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Mojofest mi ha insignito di un grande onore: moderare un panel che punta il dito sul problema.

Ho saputo solo da qualche giorno che sarò tra gli speaker di Mojofest.

Si tratta della massima espressione della comunità internazionale del mobile journalism e della mobile content creation, un evento che, non senza difficoltà, vede la luce in modo indipendente e autonomo con le modalità che ho spiegato qualche tempo fa in questo articolo. Il tutto dopo tre anni di Mojocon, la Mobile Journalism World Conference che era nata nel 2015 sotto l’egida di RTE.

Sarò addirittura fra i moderatori di un panel che potete trovare qui. Punteremo il dito sul centro del problema, anche perché a Mojofest ci sarà davvero il nucleo della mojo community internazionale e sarà davvero importantissimo poter dire le cose come stanno. Della serie: bello il mojo, ok. Però come risolviamo il problema di metterlo davvero in campo nelle redazioni e nella vita quotidiana dei giornalisti?

Implementing mojo.

Ecco: questo è il titolo del mio panel. Abbiamo a disposizione un’ora per raccontare, ai quasi mille delegati di Mojofest, quali sono le vie, le esperienze, i progetti, i passi per introdurre il mojo nei paesi “ostili”, nei contesti culturali del giornalismo più difficili. Ti aspetterai che ti parli di paesi poveri e di situazioni limite e, invece, i contesti in cui è più duro introdurre il mojo sono proprio quelli di paesi occidentali come il nostro, come la Spagna, l’Argentina. Anche nel mondo anglosassone, però, non è molto più facile.  Là dove, infatti, ci sono innovatori che vanno predicando il mobile journalism, ci sono anche redazioni che gridano allo scandalo se uno fa un video con un telefonino o sindacati che si mettono di traverso. Sta succedendo e succede. Ma…

Come superare tutto questo?

Tutto questo si supera condividendo le esperienze e trovando il modo di cambiare le cose dal basso. Lo sta facendo la mia Italian Mojo con i suoi meet up, ma lo sta facendo, per esempio, Mojo Italia che fa corsi ed eventi come il Festival che andrà in scena a settembre. Tutti gli ostacoli si possono superare se si introduce la cultura mojo nelle scuole, nelle università. Tutto può essere guardato in modo diverso se si apre la visione a un linguaggio visuale che deve essere visto come il linguaggio comune per scambiare messaggi e, quindi, il linguaggio più importante per fare informazione.

Un linguaggio nuovo, un mondo nuovo.

Il mobile journalism non deve essere introdotto nelle redazioni come un avversario del modo costituito di fare contenuti, ma come un linguaggio diverso e una possibilità ulteriore. Per fare questo ho cercato di promuovere e ho cercato di portare avanti io stesso un’idea di panel che potesse mettere a disposizione di chi sarà lì (o chi in qualche modo seguirà la manifestazione) una serie di esperienze, di riflessioni e di consigli che siano utili e operativi per chi debba portare il mojo nel proprio contesto e non sa da dove cominciare.

Il lineup del mio panel.

Con me ci saranno uno dei leader del gruppo latino-americano dei mojoer, l’argentino Matias Amigo, autore tra l’altro di una splendida guida sul mojo che puoi trovare qui, l’amico fraterno Urbano Garcia Alonso, il “maestro” olandese del mojo Wytse Wellinga (guarda il libro meraviglioso che ha realizzato e compralo subito se vuoi sapere di mojo)  e, ultima entrata di pochi minuti fa Caroline Scott di Journalism.co.uk.

Resta una cosa da dire.

Ho voluto dare il mio contributo a Mojofest perché sono abituato a dare prima di pensare a ricevere. Ho creato, in questo anno o poco più, un vero movimento che è partito proprio da quello che avevo appreso a Galway nella tre giorni di Mojocon che ancora campeggia qui su questo sito. I contenuti ancora li puoi vedere. Così come puoi vedere la serie di indicazioni che l’organizzatore di Mojocon prima e Mojofest poi, Glen Mulcahy, mi aveva dato in questa intervista.

Avendo realizzato buona parte dei sogni che mi aveva messo davanti ho deciso di lavorare per dare anche io qualcosa a quella community internazionale che molto ha dato a me. Così ho proposto questo panel che è stato accettato. E’ il mio modo di ridare qualcosa a chi mi ha dato molto. In Italia, però, ancora non ho visto crescere questo tipo di atteggiamento per poter rinnovare la cultura della professione giornalistica. Forse perché non si riesce, vista la crisi, a dare. Si cerca solo di ricevere. Questo non porta a nulla, nemmeno alla sopravvivenza. Cos’ si muore, lentamente, ma si muore.

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