Tag: formazione

  • La Mobile Content Creation è realtà nel mondo della musica

    La Mobile Content Creation è realtà nel mondo della musica

     

    Mobile content creation e Sony Music Italia.

    Come sai mi piace parlare di mobile journalism e mobile content creation in un modo molto pratico. Per questo motivo qualche giorno fa mi sono immerso volontariamente, su invito dell’amico Andrea Corelli di Sony Music Italia, in un momento mojo che l’ufficio di comunicazione della sua casa discografica ha creato per il lancio del prossimo disco della cantante Jain. Naturalmente, per letture e logica, sapevo che il mondo della musica era già stato “contagiato” dal virus della mobile content creation (basta vedere qui per credere), ma è stata la prima volta che mi è capitato di vedere all’opera un media office di una majlor della musica creare un contenuto brand con le tecniche del mojo.

    Creatività al servizio del brand (e a vantaggio dei costi).

    Per una firma della musica mondiale come la Sony, la mobile content creation per gli uffici media è il pane quotidiano, ma non ha ancora assunto il ruolo di un linguaggio continuativo. Per eventi di lancio dei nuovi album, tuttavia, è un elemento che aiuta a creare contenuti per il brand che siano creativi, smarcati e utili per parlare al target, solitamente giovane, cui si rivolgono. Oltretutto questi contenuti, di estrema qualità, sono realizzati con vantaggio dei costi, considerazione che anche in ambienti così grandi si inizia a fare. Per questo motivo, un ufficio media come quello di Sony Italia si è preso la briga di inventare un video con i fan di Jain che svelasse la copertina e il titolo dell’ultimo lavoro della splendida esponente della World Music. 

    Le considerazioni del product manager.

    Ecco, infine, le parole del product manager Andrea Corelli sull’evento e sul livello di integrazione, ormai molto alto, tra le tecniche e il linguaggio mojo, per farla semplice, e il lavoro di comunicazione di una grande azienda come la Sony, nella sua espressione italiana. Ormai, nella musica, la mobile content creation dimostra di essere una vera e propria realtà.

  • Mojofest a Galway: la cultura mojo torna alle origini

    Mojofest a Galway: la cultura mojo torna alle origini

    Mojofest: una convention ridotta all’essenziale.

    In questi giorni gli esponenti della cultura della mobile content creation sono rimasti piuttosto preoccupati dalla mancanza di notizie su Mojofest, la nuova creatura del capo della Mojo community mondiale Glen Mulcahy. L’ex capo dell’innovazione di RTE, divenuto imprenditore con Titanium Media, sta lavorando da mesi a una edizione indipendente della manifestazione che negli scorsi anni aveva visto riuniti anche un migliaio di delegati a scambiarsi informazioni e cultura sulla mobile content creation, sostenuti da sponsor e da un patrocinatore di grande valore come il broadcaster di stato di Dublino.

    Da poche ore, esattamente da ieri a mezzogiorno, sappiamo che dobbiamo abbandonare i fasti del passato perché molte delle aziende coinvolte nelle passate stagioni non hanno confermato il loro supporto. Di conseguenza Mulcahy ha annunciato ieri i criteri di progettazione, soprattutto finanziaria, per sostenere il peso della manifestazione. Criteri rivisti all’osso, per una convention che, dal 29 al 31 maggio 2018, sarà ridotta all’essenziale.

    Cosa è successo esattamente?

    Ecco, rispondo a questa domanda, innanzitutto. C’è chi si sarà fatto prendere dallo sconforto, ma questa “riduzione” in corsa di Mojofest è, a mio avviso, una ottima notizia. Andiamo per gradi. Glen Mulcahy, nei 45 minuti e passa di diretta nel gruppo di Mojocom nel quale annunciava il cambiamento del modello della convention, ha sostanzialmente rivelato la difficoltà di allestire discorsi con le aziende da “imprenditore indipendente” rispetto a quando aveva dietro le spalle il colosso televisivo. Poi ha ammesso anche che è stato poco efficace il timing del periodo di lavoro in cui si è messo a progettare Mojofest 2018 perché i colloqui con le firm del mondo mobile sono iniziati in gennaio per fine maggio. Probabilmente in quel momento i budget pubblicitari e di marketing per le aziende grosse erano già partiti, stoccati.

    Cosa è cambiato e cosa cambierà

    Il modello di Mojofest, quindi, è diventato molto diverso da quello dei precedenti anni. E’ tornato alle origini e si baserà, tuttavia, sulla cura dei contenuti a discapito dell’ambientazione, dei benefit, delle possibilità. L’organizzatore ha deciso che punterà tutti i suoi sforzi sull’allestimento della tre giorni sotto il profilo editoriale, ma, per dirla schietta, il panino ce lo dovremo portare da casa. E’ un ritorno al centro della cultura mojo a dispetto di un allestimento “televisivo”. Ebbene, vi rassicuro tutti.

