Tag: mobile journalism

  • Mobile Journalism: lo stato delle cose nel 2018

    Mobile Journalism: lo stato delle cose nel 2018

    Il mobile journalism italiano è cresciuto, molto. 

    A settembre saranno più o meno due anni dall’inizio del mio progetto di divulgazione del mobile journalism in lingua italiana. Forse un pochino di più se vai a rileggere questo articolo datato 9 aprile 2016, quando ancora parlavo di mobile journalism quasi senza avere contezza che ero dentro una nuova cultura e un nuovo mondo del giornalismo. Leggilo, fa tenerezza. Già, mi fa piacere anche pensare che tutto il mio progetto sia sotto gli occhi di tutti, leggibile dall’inizio alla fine, anche adesso che questo blog viaggia stabile sui 1800 lettori unici al mese. Sul mobile journalism, poi, ho scritto anche questo articolo, raccontando uno stato delle cose che era tutto fuorché roseo, almeno in quel momento. Era il 16 ottobre 2016 e tutto doveva ancora essere fatto (e anche io mi dovevo… fare). 

    La comunità esiste, eccome.

    Il mobile journalism italiano è nato nel 2015 dalla visione di Nico Piro, collega del Tg3, ma anche dal coraggio di Lazzaro Pappagallo, dirigente dell’associazione Stampa Romana che per prima ha varato i corsi sulla materia. Nel 2017 è nata Italian Mojo a Milano, per mano e cuore di Fabio Ranfi, Fabio Benati, Andrea Fontana e Sabrina Della Valle. Corsi, eventi, pubbliche prolusioni, collaborazioni con l’Ordine regionale dei giornalisti della Lombardia. Passo dopo passo la romana Mojo Italia e la milanese Italian Mojo sono nate, cresciute e si sono sviluppate cominciando a far penetrare nel linguaggio comune del giornalismo italiano le parole mobile journalism. Alcuni corsi sono anche stati sviluppati dal Centro di Documentazione Giornalistica, sempre con i romani Enrico Farro e Nico Piro, incaricato di redigere un libro sulla materia del mobile journalism che uscirà a settembre 2018.

    Il corso alla Regione Lombardia

    Italian Mojo, invece, ha raggiunto oltre 400 persone in un colpo solo nell’evento organizzato dall’Odg Lombardo “Voglio fare il freelance” al Palazzo della Regione nel settembre 2017, corso replicato anche nel marzo 2018. Oltre 200 erano i presenti agli Stati Generali dell’Informazione in Lombardia a Palazzo delle Stelline a Milano. Centinaia le persone formate nei corsi e quelle toccate da corsi accessori come quello sviluppato nel giugno del 2018 con riferimenti anche alla deontologia professionale e al Brand Jourmalism. La comunità milanese cresce con minore intensità rispetto a quella romana, ma ha già esempi di giornalisti sganciati nelle redazioni e nelle aziende a contaminare il flusso normale del lavoro con il viruso del mobile journalism.

    Parigi e Galway, noi ci siamo.

    Il mio intervento a Mojofest 2018

    Il 2018 verrà ricordato, in Italia, anche per altri due passi che hanno portato la comunità italiana a rafforzarsi ancora. Sto parlando della mia partecipazione come speaker alla conferenza “La Video Mobile” di Parigi nel febbraio del 2018 e la mia partecipazione come moderatore di un panel alla conferenza di Galway, quella Mojofest che da tutti è ricordata come un punto di riferimento internazionale della community.

