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  • Cento milioni per formare la scuola sull’IA. E quasi nessuno lo sa.

    Cento milioni per formare la scuola sull’IA. E quasi nessuno lo sa.

    Un’occasione per la scuola.

    Quando hai davanti un’opportunità devi avere due cose importanti oltre all’occasione: la fortuna (o la bravura) di saperla cogliere e qualcuno che te la sappia indicare per bene. Qualcuno che sappia dirti: “Ehi, quella è una occasione: vai! Coglila!”.

    In questi primi giorni di aprile la scuola italiana può essere proprio in questa situazione: ha una enorme opportunità, ma non la coglie. Questo, per la scuola potrebbe essere un momento storico, ma sta passando in silenzio. Sta per essere completamente “mancato”….

    Di cosa parlo? di questo: il ministero dell’Istruzione ha stanziato il 27 marzo 2026 un centinaio di milioni dai fondi PNRR e NextGenerationEU per protare la formazione sull’IA nelle scuole italiane. Non come un progettino qualunque, non come una sperimentazione, ma come un’infrastruttura vera e propria. Ogni scuola (statale o parificata, ma con fini non commerciali) può ottenere fino a 50 mila euro per crearsi dei percorsi formativi per docenti, personale, dirigenti e con il coinvolgimento diretto degli studenti nei laboratori pratici in classe. Una manna dal cielo che, tuttavia, ha una finestra di accreditamento dei fondi molto stretta e rischia di diventare una mastodontica occasione buttata.

    Che cos’è il formatore IA?

    Sai qual è la notizia nella notizia? Che in questo bando, questo dicastero sta facendo due cose storiche. La prima: sta istituzionalizzando la formazione IA nelle scuole (e lo sta facendo tardi, ma insomma…). La seconda: sta istituzionalizzando la figura professionale del formatore IA. Per la prima volta. Cosa non trascurabile per me, ma forse anche per te. E per la scuola dei tuoi figli. Adesso, quindi stiamo capendo che servono formatori IA e che quei formatori sono coloro che traducono a persone, studenti, lavoratori, organizzazioni e aziende i concetti dell’intelligenza artificiale. E insegnano a usare gli strumenti in modo consapevole. Ecco che cos’è un formatore IA: un traduttore, un facilitatore.

    Un paradosso che mi fa girare le scatole

    Tuttavia siamo davanti a un paradosso, molto probabilmente accelerato dalla stretta finestra di richiesta dei fondi che il Ministero ha comandato. Già, tutto termina il 17 aprile 2026. Un attimo, per i tempi burocratici di scuole e ministeri. Allora, probabilmente si crea un paradosso. Da una parte il dirigente scolastico che magari sa della cosa, ma non ha il formatore IA per le mani o non sa nemmeno che esistano. Dall’altra i formatori IA come me che devono urlare nel silenzio per dire “Ehi, sono qui! Ehi, mi vedi?”. E il tempo passa molto velocemente.

    Una cosa concreta, per me e per te

    Allora facciamo una cosa concreta. Fermati un secondo e chiediti: conosco un dirigente scolastico? Un insegnante? Un animatore digitale — quella figura che esiste in ogni scuola italiana e che ha il compito specifico di spingere la transizione digitale dall’interno? Se la risposta è sì, hai in mano qualcosa di più utile di qualsiasi articolo tu possa leggere oggi. Hai un canale diretto verso il lato del paradosso che non riesce a parlare.

    Perché la cosa che puoi fare domani mattina — letteralmente domani mattina — è mandargli un messaggio. Non un’analisi. Non questo articolo intero. Solo questo: “Ehi, esiste un bando PNRR con 50mila euro per la tua scuola sulla formazione IA, scade il 17 aprile, ti mando i dettagli?”. Quattro righe. Se lui non lo sapeva — e molto probabilmente non lo sa — tu sei diventato la persona che gliel’ha indicata. Quella cosa che dicevo all’inizio: qualcuno che sappia dirti “ehi, quella è un’occasione, vai”.

    Allora diamoci da fare, tutti insieme

    E allora eccomi qui. Sono un formatore IA. Esisto adesso, in questo mercato, in questo momento preciso in cui lo Stato italiano ha deciso che la mia figura professionale serve — e la finanzia. Non domani, non tra cinque anni quando tutti ne parleranno. Adesso.