    Non è per questo motivo che la cultura della mobile content creation avrà meno fortuna o morirà. Anzi. Si sta, invece, stagliando un modello mojo anche nell’allestimento di una convention che rischia di essere ancora più viva e attiva e impattante nelle carriere di chi ci andrà rispetto alle precedenti. E’ cambiato il modello, quindi: si parlerà molto di cultura, di novità, di linguaggi, di giornalismo, di creatività, di tecnologia, di social, di brand journalism, di cinema e di storytelling e, attorno, non ci saranno fronzoli.

    Come puoi dare una mano?

    Nel modello mojo di Mojofest 2018 c’è molto da scoprire, forse anche per trarne insegnamento. Intanto è uscita una pagina di Patreon per sostenere con offerta mensile la manifestazione: la puoi trovare esattamente a questo link. La prossima settimana andranno online i biglietti sul sito della manifestazione che è esattamente questo. Da quel momento in poi si cominceranno a sapere i programmi, gli speaker e tutto il resto. Puoi dare una mano mettento mano al portafoglio e facendola mettere, spargendo la voce di un progetto che avrà comunque uno straordinario impatto. Forse proprio perché ha cambiato il suo modello in corsa affidandosi alla forza di una community.

    Galway, se ci vieni, ti cambierà la vita.

    Concludo con concetti molto semplici e con una visione prospettica. La community mojo e la cultura della mobile content creation hanno cambiato la mia carriera e forse anche la tua per due motivi semplici. Rappresentano il futuro della professione e uno strumento (e qui parlo della comunità) nel quale la forza è la condivisione gratuita della cultura. Sono sicuro che la manifestazione di Galway, cui parteciperò, mi darà e ti darà (se vuoi venire) informazioni, suggestioni, suggerimenti e dritte in grado di cambiare la rotta del tuo lavoro e di riempire il tuo portafoglio. Come? Dando  e ricevendo una cultura nuova che, a questo punto, si sostiene da sola e fa dipendere il proprio cammino solo dalle sue forze. Dalle forze di un gruppo di persone sparse per il mondo che si scambiano valore gratuitamente.

    Ti dico quello che farò io.

    Proprio grazie a questa svolta, la quale a mio avviso libera questa cultura, credo che moltiplicherò gli sforzi per fare in modo che la mobile content creation abbia la dignità di materia accademica e la visione di un nuovo futuro per tutte le professioni dei media e visuali. Ma anche delle altre. Continuerò a regalare materiale, consigli, a fare eventi, corsi, a rispondere alle telefonate, per consigli, dritte, suggestioni, libri. Continuerò anche a seguire il progetto del corso mojo nelle scuole di giornalismo e ad aiutare tutte le aziende che vogliono diventare “mobile” nel loro modo di esprimersi all’esterno. Solo mettendo un mattone dopo l’altro si fa la casa di una nuova cultura. Io continuo, tu xche fai?

  • Podcast sul mobile journalism: ecco Italian Mojo stories

    Podcast sul mobile journalism: ecco Italian Mojo stories

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    Podcast sul mobile journalism: le storie di Italian Mojo.

    Una di queste notti mi è partito un podcast sul mondo del mojo, è partito in sordina e con l’idea di continuare anche su un altro canale il dialogo con te che mi leggi e che ti servi delle poche o tante cose utili che racconto. E’ partito perché parlare di mobile journalism e di mobile content creation, parlare del giornalismo che cambia e  di innovazione nei media in generale è quello che mi riesce meglio. Italian Mojo, la community fondata assieme a un team di altri colleghi, ne è il simbolo più evidente. Per continuare a chiacchierare con chi si interessa di mojo, quindi, ho deciso che Italian Mojo Stories dovesse essere il modo migliore per titolare un programma radiofonico che mi fa ritornare alle origini, visto che ho cominciato, nel 1989, proprio parlando davanti a un microfono, il mio lungo viaggio.

    Filosofia poca, riflessioni molte, notizie utili tantissime.

    Ho fatto stasera la mia terza puntata e ho già capito il filo rosso che le unirà tutte. Vuoi sapere qual è? E’ la volontà di essere utile, di raccontare con un mezzo efficacissimo e in un tempo ragionevolmente breve, le notizie che vengo a sapere a tutta la mia community, a quel gruppo di Italian Mojo di cui sono l’ispiratore, sì, ma anche la fonte di news.