    Le esperienze accademiche

    Fra le mie attività accademiche ci sono da annoverare, nella scorsa stagione universitaria, corsi ai Master della Iulm (Wellness and Beauty, Management dello sport e Food and Wine), al corso di Management dello Sport dell’Università di Pavia e una lezione presso la Scuola di giornalismo della Lumsa. Di grande importanza anche le esperienze di Nico Piro, con il quale condivido il ruolo di divulgatore del mobile journalism in lingua italiana. Il collega della redazione esteri del Tg3 è stato impegnato, con l’aiuto di Enrico Farro, al Master del Sole 24 Ore e alla Business School del quotidiano, alla Scuola di Giornalismo di Salerno, è stato fra i più “osannati” relatori del Dig a Riccione e ha rappresentato l’Italia anche alla nona conferenza della European Broadcasting Union nel 2017.  In questi giorni ci sono ulteriori elementi che fanno pensare a novità nei confronti delle Scuole di Giornalismo (la Lumsa in particolare), ma non posso ancora dire alcunché. Il mobile journalism, comunque, è entrato lentamente nelle stanze dove si studia il presente e il futuro del giornalismo. 

    La figura di Lazzaro Pappagallo, di Fabio Benati e le istituzioni.

    Nel 2018 è successo di più: è l’anno che verrà ricordato come quello del primo festival italiano del mobile journalism, Mojo Italia. Per rendere giustizia alla manifestazione vanno sottolineate alcune cose. La prima è il ruolo di Lazzaro Pappagallo, sindacalista al vertice del movimento di Stampa Romana. L’opera di questo professionista, la protezione e la carta bianca data al team di Mojo Italia per organizzare il festival, insomma, l’appoggio fornito è determinante per la storia del mobile journalism italiano (e non me ne voglia Nico Piro e tutto il team romano). Così come il collega Fabio Benati a Milano, uomo dell’Ordine da sempre e attivo nella politica della professione, a Roma Lazzaro Pappagallo ha mostrato la vita del rinnovamento intepretanto un ruolo del sindacato come di quella istituzione che “deve portare il lavoratore – sono parole sue – dove c’è il lavoro”.  Sono convinto che Pappagallo sia una chiave di volta per il futuro del mobile journalism e auguro ai colleghi romani che stia dov’è per molto tempo. Fabio Benati, invece, si spende al mio fianco ormai da oltre un anno divulgando il verbo del mobile journalism e guidandomi in modo sapiente nei rapporti con le istituzioni da “conquistare”, da convincere, da far innamorare. Un professionista eccelso che si batte per il bene della professione da decenni, oltre le correnti politiche e le convenienze.

    Le istituzioni come la FNSI sembrano seguire con interesse il movimento del mobile journalism italiano, così come lo fa con vigore il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti lombardo Alessandro Galimberti che si sta adoperando per l’introduzione del mobile journalism anche nell’Istituto per la Formazione al Giornalismo Walter Tobagi. Percorso non facile… a quanto sembra. 

    Il presidente dell’Ordine Lombardo Alessandro Galimberti.

    Io sto lavorando al suo fianco e cerco di sostenere la cosa, perché penso che il cambiamento vada aiutato e supportato dentro le istituzioni. Stare fuori a criticare è molto, troppo facile. In questo senso ho anche fatto vista all’amico Carlo Verna, Presidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per raccontargli con passione il progetto. 

    Il grande evento: Mojo Italia

    Il direttore di Mojo Italia Nico Piro

    Fatta la premessa, posso entrare nello specifico con il racconto di Mojo Italia. Il primo festival del mobile journalism italiano. E’ dal 21 al 23 settembre, presso Stampa Romana e la Casa del Cinema, immersa nella bellissima Villa Borghese. Lo sta organizzando il team di Mojo Italia che, parte Nico Piro, conta anche altri mojo come Natalia Castaldini o Vally Corona, ma vede l’appassionata partecipazione di tutta la comunità mojo romana. Un team affiatato che ha messo in piedi 15 seminari gratuiti in 3 giorni di evento, per quello che è un grande evento di formazione gratuita per giornalisti e professionisti del visuale, con la collaborazione proprio di Italian Mojo e dell’Associazione Filmaker diretta da Enrico Farro. Montaggio con Kinemaster o Luma Fusion,  introduzione al mojo, il Vlogging, gli altri social come Instagram, come fare un podcast: questi solo alcuni degli argomenti della tre giorni per un programma fittissimo, con i massimi esperti ialiani, che puoi trovare qui.