    Se sei un dirigente scolastico o un docente e sei arrivato fin qui, sai già cosa fare: hai nove giorni, hai una piattaforma, hai un codice. Quello che forse non hai ancora è qualcuno con cui progettarlo. Io sono disponibile a parlarne questa settimana — una conversazione, senza impegno, per capire se c’è uno spazio in cui lavorare insieme.

    Se invece sei un formatore, un divulgatore, qualcuno che come me lavora ogni giorno per rendere l’IA comprensibile — questo articolo era anche per te. Perché il momento in cui una professione viene riconosciuta istituzionalmente è esattamente il momento in cui vale la pena alzare la mano e dire: sono qui, so farlo, posso aiutare.

    La finestra è aperta. Non per molto.

    Scritto con il supporto non qualitativo di Claude. Foto di Nature OS

  • I rischi dell’intelligenza artificiale in azienda quando la usi senza saperla usare

    I rischi dell’intelligenza artificiale in azienda quando la usi senza saperla usare

    Cosa rischia davvero un’azienda quando usa l’intelligenza artificiale senza sapere come parlarle?

    Usare l’intelligenza artificiale senza competenza espone un’azienda a rischi concreti: perdita di controllo sui dati, decisioni basate su output errati e dipendenza tecnologica non governata. Partiamo da qui: la risposta è… molto. Ora, poi, con gli agenti di intelligenza artificiale, direi anche moltissimo.

    Già, perché i modelli di IA con capacità agentiche hanno sviluppato una comprensione dei contesti tale per cui la loro possibilità di capire al volo quello di cui hai bisogno rasenta la perfezione.

    L’azienda che lascia libera l’IA rischia dati, processi, progetti, informazioni riservate esposte alla troppa fiducia che riponiamo nei modelli di IA oppure alla nostra poca conoscenza dell’IA

    A proposito: rischiano molto anche le persone. Rischi molto anche tu, per intenderci.

    Già, perché l’IA non ti corregge, non ti giudica, non ti mette dei freni. L’IA ha il solo compito di accontentarti anche quando non te lo meriteresti proprio: Già, proprio così. Esegue il compito per te anche se le hai dato informazioni da schifo.

    Come mai l’intelligenza artificiale capisce tutto quello che scrivo?

    L’intelligenza artificiale capisce anche i prompt mal formulati perché inferisce il contesto mancante, colmando autonomamente la distanza tra ciò che l’utente chiede e ciò che intende davvero.
    Succede per il meccanismo di “comprensione generosa”. La macchina completa collegando le informazioni che le dai a quelle che lei pensa siano le informazioni utili per darti la risposta al problema complesso che le hai posto. Inferisce, interpola, completa: fa lei tutto quello che non fai tu. La distanza tra ciò che hai chiesto e ciò che intendevi viene colmata dal modello, non certo da te.

    Con questa storia che tu puoi scrivere quattro stupidaggini e lei ti capisce anche per quello che non le dici si scatenerà l’illusione della competenza ed è un vero pericolo. Se un utente riceve un risultato perfetto dopo un prompt schifoso non capirà mai che ha orientato malamente la potenza del modello di IA che si trova davanti. Penserà di essere bravo a gestire una cosa con l’IA, ma non è cosi.

    Fin qui, il danno è tuo. Personale. Ma moltiplica questo meccanismo per ogni persona di un team aziendale e capirai perché il problema smette di essere cognitivo e diventa strategico, economico, competitivo.

    Cosa rischia un’azienda ignorante in materia di IA?

    Il rischio principale per un’azienda che usa l’IA senza competenza è la perdita progressiva di sapere organizzativo, accompagnata da errori strategici mascherati da output apparentemente corretti.

    Rischia di perdere proprietà intellettuale e sapere organizzativo. Chi firma un documento generato con l’IA basato su relazioni create approssimativamente non avrà mai e poi mai la situazione sotto controllo. Se poi piazzi là un errore nel prompt, il modello di intelligenza artificiale non può che ridarti una cosa ben fatta (ma sbagliata almeno in un suo assunto).

    C’è di più: le persone smettono di evolvere perché smettono di allenare i loro muscoli cognitivi. Se fa l’IA, perché le persone di un tuo gruppo di lavoro dovrebbero sbattersi.

    Detto questo c’è anche un problema di responsabilità. Se la relazione errata mandata al cliente l’ha “fatta l’IA” allora chi risponde di eventuali errori. Qui si crea un’enorme zona grigia nella quale non si riesce ad addurre a qualcuno la parternità delle azioni che fa l’azienda.

