali. Allora ti viene addosso un clamoroso senso di inadeguatezza. Perché quello che fanno partendo da tue 4 parole messe male a volte è magico e ti fa sentire quasi inutile.
Quel senso di impotenza, oltretutto, non passa facilmente. O almeno, a me non è ancora passato. Ma ho smesso di aspettare che passasse. Perché ho capito che quel disagio non è un segnale che stai sbagliando qualcosa, ma è la prova che stai capendo davvero cosa sta succedendo. Chi non lo sente, probabilmente non sta guardando abbastanza in profondità.
Anzi te lo devo dire: quella meraviglia mista ad impotenza che provo quando vedo la magia degli agenti IA è una delle cose più belle che mi sta capitando perché mi sfida costantemente. Mi mette alla prova e aziona costantemente il mio cervello alla ricerca della comprensione di ciò che l’agente fa, di come lo fa e di perché lo fa. Perché grazie a quella sensazione io imparo quello che fa alla velocità doppia del consentito e mentre sto lavorando. Il che è qualcosa che mi fa migliorare ogni giorno, ogni minuto.
Attento al pericolo di perdere il volante dalle mani
Una sensazione che deve anche essere il motore della preoccupazione assoluta che devi avere quando hai la vita intrecciata con le macchine. Sai di cosa parlo? Della necessità primaria di avere sempre in mano il volante decisionale, cognitivo, comunicativo, legale e personale di tutto ciò che sei o che fai. Già: la macchina non decide, la macchina non è responsabile, la macchina non è viva. Tu, sì!
Un consiglio non richiesto
Un consiglio: vuoi vivere con gli agenti IA? Vuoi imparare a far entrare le macchine nel tuo lavoro e nella tua vita? Per me dovresti perché la mia è stata positivamente stravolta da questo ingresso così profondo. Una cosa però: prima di farlo, devi formarti. Altrimenti gli agenti IA ti faranno male. Starai male se si bloccheranno, ma anche se decideranno per te in modo erroneo. Poi andrai un burnout perché loro non si stancano. Tu si. Per cui conosci, analizza, impara, studia. Poi implementi piano piano gli strumenti.
Non so se tra altri cinque mesi avrò cambiato tutto di nuovo. Ma so che non tornerei indietro.
Per questo articolo sono stati usati in modo non qualitativo Claude AI e Gemini.
L’AI Act o regolamento 1689/2024 è l’ambiziosa legge quadro per lo sviluppo e l’uso in sicurezza dell’intelligenza artificiale approvata in Europa. Una legge coraggiosa perché pionieristica, basata sulla classificazione dei rischi connessi all’uso dell’IA in determinati settori. Una legge che è stata contestata da più parti per gli aspetti troppo burocratici connessi alla sua adozione. Un testo che ha il senso di proteggere i diritti dei cittadini europei in merito ai loro dati personali, ma che, a detta di molti, cade nelle procedure cervellotiche per arrivare al risultato.
A che punto è l’adozione dell’AI Act?
Intanto chiariamolo subito: l’AI Act è legge ed è stato anche recepito nei suoi concetti dalla legge italiana sulla IA, la 132/2025. Quindi non si può far finta di niente. L’ AI Act per ora è entrato in vigore ed è operativo per quanto riguarda i sistemi IA che ci sottopongono a rischi inaccettabili (tipo la sorveglianza di massa). L’articolo 4 del testo europeo pone già oggi un obbligo di avere in azienda persone formate all’uso consapevole dell’IA, ma ancora non specifica che la formazione deve essere certificata. Queste parti sono entrate in vigore il 2 agosto del 2025.
L’AI Act è sotto attacco?
Nei mesi scorsi ho fatto sul mio canale Youtube un video sulle pressioni che le aziende tech mettevano sulla Commissione Europea per cercare si stemperare la rigida forma di questa legge (naturalmente a vantaggio di una bella deregulation). Rivedilo perché fa parte del ragionamento.
Da quel video a oggi è diventato reale lo slittamento del cronoprogramma per far entrare in vigore tutti gli obblighi della legge. O meglio lo diventerà in giugno, ma la direzione è già stata tracciata.