    Dalle prime notizie sono oltre 300 le iscrizioni ai seminari per una manifestazione che si annuncia come quella che dividerà un prima da un dopo nella storia del mobile journalism italiano. Il tutto anche perché c’è un primo timido interesse anche da parte degli editori che, probabilmente, faranno capolino alla manifestazione. Ci saranno anche tre concorsi mojo che puoi trovare qui se vuoi metterti alla prova.

    Editori, se ci siete battete un colpo

    Il grande passo che deve fare Mojo Italia è dare riconoscimento alla comunità italiana e farle sapere che esiste. Se posso mettere fuori un difetto di questa manifestazione ritengo che sia quello di essere in lingua italiana, ma va detto: in Italia i mobile journalist devono prima conoscersi e vincere le diffidenze. Poi potranno dire la loro anche all’estero. Il secondo grande passo è quello di uscire dal guscio e di far capire agli editori che il giornalismo va nella direzione del mobile journalism. Ci va con una comunità nuova e unita, moderna e creativa: non parteciparvi e non immettere il mobie journalism (tutto) nel processo delle aziende editoriali, è un errore. Saprà Mojo Italia fare questo? Intanto ti dico una cosa, se ti interessa il mobile journalism e non ci sarai, beh, hai torto. Terrò anche un seminario sui business possibili con lo smartphone: vieni? 

  • Il giornalista digitale ha bisogno di etica: ci aiuta Mariagrazia Villa

    Il giornalista digitale ha bisogno di etica: ci aiuta Mariagrazia Villa

    Giornalismo digitale ed etica: binomio imprescindibile

    Ho letto “Il giornalista digitale è uno stinco di santo” (Autrice Mariagrazia Villa, editore Dario Flaccovio) e quando sono arrivato alla fine mi sono accorto di due cose, diciamo, importanti per chi vuole fare il giornalista digitale e riuscire ad andare a dormire sereno tutte le sere.

    Etica necessaria per fare e per capire 

    La prima cosa che ho capito è che questo libro, coraggiosamente dedicato a 27 virtù che deve avere un giornalista per essere vero in questo mondo liquido del web, parla di etica riportandola al centro della professione giornalistica come mai mi era capitato di vederla di recente. Le virtù, le qualità da coltivare e sviluppare se si vuole che il proprio lavoro resti di valore, sono molto importanti e ci differenziano per sempre dagli algoritmi. Per questo coraggio, disponibilità, servizio, empatia, sono attrezzi necessari se vuoi fare questo lavoro facendogli conservare la funzionalità centrale nella società. Di che funzione parlo? Di questa qui sotto.

    Ecco il ruolo del giornalista

    Parliamo di etica, quindi, anche per capire il mondo che ci circonda e che cambia in modo liquido. Dobbiamo usare l’etica perché tutto della nostra professione è cambiato, ma il ruolo di mediazione della realtà resta quello. 

    Nuovi strumenti e contesto

    Virtù dopo virtù, qualità dopo qualità, la Villa nel suo manuale capolavoro dipinge la figura del nuovo giornalista digitale come quella di una mucca viola (per dirla con Seth Godin) che si crea il ruolo e il suo posto in quel postaccio che è il web rafforzandosi con l’allenamento dedicato alle qualità che rendono una persona migliore. Per quello è una mucca viola: così, a ben vedere, son poche poche le persone che cercano ogni giorno di essere migliori…

    Già, la Villa ci dice che il giornalista digitale è uno stinco di santo perché deve esserlo per fare questo mestiere con passione e verità. Peggio è il web e migliore deve essere la persona. Ti rendi conto di quanto questo messaggio sia rivoluzionario?

    Un passaggio sulla mediazione

    La seconda cosa pazzesca

    La seconda cosa importante che ho capito da questo libro è che Mariagrazia, detta Grace, giornalista e docente eccellente, è una fuoriclasse della scrittura di questo tipo di libri.