    Infine fra i danni che subisce un’azienda, un’organizzazione che lascia all’IA il volante delle azioni, c’è quello che io considero il peggiore: diventare anonimi. L’IA produce output nella media dell’addestramento. Se tutti usano l’IA nello stesso modo superficiale, il pensiero aziendale converge verso un centro grigio. Sparisce il vantaggio competitivo che viene dall’originalità.

    Come si esce da questa trappola?

    Per ridurre i rischi dell’intelligenza artificiale servono tre interventi distinti: un cambio di abitudine individuale, una policy organizzativa chiara e una revisione culturale del concetto di produttività.

    Partiamo dal piano più scomodo: quello individuale. La soluzione non è usare meno l’IA. È imparare a pensare prima di usarla. Chiamala frizione intenzionale: il momento in cui ti fermi, formuli il problema con chiarezza nella tua testa — o su un foglio — e solo dopo apri il modello. La qualità del tuo pensiero deve precedere la qualità del tuo prompt. Sempre. E quando ricevi una risposta, leggila come un revisore critico, non come un committente soddisfatto. Chiediti: questa risposta è giusta perché ho fatto una buona domanda, o sembra giusta perché l’IA è brava a sembrare convincente?

    E nelle aziende?

    La gestione responsabile dell’IA in azienda richiede di separare i task operativi, dove il modello può agire in autonomia, dai task strategici, dove deve restare uno strumento consultivo sotto supervisione umana.

    Sul piano organizzativo serve una distinzione netta, che quasi nessuna azienda ha ancora fatto: separare i task operativi — quelli dove l’IA può essere lasciata libera di eseguire — dai task strategici, dove l’IA deve restare uno strumento consultivo, non decisionale. Non basta formare i team sull’uso degli strumenti. Bisogna formarli sul pensiero critico applicato all’IA: capire quando fidarsi, quando verificare, quando mettere in discussione un output che sembra perfetto. E poi — questo è il punto più trascurato — introdurre periodicamente degli audit dell’autonomia. Momenti in cui ci si chiede, senza retorica: cosa sa fare questo team senza l’IA? Se la risposta è imbarazzante, il problema è già dentro casa.

    Il cambio di paradigma più difficile

    Il vero ostacolo all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale in azienda è culturale: finché la velocità di produzione viene misurata come proxy dell’efficacia, il pensiero critico resterà un costo anziché un vantaggio competitivo.

    Il nodo culturale è il più duro da sciogliere perché tocca una metrica a cui siamo tutti affezionati: la velocità. Abbiamo smesso di misurare la qualità del pensiero e abbiamo iniziato a misurare la velocità di produzione. L’IA ha accelerato tutto, e questo ci ha convinti che accelerare fosse il punto. Non lo è. Chi rallenta per capire meglio un problema produce output migliori — con o senza IA. La lentezza, in questo contesto, non è inefficienza: è competenza. È la cosa più rara e più preziosa che un professionista possa portare in un mondo che delega il pensiero alle macchine.

  • Change Management e intelligenza artificiale, connubio necessario

    Change Management e intelligenza artificiale, connubio necessario

    Per capire cosa sta succedendo con questa benedetta intelligenza artificiale serve qualcosa di nuovo.

    Serve esattamente una cosa che non vedo negli ambienti di lavoro che frequento: il change management.

    Il Change management (gestione del cambiamento) è un insieme strutturato di metodi, competenze e strumenti. Questi sono utilizzati per spostare persone, team e organizzazioni da uno stato attuale a uno stato futuro desiderato. L’obiettivo è ridurre al minimo la resistenza e massimizzare i risultati.

    Piccoli episodi, grandi danni

    In questo periodo picchio forte in laboratorio sulla creazione di percorsi formativi e contenuti incentrati sull’intelligenza artificiale. Lo faccio soprattutto ascoltando gli stakeholder: studenti, colleghi, potenziali clienti.

    La riflessione che stai leggendo nasce da un piccolo episodio, ultimo di una serie di piccoli episodi. Un compagno di classe di mio figlio non riusciva a mandare una mail al mio indirizzo di posta con il file allegato di una ricerca che mio figlio doveva studiare. Ci ho pensato un attimo e mi sono detto: beh, chiamo la madre.