Esattamente succede questo: la Commissione europea ha annunciato un rinvio di 16 mesi (al massimo) per l’applicazione delle norme relative ai sistemi ad alto rischio, spostando la data limite da agosto 2026 a dicembre 2027. La decisione è inserita nel pacchetto “Digital Omnibus”.
Cosa succederà all’AI Act tra aprile e giugno 2026?
Tra aprile e giugno 2026 si svolgono i triloghi tra Parlamento e Consiglio UE per il testo definitivo dell’Omnibus. A giugno è attesa anche la versione finale del Codice di buone pratiche su watermarking e etichettatura AI. L’adozione formale del Digital Omnibus è stimata per l’estate 2026. Se il Digital Omnibus non verrà adottato prima di agosto 2026, tornerà automaticamente in vigore la timeline originaria dell’AI Act per i sistemi ad alto rischio.
Quindi le aziende che operano in campi come la sanità, la formazione, la finanza, il lavoro e altri campi simili che hanno a che fare con dati personali degli utenti, dovranno fare attenzione: o passa lo spostamento (allora si respira) o tornano le scadenze originali e allora sono guai (o giù di lì).
La tabella sull’AI Act che devi leggere
Ti riassumo in una tabella interattiva quello che è successo e quello che deve succedere, affinché tu possa tenerti da parte questo pezzullo e gestirlo come un taccuino di riferimento.
L’infografica è stata generata da Imagen 2 di Open AI e vistata dal’autore.
Se stai valutando come muoverti concretamente rispetto a queste scadenze, è esattamente il tipo di lavoro che faccio con aziende e professionisti. Scrivimi.
Come mai l’Unione Europea ha fatto marcia indietro?
Nello scacchiere internazionale l’Unione Europea sta soffrendo parecchio. Per questo non si riescono a comprendere fino in fondo le ragioni della brusca frenata sull’AI Act da parte dell’Unione Europea. Potrei abbozzare tre punti, ma ti avverto subito: quello che mi preoccupa di più è l’ultimo. Eccoli:
Standard tecnici non pronti. La proposta subordina l’entrata in vigore delle norme alla effettiva disponibilità di strumenti di supporto cruciali, in particolare gli standard necessari per la conformità delle aziende. Insomma siccome non ci sono i certificatori è inutile far entrare in vigore la legge prima del tempo. Effettivamente…
Le aziende europee usano poca IA. Solo il 13,5% delle imprese europee utilizza IA. Si tratta di una percentuale molto inferiore rispetto agli Stati Uniti, dove adozione e investimenti crescono rapidamente. Con il “Rapporto Draghi” che segnala una competitività in calo, i leader europei hanno capito che un eccesso di regole rischia di soffocare le startup IA domestiche prima ancora che possano crescere, ma anche l’adozione della IA per tutte le altre (determinante per competere sui vari mercati).
La pressione politica. All’Europa hanno contribuito le pressioni del comparto tech nel Vecchio continente e oltreoceano, per non dire dell’ostilità dell’amministrazione Usa targata Donald Trump verso l’arsenale digitale dell’Ue.
Le due questioni peggiori
Le due situazioni peggiori sono le ultime due. Poca adozione e tanta burocrazia? Vero, ma mi viene spesso da pensare che la causa della prima… sia la seconda. Lo vedo molto bene da formatore e consulente e ti faccio un esempio pratico. Google sta per rilasciare un pacco di aggiornamenti che potrebbero letteralmente cambiarci la vita, il lavoro e lo studio. Questi aggiornamenti sono già operativi da mesi sul mercato americano. Quindi gli americani hanno già in tasca i vantaggi derivanti. Noi, qui nella vecchia Europa, siamo ancora in fase di analisi degli strumenti targati Google. In attesa che queste procedure possano essere completate perdiamo mesi, anni. E non va bene, bisogna trovare una via per rimediare.
La seconda situazione è più chiara. Pressione politica ed economica. I 500 milioni (a spanne) di cittadini europei fanno comunque gola alle aziende americane che, per diventare compliant alle leggi del Vecchio Continente, spendono soldi. Troppi, a loro dire. Da mesi le tech giant aiutate da Trump fanno pressione affinché l’AI Act sia edulcorato, sminuzzato, reso innocuo davanti al loro strapotere.