    Il podcast è immediato, intimo, affabile, è come un amico che ti spaccia consigli, ti gira le dritte, ti regala le chicche. Ecco, voglio essere così e spero di riuscirci. Se volete seguirmi la home del mio podcast è questa. E’ su Anchor perché quello strumento è completamente mojo e può regalare interazione con i messaggi che gli ascoltatori possono lasciarmi. Il mezzo, quindi, è anche un modo per continuare ad alimentare l’architrave del nuovo giornalismo, il fatto di conversare con la propria community.

    Sono Italian Mojo e risolvo problemi.

    La puntata che mi è piaciuta di più è quella nella quale ho parlato dei grossi problemi di Filmic Pro con l’audio, patiti in questo periodo. Se vuoi sapere tutti i segreti ascoltala e capirai anche lo scopo di Italian Mojo Stories e la sua missione: spacciare dritte e news utili.

    Qui, nel breve volgere di 6-7 minuti, puoi sapere cosa è successo e cosa sta succedendo sulla app di Filming fatta a Seattle dal team di Bonagurio e Barnham. Ecco, moltiplica questo e episodio del podcast per mille e avrai la strada che ho deciso di intraprendere per il mio nuovo gingillo mojo. Sono Italian Mojo e te lo racconto, alla vecchia, chiacchierando davanti a un microfono. E’ un mondo per stare insieme. Aspetto messaggi, ci sentiamo presto. Diciamo una volta ogni due giorni.

    Ehi, sulle immagini c’è il super corso di Ranfi.

    A proposito di immagini, molto probabilmente si parlerà di questi problemini anche al primo corso di Filming che Italian Mojo, la mia associazione, ti offre per questo sabato, 24 marzo 2018, con alla docenza il professor Fabio Ranfi. Per l’iscrizione, puoi cliccare qui.

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  • Il mobile journalism? Semplice e in continuo cambiamento

    Il mobile journalism? Semplice e in continuo cambiamento

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    Le indicazioni di una settimana di corsi di mobile journalism.

    La scorsa settimana ho affrontato per la prima volta l’esperienza di una docenza di livello universitario presso i Master della Iulm concernenti il mondo del “Beauty e del Wellness” e l’ambito professionale della “Food and Wine Communication“. Cosa è successo? Il finimondo naturalmente… in senso buono, un finimondo concluso con uno splendido minicorso base di mobile journalism nella community di Italianmojo, esattamente l’ultimo del 2017.

    Quello che ho visto negli occhi degli altri.

    Ti confesso: ero emozionato prima di cominciare questa esperienza, essendo completamente novizio della docenza. Niente, in pochi minuti mi sono sentito parte delle mie classi, gestendo didattica ed errori di “gioventù” (si, dai, almeno come professore sono giovane :-)) con estrema naturalezza. Ho attraversato la storia, la grammatica visuale, l’hardware, il software, il filming, l’editing, iMovie, Kinemaster, i trucchi e l’essenza di questa nuova materia con un obiettivo, sperando di raggiungerlo. Vuoi sapere qual era? Volevo che tutto sembrasse semplice. Volevo che le persone che avevo di fronte sentissero arrivare il “calore” di questa nuova cultura, la sua vicinanza e la sua immediata fruibilità, prima delle disquisizioni tecniche o di grammatica visuale. Volevo che il mobile journalism che stavo insegnando fosse semplice.

    Quello che ho visto negli occhi delle oltre 50 persone che ho incontrato nei tre giorni di insegnamento è che sono riuscito a trasmettere questo valore, quello della semplicità del mobile journalism. L’ho visto nelle giovani studentesse del mondo del beauty, nel mondo più variegato che si interessa della cucina e del vino, ma anche nel mondo dei professionisti del giornalismo che sono venuti a Italianmojo sabato. Giornalisti di esperienza o comunicatori di vaglia, studentesse del mondo della bellezza o cultori della comunicazione del mondo del vino: tutti hanno recepito la semplicità di questa materia.

    Correzioni del colore e gimbal? No, pure mojo.