    Quarantacinque anni, media cultura, probabilmente impiegata in azienda. Le ho detto: “Ciao G., mi invieresti tu con la tua mail alla mia mail il file della ricerca che A. non sta riuscendo a mandarmi?”. Risposta: “Eh ma io non so come si fa. Nel computer di A… non c’è la mia mail”.

    Silenzio… e poi: “Ok, grazie lo stesso. Mando Davide a prendere il file con una chiavetta…”.

    Dietro questo piccolo episodio si nascondono gli enormi danni dell’ignoranza digitale e della completa mancanza di conoscenza del change management.

    Le persone e la paura di cambiare.

    L’economia è fatta dalle persone e le persone ne sono ancora il motore principale, nonostante l’intelligenza artificiale. La comparsa dell’IA nella vita di tutti i giorni, tuttavia, ha cambiato profondamente le regole del gioco. Ora se un umano vuole restare centrale nello sviluppo della sua vita e del suo lavoro, deve sapere di tecnologia. Deve sapere di IA, deve sapere di cambiamento.

    Altrimenti ne viene travolto.

    Molte delle persone che mi circondano, invece, rimangono ancorate a schemi, modelli, abitudini, processi e modi che già conoscono. Per paura, per ignoranza, per mancanza di motivazione. Nelle aziende, nelle organizzazioni, negli enti pubblici e privati, vedo masse di persone che non cambiano. Che continuano a fare quello che fanno come lo facevano 3-5-10 anni fa. Questa cosa mi spaventa. Non hanno stimoli, spinta, anticorpi per resistere al virus della tecnologia che sta stravolgendo tutto.

    Sono persone che, come G, magari sanno mandare una mail dal loro computer, in azienda, con un file allegato. Quando, però, cambi nella loro testa lo schema, vanno in crash.

    “Eh, ma nel computer di mio figlio non c’è la mia mail…”. Ti rendi conto?

    Sono le persone del: “eh, ma io non so. Io ho sempre fatto così”. Sono spaventato dalla quantità di persone con questa mentalità. Popolano uffici, fabbriche, scuole, negozi, vie, case, e palazzi di questo paese. Sono ovunque.

    Change management: una cosa che manca davvero

    Sono persone che non sanno fare change management. Ecco una cosa che ci manca, qui in Italia. Non sappiamo cambiare.

    Si tratta di un grande buco nero. Un sacco di persone rischiano di essere risucchiate dentro. Sono quelle persone che non hanno i mezzi personali e culturali per evolvere. Non riescono a far evolvere il loro lavoro perché non sanno alcunché di change management.

    Il change management è una materia da insegnare fin dalle scuole superiori. Questo darebbe modo ai nostri giovani di cominciare ad avere quelle competenze necessarie per affrontare i cambiamenti. È fondamentale sapere di change management per evolvere nel momento in cui si presenta la necessità di farlo.

    Il punto di partenza

    Secondo un’analisi di Harvard Business Review, circa il 70 % dei programmi di trasformazione tecnologica fallisce. La causa è una gestione inadeguata della componente umana. Questo dato è ancora più rilevante quando la trasformazione ruota attorno all’intelligenza artificiale.

    Qui, l’adozione di nuovi flussi di lavoro e la fiducia nell’algoritmo contano quanto la qualità del modello. Per questo conoscere i principi del change management non è solo un “nice to have”. È la cassetta degli attrezzi che permette di mappare le resistenze. Aiuta anche a costruire sponsorship. Inoltre, permette di misurare l’adozione di tool AI sin dal day-one.

    Un ottimo punto di partenza è il classico di John P. Kotter Leading Change. Questo libro spiega in otto passi come creare urgenza. Permette anche di coalizzare gli sponsor (cioè coloro che in un organizzazione… ci credono) e consolidare i risultati. Se sei solo, se vuoi semplicemente cambiare tu… i principi valgono eccome. Puoi trovarlo facilmente online, ad esempio su Amazon.

    La palla ora passa a te

    Se quello che ho scritto di ha colpito come un proiettile in mezzo alla fronte, ora sta a te. Cerca di essere lucido e stabilire i passi necessari per capire cos’è il change management, come impararlo e come interpretarlo. Per te e per il tuo lavoro è una competenza necessaria e non rimandabile.