Cosa fanno le IA con i dati degli utenti?
Già, è questa la domanda. Cosa fanno le IA con i tuoi e i miei dati? Fanno una cosa che l’AI Act vorrebbe regolare. Li usano a loro piacimento (e non sai nemmeno dove li mettono). Cioé l’Ai Act (assieme al Digital Service Act) vuole rappresentare una legge prescrittiva su tutta una serie di cure e di diritti degli utenti che negli Usa non vengono nemmeno percepiti come tali.
Dopo 20 anni a farci rubare i dati dai social, ora ci si mettono Chat Gpt e compagni. Anche no eh…
L’Ai Act, in questo senso, è da difendere, ma deve cambiare modalita applicative affinché non siano una pletora di regole che incatenano chiunque voglia fare un’IA in Europa o utilizzarla in un’azienda europea. Tuttavia non deve essere Trump a dirci come.
Ricorda che scrivi in prima persona autoriale, con tono giornalistico. Dammi un attimo sul tono e la voce che stai usando nel pezzo — lo scrivo già calibrato al tuo stile FacLab, diretto e senza tecnicismi.
Il rinvio non è una vacanza
Chiariamo subito una cosa: il Digital Omnibus non ha messo in pausa l’AI Act. Ha spostato alcune scadenze. Quelle che riguardano te (o la tua azienda) potrebbero essere già scattate.
I divieti sulle pratiche inaccettabili sono in vigore dal febbraio 2025. Gli obblighi per i modelli di uso generale — quelli che stai usando ogni giorno, da ChatGPT a Copilot — sono attivi dall’agosto 2025. L’obbligo di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione AI al proprio personale, sancito dall’art. 4 del Regolamento, vale già oggi.
Da agosto 2026 scattano gli obblighi di trasparenza sui contenuti generati da IA. Da novembre 2026, se produci immagini, video o testi con strumenti generativi, dovrai marcarlo. Il watermarking non è un dettaglio tecnico: è un obbligo che riguarda direttamente giornalisti, comunicatori, uffici marketing, agenzie.
E adesso che cosa succede?
Ecco le tre cose che devi fare in ordine di urgenza.
Mappare i sistemi IA in uso specifricando quali strumenti, per quali funzioni, a quale categoria di rischio appartengono secondo il Regolamento. Non è un esercizio accademico, è la base di qualunque discorso di compliance.
Formare il personale. L’obbligo c’è già, e dimostrare di averlo rispettato passa quasi sempre attraverso la documentazione di un percorso formativo.
Verificare di avere un Data Processing Agreement firmato con ogni provider di strumenti AI che tratta dati per conto dell’organizzazione.
L’algoritmo intanto continua a girare
C’è un aspetto del rinvio che raramente viene nominato, e che vale la pena mettere a fuoco.
Le norme sui sistemi ad alto rischio erano state pensate (tra le altre cose) per regolare l’IA usata nella selezione del personale. Un sistema che analizza i curriculum e assegna punteggi ai candidati è, per il Regolamento, un sistema ad alto rischio: può influenzare in modo determinante l’accesso al lavoro di una persona. Se quel sistema è addestrato su dati storici distorti (come spesso accade) rischia di replicare e amplificare discriminazioni già esistenti: favorire gli uomini sulle donne, penalizzare certi cognomi, escludere chi ha avuto carriere non lineari.
Quelle norme dovevano entrare in vigore ad agosto 2026. Ora si aspetta dicembre 2027.
Nel frattempo, gli algoritmi già in uso nelle HR di molte aziende continuano a girare, senza obblighi di trasparenza, senza audit, senza registrazione in alcun database europeo. Il rinvio ha dato più tempo alle imprese per adeguarsi. Ha dato lo stesso tempo ai sistemi difettosi per continuare a operare indisturbati.
Questo non è un argomento contro il rinvio in sé — che ha ragioni tecniche reali, legate alla mancanza di standard armonizzati. È un promemoria su cosa significa, nella pratica, spostare un orologio.