    Con questo “Il giornalista digitale è uno stinco di santo” riesce a essere alta come una filosofa e amichevole come quella compagna di liceo dietro la quale morivi e che ti faceva i compiti perché le facevi tenerezza. Bella, divertente, profonda, leggera, scorrevole, l’amica che vorresti, la prof di cui ti innamori perdutamente anche se parla di lavatrici.

    Morale? Aprite le aule delle scuole di giornalismo e inondate le aule di questo libro e ricordati: se vuoi essere un vero stinco di santo. Sii eccellente, ogni giorno di più.

  • Video con i droni: c’è bisogno di una grammatica

    Video con i droni: c’è bisogno di una grammatica

    Video con i droni: sono in mezzo alle scartoffie.

    Ho controllato ora e posso dirlo: da poche ore, esattamente da ieri, sono un Operatore Sapr (attenzione, non dire mai che sei un pilota perché quelli che hanno preso il patentino si arrabbiano) con il mio Spark ufficialmente registrato all’Ente Nazionale dell’Aviazione Civile sotto il nome di “Davide2012”.

    Beh, sono molto contento, anche se le carte non sono finite. Diventare operatore di volo con i droni è complicato, ma mi stupirei se non fosse così visto che hai tra le mani un aeromobile che può provocare tantissimi danni se non lo sai usare adeguatamente e se non rispetti le regole di volo.

    Sto continuando a guardarmi intorno.

    La mia entrata nel mondo dei droni è un’entrata davvero piena di entusiasmo e del senso di meraviglia per le potenzialità di questi apparecchi tecnologici che, al prezzo di poche centinaia di euro, offrono delle qualità pazzesche per la produzione di immagini. Ho letto siti, guardato articoli, ammirato molti video, ma ho subito notato che c’è un vizio persistente nella videografia dei droni.

    Vuoi sapere quale? Il mezzo con il quale si fanno le immagini, vista la grande potenza evocativa dei ritratti visivi che riesce a fare, diventa il fine di un intero video. Ho visto decine e decine di video tutti omologati nel replicare immagini molto alte, di splendidi paesaggi, di contesti stupendi e legati a doppia mandata con la replica visiva artificiale di un ancestrale desiderio dell’uomo. Quale? Ma quello di volare, naturalmente.

    Raccontami una storia, che diamine.

    Non sono riuscito, davvero, a trovare un video che raccontasse, per mezzo delle immagini del drone, una storia compiuta. Non sono riuscito a capire se ci sia davvero qualcuno che prenda il drone (mezzo) per massimizzare un racconto (fine) e non faccia diventare il fine della sua storia visuale il drone stesso. L’essenza del mobile journalism è questa: valorizzare mezzi inconsueti per scrivere storie non usuali. Senza mai far diventare il mezzo troppo protagonista. Dalle mie prime escursioni da spettatore, quindi, è stato più volte lisciato il pelo dell’Icaro che c’è in me, ma non mi è mai stata raccontata una storia compiuta e resa ancora più unica dalle immagini girate da un drone.

    Mi metto in gioco. Voglio aiutare il movimento dei dronisti italiani ad ampliare il discorso tecnico per costruire una grammatica visuale e creativa dei video con i droni che, da quanto mi pare di aver capito, manca. Desidero davvero che ascese, discese, avvitamenti, cerchi, piani sequenza bassi e alti, immagini in verticale e carrellate a 360 gradi diventino un linguaggio grammaticalmente coerente con quello del racconto visuale e possano essere movimenti ripetibili e inseribili in un discorso. Non dobbiamo insegnare ai droni a mostrarsi, ma per fare video con i droni dobbiamo insegnare ai loro operatori a scrivere.

    Le app non ci devono togliere il lavoro.