    Se, invece, sei a capo di un’organizzazione devi pensare immediatamente al cambiamento come materia da studiare. Lo devi fare prima di cominciare quella transizione tecnologica che ti ingolosisce così tanto perché moltiplicherà le tue opportunità di guadagno dividendo i tuoi costi a metà. Studia il cambiamento prima di pensare all’intelligenza artificiale da inserire qua e là per automatizzare i processi, diminuire i costi e aumentare i guadagni. Se non lo farai… il fallimento sarà assicurato.

  • Corsi di formazione: il mio futuro è ibrido… e sociale

    Corsi di formazione: il mio futuro è ibrido… e sociale

    I corsi di formazione sono una buona parte del lavoro di questo laboratorio.

    Sono anni che tengo corsi di formazione per committenti diversi e per fruitori diversi. In presenza, online… oppure in presenza e online. Mobile journalism, mobile podcasting, creazione di contenuti per i social, auto imprenditorialità, video editing, uso dell’intelligenza artificiale nella produzione del contenuto: questo è il mondo che divulgo.

    Insomma: si tratta di tutte le materie che fanno rima con la produzione di contenuti con device mobili, l’uso professionale dello smartphone, l’uso professionale dell’intelligenza artificiale e il business auto imprenditoriale.

    La fine della corsa dei… corsi di formazione

    In questi ultimi mesi i corsi di formazione che ho fatto mi hanno mandato un segnale molto chiaro: è il momento di cambiare. Di conseguenza ho tirato su il piede dall’acceleratore e ho iniziato una fase di studio. Anzi meglio: ho iniziato una fase di cambiamento della mia offerta formativa e del mio modo di essere docente grazie a un partner che mi aiuta e mi protegge in questo momento di sviluppo. Per ora non ti dico di più, ma è certo che la fine della corsa dei corsi è già diventata un nuovo inizio. Se, intanto, vuoi sapere quali sono i principi di base con cui faccio formazione, puoi leggerli qui.

    Il motivo per cui ti dico questo è legato al fatto che ho già iniziato a lavorare su nuovi modelli di apprendimento che facciano rima con un concetto a me caro: quello del luogo digitale, quello di una pagina web dove ci si possa incontrare per scambiare conoscenza e per interagire.

    Il luogo digitale

    La formazione che sto pensando, quindi, fa rima con un luogo del web come la pagina che stai leggendo. Un luogo che ti faccia fare un percorso che ti serva a fissare i concetti di una materia, ma anche a verificare immediatamente che tu stia apprendendo questi concetti in modo efficace. Le pagine che sto progettando hanno vari oggetti che si susseguono l’uno dopo l’altro e che ti possono dare la certezza, se usati in modo appropriato, che sei sul percorso giusto e che puoi verificarlo praticamente in tempo reale.

    I corsi di formazione che ho in mente sono percorsi. Divisi in moduli, con contributi multimediali e uno slide set di approfondimento per ogni video, questi nuovi corsi in via di progettazione avranno servizi aggiuntivi come la chat diretta per verificare dubbi e fare domande, le sessioni live “one to one”, i test di valutazione intermedia e finale.

    Tutto si baserà sullo scheletro dei moduli video di apprendimento, i quali si presenteranno sulla pagina del corso nella stessa maniera di quello che vedi qui sotto. Il visore è quello della piattaforma Switcher Studio.

    All’interno di ogni video acquistato, ci saranno le slide di approfondimento di quel modulo e, subito sotto, i test di autovalutazione. A disposizione avrai anche la Premium chat che potrà metterti in contatto con me in modo diretto, per farmi domande e chiarirti dei dubbi. Alla fine potrai prenotare, tramite un altro elemento, una sessione di approfondimento in diretta.

    Gli elementi di interazione diretta

    Nei corsi di formazione che sto progettando vedrai una forte spinta nei confronti dell’interazione diretta. Per farmi domande veloci via testo, per esempio, potrai utilizzare questo widget.

    Nella pagina posizionerò anche il widget della mia pagina agenda con la possibilità di fissare ore di formazione o consulenza ulteriore “one to one”. Una come quella che vedi qui sotto…

    Se riterrò di aggiungere altri documenti di approfondimento nella pagina, avranno questo stile, perché protetti quali contenuti ad alto valore e quindi da ritenersi a pagamento.