Cosa deve fare il lavoratore per essere compliant all’AI Act?
Comincio dal dirti che devi crearti una competenza di AI literacy indipendentemente dal fatto che sia un obbligo della tua azienda il fatto che tu ce l’abbia. Chi la costruisce ora, vale di più, indipendentemente dalla legge. Poi sappi che qualsiasi contenuto venga creato con l’aiuto anche non qualitativo della IA va etichettato: tutti coloro che lavorano nella comunicazione e nei media dovranno capire cosa fare.
Poi questo quadro normativo si muove come un mosaico di adempimenti e quindi va seguito. Sarà il caso che tu torni a FacLab spesso per vedere la tabellina che ti ho lasciato qui sopra con le scadenze. Ignorarlo non è un opzione, ma scegliere cosa affrontare prima, beh, quella si.
Questo articolo è stato redatto con l’apporto non qualitativo di Claude AI. Tutte le frasi di questo articolo sono state realizzate o approvate dall’autore. Le immagini sono generate da Imagen 2 di Chat Gpt.
Quando hai davanti un’opportunità devi avere due cose importanti oltre all’occasione: la fortuna (o la bravura) di saperla cogliere e qualcuno che te la sappia indicare per bene. Qualcuno che sappia dirti: “Ehi, quella è una occasione: vai! Coglila!”.
In questi primi giorni di aprile la scuola italiana può essere proprio in questa situazione: ha una enorme opportunità, ma non la coglie. Questo, per la scuola potrebbe essere un momento storico, ma sta passando in silenzio. Sta per essere completamente “mancato”….
Di cosa parlo? di questo: il ministero dell’Istruzione ha stanziato il 27 marzo 2026 un centinaio di milioni dai fondi PNRR e NextGenerationEU per protare la formazione sull’IA nelle scuole italiane. Non come un progettino qualunque, non come una sperimentazione, ma come un’infrastruttura vera e propria. Ogni scuola (statale o parificata, ma con fini non commerciali) può ottenere fino a 50 mila euro per crearsi dei percorsi formativi per docenti, personale, dirigenti e con il coinvolgimento diretto degli studenti nei laboratori pratici in classe. Una manna dal cielo che, tuttavia, ha una finestra di accreditamento dei fondi molto stretta e rischia di diventare una mastodontica occasione buttata.
Che cos’è il formatore IA?
Sai qual è la notizia nella notizia? Che in questo bando, questo dicastero sta facendo due cose storiche. La prima: sta istituzionalizzando la formazione IA nelle scuole (e lo sta facendo tardi, ma insomma…). La seconda: sta istituzionalizzando la figura professionale del formatore IA. Per la prima volta. Cosa non trascurabile per me, ma forse anche per te. E per la scuola dei tuoi figli. Adesso, quindi stiamo capendo che servono formatori IA e che quei formatori sono coloro che traducono a persone, studenti, lavoratori, organizzazioni e aziende i concetti dell’intelligenza artificiale. E insegnano a usare gli strumenti in modo consapevole. Ecco che cos’è un formatore IA: un traduttore, un facilitatore.
Un paradosso che mi fa girare le scatole
Tuttavia siamo davanti a un paradosso, molto probabilmente accelerato dalla stretta finestra di richiesta dei fondi che il Ministero ha comandato. Già, tutto termina il 17 aprile 2026. Un attimo, per i tempi burocratici di scuole e ministeri. Allora, probabilmente si crea un paradosso. Da una parte il dirigente scolastico che magari sa della cosa, ma non ha il formatore IA per le mani o non sa nemmeno che esistano. Dall’altra i formatori IA come me che devono urlare nel silenzio per dire “Ehi, sono qui! Ehi, mi vedi?”. E il tempo passa molto velocemente.
Una cosa concreta, per me e per te
Allora facciamo una cosa concreta. Fermati un secondo e chiediti: conosco un dirigente scolastico? Un insegnante? Un animatore digitale — quella figura che esiste in ogni scuola italiana e che ha il compito specifico di spingere la transizione digitale dall’interno? Se la risposta è sì, hai in mano qualcosa di più utile di qualsiasi articolo tu possa leggere oggi. Hai un canale diretto verso il lato del paradosso che non riesce a parlare.