    Anche in questo caso, come in tutti gli altri hardware, le app di editing non devono toglierci il lavoro di montaggio e di scrittura per immagini di una storia. E’ un’altra cosa che non mi piace. Davvero negativa. Insomma lo strumento drone non può essere reso ancora più protagonista dai montaggi delle app dei costruttori, le quali continuano a rendere protagonista soltanto lo strumento, togliendo ancora di più autonomia a chi lo usa. Insomma, c’è un vizio di forma che va riparato ed è l’assenza di una grammatica visuale del drone, di un vero e proprio alfabeto del video con i droni. E’ ora di costruirlo.

     

  • Drone per imparare? Il DJI Tello, palestra per un nuovo lavoro

    Drone per imparare? Il DJI Tello, palestra per un nuovo lavoro

    Ho scoperto qual è il drone per imparare davvero: è il Dji Tello, non ha avversari.

    Il drone per imparare era ed è una mia fissa, dopo che ho iniziato questo percorso per diventare un #drojo (drone journalist) di cui forse hai letto (o vuoi leggere) la mia prima puntata.

    Il motivo per cui penso che sia utile, anzi necessario, avere un drone giocattolo con cui “farsi le ossa” è molto semplice. Mi sto avvicinando a questo mondo con gli occhi liberi da pregiudizi e da idee di casta o di combriccola che spesso valgono molto in contesti come questi. Penso che ci siano molte cose dette male, molte cose che non si conoscono, molte storture e molta negatività in un mondo che potrebbe essere una grande opportunità professionale e di passione perché vive con le immagini.

    Avrai letto, forse, che ho già fatto un minimo di chiarezza.

    Nel primo pezzetto che ho fatto sull’argomento, questo qui, ho già messo in fila alcune nozioni sul mondo dei droni che sconfessano luoghi comuni, sfatano miti e smontano leggende. Più sono andato avanti negli esercizi, però, è più mi è sembrato chiaro che avere una palestra in piccolo di quello che poi ti fa fare lo Spark, serviva e serve. Molto. Anche in questo mondo e in questo particolare linguaggio delle immagini, quello che conta e conterà nella mia divulgazione della materia non è la tecnologia, ma il modo con cui si racconta una storia. Nel mondo dei droni, però, la tecnologia, visto che parliamo di macchine volanti, conta e molto.

    Dopo tanti fallimenti ho trovato il divertimento vero.

    Ho presto tre tipi di drone diversi tra i 32 e i 59 euro, comprati tutti su Amazon. Ebbene, si sono rivelati tutti un fallimento, rotti al primo urto o “uccisi” dalla loro scarsa qualità. Ho provato a sparare più in alto e, con 109 euro (ma su Amazon si trova a qualche cosina meno, ho trovato la perfetta palestra per il mio percorso da neofita del drone. Sto parlando del Dji Tello, il nuovo arrivato “basic” di casa Dji. E’ un drone fatto in collaborazione con la Ryze Electronics che monta circuiti della Intel, ha una macchina fotografica da 5 megapixel in grado di fare tranquillamente video 1280×720.

    L’esperienza di volo, specialmente se fatta con il controller Gamesir T1d, è da urlo.

    Essendo molto fedele alle manovre, con il Dji Tello viene facile fare in piccolo tutti quei movimenti di camera che sono utili per fare delle buone riprese aeree. E’ resistente, piccolo, fermo in volo e leggero. E’ un vero spasso, ma per chi vuole fare il drone journalism una tappa obbligata per capire come si fa. L’ho provato, vissuto, smontato, rimontato. Ebbene: ho trovato la palestra perfetta per fare allenamento e quello che ci vuole per imparare a volare con suo fratello maggiore, lo Spark.

  • Microfono per Smartphone?  iRig Mic HD2, soluzione perfetta per le news

    Microfono per Smartphone? iRig Mic HD2, soluzione perfetta per le news

     Microfono per smartphone: l’offerta si fa sempre più ricca.

    La questione dell’audio, te l’ho sempre detto, è assolutamente centrale se vuoi fare mobile journalism seriamente.