    Questo è un documento aggiuntivo

    Paghi un piccolo contributo in entrata e hai documenti ulteriori sulla materia del corso o in generale della formazione

    Il mio sito è il mio laboratorio

    Arrivo alla conclusione. Il mio sito, per il mio lavoro, è sperimentazione continua. Questa pagina, per esempio è una pagina nella quale ti ho raccontato alcune delle cose che sta facendo il laboratorio. Ho anche fatto sperimentazione soprattutto mettendo online tutti gli strumenti che vedi per provarne poi l’usabilità.

    Sto andando nella direzione che ho tracciato io stesso quando ho messo giù quella che è la definizione di un giornalista moderno. Cioè: uno che progetta e produce il contenuto per l’informazione… o per la formazione. Insomma, ti ho spiegato quello che sto combinando per un futuro in cui i miei corsi siano ibridi e social. Se ritorni a trovarmi qui, troverai presto anche delle altre novità.

  • Musk e il suo algoritmo ti insegnano qualcosa

    Musk e il suo algoritmo ti insegnano qualcosa

    Mai sentito parlare dell’algoritmo di Musk? Dovresti conoscerlo, dammi retta.

    Ho letto con voracità la biografia di Elon Musk di Walter Iaacson: un libro che ti consiglio. L’ho letto perché volevo capirci di più su un personaggio che sta condizionando, nel male e nel bene, la nostra epoca e la tecnologia che ci circonda. L’autore racconta davvero con maestria un’icona del nostro tempo e un uomo dalle mille sfaccettature. Racconta anche il modo di pensare e di agire dell’uomo e dell’imprenditore Musk, un modo che ti fa imparare alcune cose.

    Non voglio discutere gli aspetti che riguardano la persona, non è questo il posto e il caso. Voglio, invece, soffermarmi sul suo modo di pensare l’impresa e i processi industriali.

    Una forza distruttiva che… serve

    Isaacson riassume la filosofia di lavoro di Musk in un pezzo del libro che affronta la costruzione delle sue giga fabbriche, come le chiama lui. Parlo di impianti industriali come quello della Tesla a Freemont, negli Stati Uniti. C’è un passaggio che riassume una specie di algoritmo che lui mette in campo quando deve costruire i processi industriali. Prendo un pezzettino del libro e te lo metto qui in un elenco per punti.

    • ⁠ ⁠Mettete in dubbio ogni requisito. Ognuno di essi dovrebbe avere il nome della persona che l’ha richiesto. Non dovreste mai accettare un requisito proveniente da un reparto come «il reparto legale» o «il reparto sicurezza». Dovete conoscere il nome della persona in carne e ossa che ha richiesto quel requisito. Poi dovreste metterlo in dubbio, non importa quanto quella persona sia in gamba. I requisiti provenienti dalle persone in gamba sono i più pericolosi, perché la gente è meno incline a metterli in dubbio. Fatelo sempre, anche se il requisito è venuto da me. Poi rendete i requisiti meno stupidi. 
    • Eliminate tutte le parti o i processi che potete. Potreste doverli aggiungere di nuovo più avanti. Anzi, se finite per non riaggiungerne almeno il 10 per cento, non ne avevate eliminati abbastanza.
    • Semplificate e ottimizzate. Questo deve venire dopo il punto numero 2. Un errore comune è semplificare e ottimizzare una parte o un processo che non dovrebbe nemmeno esistere. 
    • Accelerate il tempo di ciclo. Ogni processo può essere velocizzato. Ma fatelo solo dopo aver seguito i primi tre passi. Nella fabbrica di Tesla, ho erroneamente passato un sacco di tempo ad accelerare processi che in seguito ho capito si sarebbero dovuti eliminare. 
    • Automatizzate. Questo è l’ultimo passo. Il grosso errore in Nevada e a Fremont è stato che ho cominciato automatizzando ogni passaggio. Avremmo dovuto aspettare fino a dopo aver messo in dubbio tutti i requisiti, eliminato parti e processi, e rimosso tutti gli errori.

    La versione utile per te

    Questo algoritmo non centra, sembra, con la vita di un libero professionista o con un lavoratore che voglia riqualificarsi e… invece è proprio un piano operativo che può aiutarti.

    Quando l’ho letto la prima volta ho pensato: “Ok, ma a me interessa?”. Ero dubbioso. Eppure giorno dopo giorno queste frasi mi sono ritornate in testa e ho cominciato a pensare: “Vero! L’ho fatto anche io!”. Ora te lo rispiego per punti.