    Il mobile journalism che ho cercato e cerco di diffondere è puro e tende solo a far esprimere al massimo le potenzialità dello smartphone all’atto della produzione dei contenuti editoriali che sono utili alla professionalità di chi lo interpreta. Non sono andato dentro i tecnicismi, non ho “violentato” il mobile facendolo diventare un nuovo tipo di videomaking, ma un filo più sfigato. Il mobile journalism è e resta un linguaggio unico, differente, con i suoi enormi punti di valore e i suoi limiti strutturali. Renderlo criptico con potenti soluzioni tecniche e con importanti hardware di correzione dei limiti che ha la macchina, mi sembra un esercizio di una assurdità enorme. Insomma, mojo tecnico? No, pure mojo. Io vado da quella parte…

    Il mobile journalism è una filosofia nuova e in continuo cambiamento

    E quando parli di nuova filosofia o di nuova cultura, quello che devi fare se la studi è capirne quello che di buono può essere per te. Se la insegni, invece, la devi “girare” a chi la riceve con le chiavi in mano per aprire una porta che apre un mondo semplice e utile, chiaro ed efficace. Il mobile journalism è una filosofia nuova e un nuovo linguaggio, il quale fa rima con il cambiamento della prospettiva. Il mobile journalism è questione di storie da raccontare con l’agilità e la potenza del telefono, il quale non crea immagini che “replicano” il linguaggio della telecamera, ma ne fa nascere di nuove. Il linguaggio video del mobile è più vicino, più smarcato, più agile, più profondo, più intimo e più artigianale, se vogliamo curato. Sono molto felice di essere riuscito a farlo capire ai miei studenti. Ultima nota: il mobile journalism cambia tutti i giorni e trova nuove forme e nuovi hardware. Giovedì, con il prossimo articolo, ti racconto una esperienza diretta, un altro test sul campo che, per ora, puoi trovare sulla mia fanpage di Facebook.  Il mobile journalism è anche questione di punti di visione della realtà.

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  • Giornalismo digitale: le redazioni sono pericolosamente indietro

    Giornalismo digitale: le redazioni sono pericolosamente indietro

    Giornalismo digitale: una fotografia abbastanza impietosa.

    Per fortuna l’Italia non è la “pecora nera” del ritardo della digitalizzazione delle newsroom di tutto il mondo, ma in ogni caso non c’è da stare allegri. A fare “lo stato dell’arte” del giornalismo digitale mondiale ci ha pensato in questo periodo l’International Center for Journalist, un’istituzione americana che dal 1984 sviluppa la cultura della professione giornalistica connessa all’innovazione.

    ICFJ ha collaborato con altri enti di livello internazionale come Georgetown University o la Knight Foundation, ma anche con grandi firme del mondo tecnologico come Google, Survey Monkey, Storyful o Twitter, per cercare di comprendere l’avanzamento verso la digitalizzazione completa delle newsroom di tutto il mondo. Pericolosa la fotografia che è uscita dal lavoro accademico. Una fotografia che tutti dovrebbero leggere e che parla di una situazione di resistenza quasi strutturale al cambiamento.

    Una prima assoluta.

    L’International Center for Journalists, organizzazione con sede a Washington e con collaborazioni strutturate come la Knight Foundation, ha realizzato una “prima assoluta” promuovendo la ricerca “The State of Technology in Global Newsroom”. L’obiettivo è stato cercare di comprendere, grazie a un board di ricercatori di primo livello, a che punto sia la trasformazione digitale del lavoro tuo e mio. Già che sono ringrazio subito la bravissima collega australiana Corinne Podger per avermi dato lo spunto e la possibilità di trovare questo documento che ha messo a nudo le resistenze di una professione al futuro.

    Nelle 77 pagine della survey l’ICFJ tratteggia un mondo in cui, tanto per dirne alcune, nelle newsroom solo il 5% ha degli studi tecnici alle spalle, mentre il 2% viene assunto prendendolo dal mondo del digitale. Solo l’1% degli addetti nelle newsroom è un analytics editor, mentre è particolare anche la percentuale dei manager delle newsroom che sono per il 64% preparati sotto il profilo digitale, contro il solo 45% della forza lavoro dei giornalisti che dirigono. Insomma, di digital ne sanno più i capoccia di quelli che dovrebbero essere gli interpreti del giornalismo digitale.

    Parliamo di fake? Parliamone dai..

    Ecco la cosa davvero brutta o, perlomeno, quella che a me sembra la peggiore di tutte. Dalle indagini statistiche svolte per “The State of Technology in Global Newsroom” pare che solo l’11% usi dei tool di verifica delle notizie fra tutti i giornalisti sentiti per l’indagine. Assurdo, ma vero. Vogliamo parlare di fake news? Facciamolo dai, però prima raccontiamo questa percentuale..

    L’eredità di Tom e Liebe…

    Il documento è l’ultima frontiera per fotografare il cambiamento delle newsroom che sta avvenendo con lentezza e con un filo di malavoglia, se non addirittura di desiderio di non procedere verso il futuro. Una situazione assurda per una professione che viene giornalmente ridimensionata e ridicolizzata dalla velocità con la quale cambia il mondo che le gira intorno. E’ un documento di valore eccezionale, una ricerca che fa riflettere molto e, probabilmente, è il lavoro più coraggioso dell’istituzione nata nel 1984 in un ufficetto dal desiderio dei coniugi giornalisti Tom e Liebe Winship.