    Dall’inizio di questo progetto fino a oggi mi è capitato di avere per le mani molte soluzioni microfoniche che hanno soddisfatto diversi tipi di necessità di un mobile journalist o di un mobile videomaker.

    Oggi ti parlo di iRig Mic HD2, evoluzione dei microfoni a filo della iK Multimedia, azienda italiana che sta facendo uno strepitoso lavoro negli hardware di acquisizione audio, soprattutto nell’ambito della musica.

    Ho incrociato la strada di questa azienda molte volte per più di un tipo di supporto per il mojo. Treppiedi, amplificatori microfoni lavallier (i mitici iRig Mic Lav di cui parlo spesso nei miei corsi). Ora arriva il microfono per smartphone perfetto se fai il cronista di strada e hai bisogno di registrare velocemente.

    Il controllo assoluto del suono

    Se segui questo sito lo sai: anche per questo microfono per smartphone, come per gli altri sponsored post, non mi va di fare l’unboxing. Per cui ti dico che nella scatola trovi il microfono, l’astuccio, il filo di connessione al PC (comunque a USB) e il filo con la presa lightning per adattare questo microfono per smartphone a tutti i telefoni del mondo iOS.

    Grazie a convertitori a 24 bit di alta qualità, sample rate fino a 96kHz, un preamplificatore con bassissimo rumore di fondo, una nuova capsula gold-sputtered a condensatore e un’uscita cuffie integrata per il monitoring, iRig Mic HD 2 offre qualità e versatilità senza rivali ad un prezzo imbattibile

    I suoi ampi ambiti di utilizzo.

    La iK multimedia ne descrive così le caratteristiche principali che fanno di questo microfono lo strumento ideale per le news, per le interviste, per veloci stand up in primo piano, per registrazioni audio, per podcast, per live via social, ma anche . Il suo preamplificatore (con segnalatore multicolore a led) e la sua uscita cuffie fanno poi in modo che, se lo usi, tu abbia completa consapevolezza di quello che sta accadendo al tuo audio mentre lo registri. Nota ulteriore: ha la phantom e quindi prende energia dal telefono stesso.

    Con una controindicazione: ho verificato che, nel momento in cui parte lo standby del telefono, l’energia di alimentazione del microfono viene meno. Se non fai attenzione, quindi, specialmente quando stai registrando cose lunghe (in audio) potresti perdere pezzi. Ho fatto video, interviste, interviste con gente lontana, Facebook live.

    L’unico difetto…

    La resa mi sembra di quelle da urlo per un microfono per smartphone che ha un solo vero difetto. Volete sapere quale? Non è per telefoni Android e per come è messo il mercato italiano dei telefoni mi sembra una cazzata. Cara iK Multimedia, ti prego fanne una versione che sia “comprensiva” di un cavo Android (micro usb? Usb C?).

    Sono comunque ammirato da questo microfono per smartphone: da quando ho iniziato a produrre materiale per le mie Italian Mojo Stories non sono mai più uscito senza. Vale la pena, anche se il prezzo non è dei più bassi.

  • Mojofest: sarò uno degli speaker con il dito puntato sul problema

    Mojofest: sarò uno degli speaker con il dito puntato sul problema

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    Mojofest mi ha insignito di un grande onore: moderare un panel che punta il dito sul problema.

    Ho saputo solo da qualche giorno che sarò tra gli speaker di Mojofest.

    Si tratta della massima espressione della comunità internazionale del mobile journalism e della mobile content creation, un evento che, non senza difficoltà, vede la luce in modo indipendente e autonomo con le modalità che ho spiegato qualche tempo fa in questo articolo. Il tutto dopo tre anni di Mojocon, la Mobile Journalism World Conference che era nata nel 2015 sotto l’egida di RTE.

    Sarò addirittura fra i moderatori di un panel che potete trovare qui. Punteremo il dito sul centro del problema, anche perché a Mojofest ci sarà davvero il nucleo della mojo community internazionale e sarà davvero importantissimo poter dire le cose come stanno. Della serie: bello il mojo, ok. Però come risolviamo il problema di metterlo davvero in campo nelle redazioni e nella vita quotidiana dei giornalisti?