Perché la cosa che puoi fare domani mattina — letteralmente domani mattina — è mandargli un messaggio. Non un’analisi. Non questo articolo intero. Solo questo: “Ehi, esiste un bando PNRR con 50mila euro per la tua scuola sulla formazione IA, scade il 17 aprile, ti mando i dettagli?”. Quattro righe. Se lui non lo sapeva — e molto probabilmente non lo sa — tu sei diventato la persona che gliel’ha indicata. Quella cosa che dicevo all’inizio: qualcuno che sappia dirti “ehi, quella è un’occasione, vai”.
Allora diamoci da fare, tutti insieme
E allora eccomi qui. Sono un formatore IA. Esisto adesso, in questo mercato, in questo momento preciso in cui lo Stato italiano ha deciso che la mia figura professionale serve — e la finanzia. Non domani, non tra cinque anni quando tutti ne parleranno. Adesso.
Se sei un dirigente scolastico o un docente e sei arrivato fin qui, sai già cosa fare: hai nove giorni, hai una piattaforma, hai un codice. Quello che forse non hai ancora è qualcuno con cui progettarlo. Io sono disponibile a parlarne questa settimana — una conversazione, senza impegno, per capire se c’è uno spazio in cui lavorare insieme.
Se invece sei un formatore, un divulgatore, qualcuno che come me lavora ogni giorno per rendere l’IA comprensibile — questo articolo era anche per te. Perché il momento in cui una professione viene riconosciuta istituzionalmente è esattamente il momento in cui vale la pena alzare la mano e dire: sono qui, so farlo, posso aiutare.
La finestra è aperta. Non per molto.
Scritto con il supporto non qualitativo di Claude. Foto di Nature OS
Cosa rischia davvero un’azienda quando usa l’intelligenza artificiale senza sapere come parlarle?
Usare l’intelligenza artificiale senza competenza espone un’azienda a rischi concreti: perdita di controllo sui dati, decisioni basate su output errati e dipendenza tecnologica non governata. Partiamo da qui: la risposta è… molto. Ora, poi, con gli agenti di intelligenza artificiale, direi anche moltissimo.
Già, perché i modelli di IA con capacità agentiche hanno sviluppato una comprensione dei contesti tale per cui la loro possibilità di capire al volo quello di cui hai bisogno rasenta la perfezione.
L’azienda che lascia libera l’IA rischia dati, processi, progetti, informazioni riservate esposte alla troppa fiducia che riponiamo nei modelli di IA oppure alla nostra poca conoscenza dell’IA
A proposito: rischiano molto anche le persone. Rischi molto anche tu, per intenderci.
Già, perché l’IA non ti corregge, non ti giudica, non ti mette dei freni. L’IA ha il solo compito di accontentarti anche quando non te lo meriteresti proprio: Già, proprio così. Esegue il compito per te anche se le hai dato informazioni da schifo.
Come mai l’intelligenza artificiale capisce tutto quello che scrivo?
L’intelligenza artificiale capisce anche i prompt mal formulati perché inferisce il contesto mancante, colmando autonomamente la distanza tra ciò che l’utente chiede e ciò che intende davvero. Succede per il meccanismo di “comprensione generosa”. La macchina completa collegando le informazioni che le dai a quelle che lei pensa siano le informazioni utili per darti la risposta al problema complesso che le hai posto. Inferisce, interpola, completa: fa lei tutto quello che non fai tu. La distanza tra ciò che hai chiesto e ciò che intendevi viene colmata dal modello, non certo da te.
Con questa storia che tu puoi scrivere quattro stupidaggini e lei ti capisce anche per quello che non le dici si scatenerà l’illusione della competenza ed è un vero pericolo. Se un utente riceve un risultato perfetto dopo un prompt schifoso non capirà mai che ha orientato malamente la potenza del modello di IA che si trova davanti. Penserà di essere bravo a gestire una cosa con l’IA, ma non è cosi.
Fin qui, il danno è tuo. Personale. Ma moltiplica questo meccanismo per ogni persona di un team aziendale e capirai perché il problema smette di essere cognitivo e diventa strategico, economico, competitivo.