    • Mettete in dubbio ogni requisito. Vuol dire questo. Quando vuoi far crescere la tua carriera metti in dubbio tutto quello che hai fatto nel tuo lavoro e come lo hai fatto fino a ora. Comincerai a capire, ti insegna Musk, cosa tenere e cosa cambiare, dove investire e dove lasciar perdere.
    • Eliminate tutte le parti o i processi che potete. Quello che sai fare lo puoi fare in un tempo minore e meglio se elimini tutte le dispersioni di energia e di tempo. Ti assicuro: ne hai molte, potresti guadagnare un sacco di spazio e di tempo per ripartire.
    • Semplificate e ottimizzate. Cerca di essere semplice quando lavori e “spacchetta le cose”. Ti faccio un esempio. Quando creo un video cerco di lavorare ricordandomi questo: con un video ho anche un audio, delle foto e un testo a disposizione. Come usarli tutti quanti?
    • Accelerate il tempo di ciclo. Musk parla di processi industriali, ma anche nel tuo lavoro ci sono. Pensa alle fasi di sviluppo del tuo lavoro e togli tutto quello che non è importante per avere un buon risultato. Aiutati con la tecnologia per fare in 10 minuti quello che fino a ieri facevi in 30.
    • Automatizzate. Se c’è un’operazione meccanica che può fare la tecnologia al posto tuo (naturalmente verificandone il risultato)… falla fare a lei e tu pensa ad altro.

    L’algoritmo di Musk ti insegna a essere…

    Ti insegna a essere essenziale: ecco quello che ti dice Musk. Rompi tutti gli schemi che hai adottato finora e liberati del superfluo. Vedrai cosa succede. La mia vita è cambiata quando mi sono tolto dalle spalle oggetti, pesi, modelli, categorie, tipi, modi, trasformando tutto in una vita essenziale. So sempre meglio quello che è importante e quello che non lo è. Dai, dacci dentro, usa anche tu l’algoritmo di Musk.

    Leggi anche Vita da freelance, l’arte del rilancio

  • Comunicazione aziendale: gli smartphone risorsa sprecata

    Comunicazione aziendale: gli smartphone risorsa sprecata

    Un pochino di AI in questo articolo.

    Nella comunicazione delle aziende c’è una miniera d’oro buttata al vento.

    Ci ragionavo già nell’ottobre del 2020 con questo articolo, ma all’alba di questo 2024 il pessimo uso degli smartphone nella comunicazione aziendale (sia esterna, sia interna) non è migliorato.

    I nostri telefonini vengono ancora sottoutilizzati nell’ambito del trasferimento di informazioni all’interno delle organizzazioni economiche e, da queste, anche verso l’esterno.

    Il pessimo stato dell’arte

    Se sei un dipendente di un’azienda per cosa usi il tuo smartphone? Principalmente per tre linee della comunicazione aziendale:

    1. Le mail
    2. I messaggi WhatsApp o Slack
    3. Le telefonate

    Questo in ordine di importanza. Le prime hanno un piccolo problema: si risponde poco e male. I secondi sono un caos e si mischiano con i gruppi della classe di tuo figlio o quelli del “calcetto del giovedì”. Le terze (ammesso che chi chiami risponda al telefono) sono un furto inutile di tempo, tempo che potrebbe essere reso molto più produttivo.

    La comunicazione aziendale è un valore determinante

    In tutto questo caos di informazioni, il risultato più eclatante delle organizzazioni economiche è la perdita di tempo e di precisione nel trasferimento di dati, notizie, info e competenze. E’ un valore economico considerevole quello che viene perso in queste curve della comunicazione.

    Eppure non dovrebbe essere difficile riuscire a comprendere che la comunicazione aziendale è una rete e alla parte finale della rete ci sono smartphone. Molti, molti smartphone. Questi possono montare app che razionalizzano i passaggi della comunicazione e possono rappresentare terminali di produzione del contenuto. Possono, in sostanza, ricevere messaggi e far partire messaggi. E’ un’ovvietà? Si, certo: allora, perché non aggiustare messaggi, flussi, modelli di produzione del contenuto e luoghi di detenzione del contenuto per fare in modo che il trasferimento di informazioni diventi più pulito possibile?