    Lui pluripremiato Pulitzer del Boston Globe, lei titolare della famosissima rubrica “ask Beth”, alla fine della loro carriera hanno deciso che la loro missione era condividere la cultura del giornalismo in tutto il mondo. In 33 anni hanno fatto i “disastri” entrando in contatto con 100 mila professionisti di questo settore in 180 diversi paesi. Ecco, comunque, lo strepitoso lavoro di cui ti ho parlato e che ti dovresti “bere” al volo. Buona lettura.

    The State of Technology in Global Newsroom.

  • Mobile journalism: scende in campo la Thomson Foundation

    Mobile journalism: scende in campo la Thomson Foundation

    Thomson Foundation e mojo: tutto il sapere è online.

    La Thomson Foundation, organizzazione inglese intitolata a Lord Roy Thomson, magnate anglocanadese dei media e storico padrone del The Times negli anni ’60, ha messo in campo una squadra imponente, in questi giorni, per monopolizzare l’attenzione dei giornalisti di tutto il mondo e convogliarla verso il mobile journalism. Il format? Quello dei corsi online, con una offerta che parla chiaramente di un pacchetto molto ricco, in grado di fornire preziosissimi strumenti per il futuro professionale.

    Il catalogo, che puoi trovare su questo link, è orientato al mojo, ma anche a tutti quegli ambiti che attengono direttamente alla produzione di contenuti in mobilità. Nei corsi della Thomson Foundation, infatti, si può trovare il guru del mojo internazionale Glen Mulcahy che sciorina la sua materia, ma parla anche di video a 360 gradi.  Oppure dei “teacher” come Chris Birkett, ex Telegraph e BBC, il quale introduce al giornalismo multipiattaforma.

    Un pacchetto di corsi da urlo.

    Le pagine della Thomson Foundation offrono davvero il meglio della preparazione mojo in questo momento. Mi attirano molto un paio di passaggi sul trust e sulla reputation, ma anche sull’engagement e sulle community da creare. Ricorderai, infatti, che da sempre penso che il giornalista debba coltivare con estrema attenzione il suo brand e la sua comunità di lettori: ebbene, questi corsi offrono il meglio per far crescere questi aspetti. Un altro dei punti centrali di questo programma didattico e quello di giornalismo multipiattaforma.

    Il motivo è semplice: la Thomson Foundation sa bene che i giornalisti ora si devono preparare a produrre contenuti da caricare su ogni tipo di pubblicazione. Per questo motivo “Journalism Across Multiple Platform” è uno degli snodi principali di questo pacchetto della Thomson: insegna come i lettori consumano le notizie sui vari siti social, per poi addentrarsi anche sulla produzione di contenuti adatti alle diverse tipologie di luoghi di pubblicazione.

    Si parla anche di Business.

    In questo bundle di corsi che si chiama TFJN, Thomson Foundation Journalism Now, si parla anche di affari sempre con Chris Birkett con il corso “The Business of Journalism: Creating a Brand & Building an Audience“. Capisci dal titolo che è un vero concentrato di indicazioni su come creare modelli di business vincenti per i mojoer e per i giornalisti di oggi. I quali devono essere brand, devono essere talmente riconoscibili nel loro campo dal divenire fonti dirette di informazione, senza l’intermediazione di un editore.

    Già che sono metto giù anche i prezzi: si va dai 350 dollari del corso tenuto da Glen Mulcahy sul mobile journalism fino ai corsi free. Aggiungo anche un paio di altre notizie che possono essere molto utili. Proprio direttamente dall’amico Glen è arrivato un codice sconto di lancio per i due corsi prodotti da lui che ha definito questa avventura come “molto impegnativa, ma importantissima, visto il valore che la Thomson sta dando al mojo”. Si tratta di “mojolaunch50Glen” che abbasserà al 50% le tariffe dei due percorsi firmati Mulcahy.

    La Thomson Foundation guarda oltre.

    C’è un altro modo interessante per regalarsi questi corsi da sogno: se uno riesce a completare efficacemente due dei tre corsi Free contrassegnati con la sigla JN01, JN02 o JN07, avrà libero accesso a un corso a pagamento a scelta. Insomma ragazzo, fatti un mazzo così e studia i corsi gratis. Poi fai quello di Mulcahy: ci siamo capiti?

    Buono studio con la Thomson Foundation, una istituzione che guarda molto lontano e vede molto bene.