    Implementing mojo.

    Ecco: questo è il titolo del mio panel. Abbiamo a disposizione un’ora per raccontare, ai quasi mille delegati di Mojofest, quali sono le vie, le esperienze, i progetti, i passi per introdurre il mojo nei paesi “ostili”, nei contesti culturali del giornalismo più difficili. Ti aspetterai che ti parli di paesi poveri e di situazioni limite e, invece, i contesti in cui è più duro introdurre il mojo sono proprio quelli di paesi occidentali come il nostro, come la Spagna, l’Argentina. Anche nel mondo anglosassone, però, non è molto più facile.  Là dove, infatti, ci sono innovatori che vanno predicando il mobile journalism, ci sono anche redazioni che gridano allo scandalo se uno fa un video con un telefonino o sindacati che si mettono di traverso. Sta succedendo e succede. Ma…

    Come superare tutto questo?

    Tutto questo si supera condividendo le esperienze e trovando il modo di cambiare le cose dal basso. Lo sta facendo la mia Italian Mojo con i suoi meet up, ma lo sta facendo, per esempio, Mojo Italia che fa corsi ed eventi come il Festival che andrà in scena a settembre. Tutti gli ostacoli si possono superare se si introduce la cultura mojo nelle scuole, nelle università. Tutto può essere guardato in modo diverso se si apre la visione a un linguaggio visuale che deve essere visto come il linguaggio comune per scambiare messaggi e, quindi, il linguaggio più importante per fare informazione.

    Un linguaggio nuovo, un mondo nuovo.

    Il mobile journalism non deve essere introdotto nelle redazioni come un avversario del modo costituito di fare contenuti, ma come un linguaggio diverso e una possibilità ulteriore. Per fare questo ho cercato di promuovere e ho cercato di portare avanti io stesso un’idea di panel che potesse mettere a disposizione di chi sarà lì (o chi in qualche modo seguirà la manifestazione) una serie di esperienze, di riflessioni e di consigli che siano utili e operativi per chi debba portare il mojo nel proprio contesto e non sa da dove cominciare.

    Il lineup del mio panel.

    Con me ci saranno uno dei leader del gruppo latino-americano dei mojoer, l’argentino Matias Amigo, autore tra l’altro di una splendida guida sul mojo che puoi trovare qui, l’amico fraterno Urbano Garcia Alonso, il “maestro” olandese del mojo Wytse Wellinga (guarda il libro meraviglioso che ha realizzato e compralo subito se vuoi sapere di mojo)  e, ultima entrata di pochi minuti fa Caroline Scott di Journalism.co.uk.

    Resta una cosa da dire.

    Ho voluto dare il mio contributo a Mojofest perché sono abituato a dare prima di pensare a ricevere. Ho creato, in questo anno o poco più, un vero movimento che è partito proprio da quello che avevo appreso a Galway nella tre giorni di Mojocon che ancora campeggia qui su questo sito. I contenuti ancora li puoi vedere. Così come puoi vedere la serie di indicazioni che l’organizzatore di Mojocon prima e Mojofest poi, Glen Mulcahy, mi aveva dato in questa intervista.

    Avendo realizzato buona parte dei sogni che mi aveva messo davanti ho deciso di lavorare per dare anche io qualcosa a quella community internazionale che molto ha dato a me. Così ho proposto questo panel che è stato accettato. E’ il mio modo di ridare qualcosa a chi mi ha dato molto. In Italia, però, ancora non ho visto crescere questo tipo di atteggiamento per poter rinnovare la cultura della professione giornalistica. Forse perché non si riesce, vista la crisi, a dare. Si cerca solo di ricevere. Questo non porta a nulla, nemmeno alla sopravvivenza. Cos’ si muore, lentamente, ma si muore.

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