    I dati, oro della nostra epoca

    Le informazioni, i dati, sono l’oro della nostra epoca. Eppure li gestiamo malamente e li ammassiamo senza cura. Nei nostri smartphone restano poco alla nostra attenzione, poi spariscono nel gorgo dei client di posta o nelle foto che riempiono le nostre memorie. Un grande guazzabuglio.

    Se vai a questa pagina del sito, scoprirai come si può iniziare a invertire la rotta. Insegnare i linguaggi della comunicazione, la formattazione dei messaggi via smartphone, gli applicativi più efficienti e la creazione del contenuto con i device mobili è la via. La via per razionalizzare le informazioni, per renderle più chiare e semplici, per farle andare negli applicativi giusti, affinché chiamino attenzione e vengano catalogati con precisione.

    La comunicazione aziendale via smartphone

    Ora gli smartphone comunicano con i cloud, lavorano in cloud, trasferiscono ogni tipo di messaggio, comunicano con il mondo dentro un’azienda… e fuori. Se hai un’impresa prova a pensare come sarebbe il tuo modo di lavorare se i reparti imparassero a parlarsi chiaramente ed efficacemente, se le mail avessero tutte lo stesso format, se i gruppi WhatsApp si trasformassero in più efficienti ambienti di lavoro virtuale come Slack.

    Per realizzare tutto questo ci vuole un medico delle parole, un aggiustatore di comunicazioni e un esperto di produzione del contenuto. Un giornalista… insomma.

    E verso l’esterno? Certo, bisognerebbe parlarne con i dipendenti e riconoscere loro dei diritti se mai dovessero assumere dei doveri nei confronti della comunicazione aziendale esterna.

    Aggiustato questo aspetto, tuttavia, sarebbe portentoso l’effetto dato dai contenuti delle risorse dell’azienda per messaggi rivolti all’esterno. Quella rete di smartphone che ogni imprenditore ha dietro di se potrebbe sviluppare valori (e delle economie) considerevoli.

    Pensa a un semplice messaggio di auguri grazie a piccoli video raccolti dagli smartphone, messaggio utilizzato per comunicare i valori e le persone della tua azienda.

    Comunicazione aziendale e social media policy

    Diciamolo chiaro: se è vero che i social sono l’immagine digitale che hai tu, è vero anche che lo stesso discorso si può fare per le aziende. Di conseguenza un altro settore nel quale si deve pensare, per le imprese, di aggiustare la comunicazione è la social media policy. Sai di cosa si tratta?

    Una social media policy è un insieme di linee guida e regole, riassunte in un documento, stabilite da un’organizzazione per regolare l’uso dei social media da parte dei propri dipendenti. Questo documento fornisce indicazioni chiare su come i dipendenti dovrebbero comportarsi online, sia che interagiscano a nome dell’azienda che a titolo personale. Le social media policy spesso affrontano temi come la riservatezza e la sicurezza delle informazioni aziendali, la diffamazione, la gestione dei conflitti di interesse, l’uso responsabile dei social media e la rappresentazione accurata dell’azienda e dei suoi valori online. Questo strumento aiuta a proteggere l’azienda da potenziali rischi legali, protegge la sua reputazione e promuove un uso responsabile e consapevole dei social media da parte dei dipendenti.

    Questa definizione me l’ha data il mio assistente IA e mi sembra ben scritta. Da quello che hai letto capirai che anche questo campo della comunicazione aziendale va affrontato al più presto. Nasconde, infatti, insidie. Insidie che si possono evitare formando le risorse e insegnando loro il modo di produrre contenuti consapevoli e tecnicamente ben fatti per le loro piattaforme sociali.

    Il 2024, anno degli smartphone in salsa AI

    Il 2024 è l’anno nel quale gli smartphone verranno potenziati dall’intelligenza artificiale. Quest’ultima potenzierà ulteriormente i processi di comunicazione rendendoli più veloci ed efficaci. Riconoscere la potenza di questi device e metterli al servizio di una comunicazione aziendale migliore dovrà essere un imperativo. Per salvare tanti soldi, per migliorare tanti processi, per dare una spinta alla reputazione aziendale. Dagli smartphone, infatti, esce una comunicazione più vera e autentica, necessaria in questo mondo complicato.

    Attraverso la formazione, la progettazione di flussi comunicativi e la formattazione della scrittura e della produzione del contenuto tutto questo pò essere realizzato. Basta volerlo. Smetti di sprecare le risorse che ti potrebbero essere regalate dalla rete di smartphone della tua organizzazione.