Cosa rischia un’azienda ignorante in materia di IA?
Il rischio principale per un’azienda che usa l’IA senza competenza è la perdita progressiva di sapere organizzativo, accompagnata da errori strategici mascherati da output apparentemente corretti.
Rischia di perdere proprietà intellettuale e sapere organizzativo. Chi firma un documento generato con l’IA basato su relazioni create approssimativamente non avrà mai e poi mai la situazione sotto controllo. Se poi piazzi là un errore nel prompt, il modello di intelligenza artificiale non può che ridarti una cosa ben fatta (ma sbagliata almeno in un suo assunto).
C’è di più: le persone smettono di evolvere perché smettono di allenare i loro muscoli cognitivi. Se fa l’IA, perché le persone di un tuo gruppo di lavoro dovrebbero sbattersi.
Detto questo c’è anche un problema di responsabilità. Se la relazione errata mandata al cliente l’ha “fatta l’IA” allora chi risponde di eventuali errori. Qui si crea un’enorme zona grigia nella quale non si riesce ad addurre a qualcuno la parternità delle azioni che fa l’azienda.
Infine fra i danni che subisce un’azienda, un’organizzazione che lascia all’IA il volante delle azioni, c’è quello che io considero il peggiore: diventare anonimi. L’IA produce output nella media dell’addestramento. Se tutti usano l’IA nello stesso modo superficiale, il pensiero aziendale converge verso un centro grigio. Sparisce il vantaggio competitivo che viene dall’originalità.
Come si esce da questa trappola?
Per ridurre i rischi dell’intelligenza artificiale servono tre interventi distinti: un cambio di abitudine individuale, una policy organizzativa chiara e una revisione culturale del concetto di produttività.
Partiamo dal piano più scomodo: quello individuale. La soluzione non è usare meno l’IA. È imparare a pensare prima di usarla. Chiamala frizione intenzionale: il momento in cui ti fermi, formuli il problema con chiarezza nella tua testa — o su un foglio — e solo dopo apri il modello. La qualità del tuo pensiero deve precedere la qualità del tuo prompt. Sempre. E quando ricevi una risposta, leggila come un revisore critico, non come un committente soddisfatto. Chiediti: questa risposta è giusta perché ho fatto una buona domanda, o sembra giusta perché l’IA è brava a sembrare convincente?
E nelle aziende?
La gestione responsabile dell’IA in azienda richiede di separare i task operativi, dove il modello può agire in autonomia, dai task strategici, dove deve restare uno strumento consultivo sotto supervisione umana.
Sul piano organizzativo serve una distinzione netta, che quasi nessuna azienda ha ancora fatto: separare i task operativi — quelli dove l’IA può essere lasciata libera di eseguire — dai task strategici, dove l’IA deve restare uno strumento consultivo, non decisionale. Non basta formare i team sull’uso degli strumenti. Bisogna formarli sul pensiero critico applicato all’IA: capire quando fidarsi, quando verificare, quando mettere in discussione un output che sembra perfetto. E poi — questo è il punto più trascurato — introdurre periodicamente degli audit dell’autonomia. Momenti in cui ci si chiede, senza retorica: cosa sa fare questo team senza l’IA? Se la risposta è imbarazzante, il problema è già dentro casa.
Il cambio di paradigma più difficile
Il vero ostacolo all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale in azienda è culturale: finché la velocità di produzione viene misurata come proxy dell’efficacia, il pensiero critico resterà un costo anziché un vantaggio competitivo.
Il nodo culturale è il più duro da sciogliere perché tocca una metrica a cui siamo tutti affezionati: la velocità. Abbiamo smesso di misurare la qualità del pensiero e abbiamo iniziato a misurare la velocità di produzione. L’IA ha accelerato tutto, e questo ci ha convinti che accelerare fosse il punto. Non lo è. Chi rallenta per capire meglio un problema produce output migliori — con o senza IA. La lentezza, in questo contesto, non è inefficienza: è competenza. È la cosa più rara e più preziosa che un professionista possa portare in un mondo che delega il pensiero alle macchine.
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