Il lato B del mobile journalism: la solitudine

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Il lato B del mobile journalism: la solitudine

Lato B: questa volta ne parlo male…

Sai, mi sono accorto stamani che non parlo mai male del mobile journalism e della mobile content creation. Ecco, lo faccio ora, dopo che sono andato da un cliente rimediando una sontuosa figura di merda e non per colpa mia. Per fortuna il cliente è una persona a me amica e la cosa è passata via senza danni. Tuttavia proprio in questo periodo, che ricominciano le attività di Italianmojo, che il movimento cresce, che l’attenzione sulla community italiana sta per accendersi anche dall’estero, ho deciso di parlar male del mio amato mojo.

Il grosso dilemma si chiama…

Ci ho pensato e ho pensato all’effetto boomerang sulla materia che il mio pezzetto che stai leggendo può avere. Poi ho anche pensato ai mojo enthusiasts che ho conosciuto, alla passione dei miei corsisti, dei miei studenti, delle istituzioni e degli ambienti che sono venuti a contatto con la mobile content creation e ho pensato che una bella sproloquiata in negativo sulla mobile content creation andava fatta. Anche perché è una materia così bella, nuova, chiara e semplice che se non avesse un lato negativo, un lato b, sarebbe finta. Vuoi sapere qual è quel suo maledetto lato negativo? E’ la solitudine. Già, la solitudine maledetta del mojoer.

Non mi riferisco alla solitudine mentre lavori, ma a ben altro.

Quando parlo di solitudine del mobile journalist non mi riferisco alla solitudine del lavoro. D’altronde il mio mobile è talmente semplice e basico che quando sono in produzione mi sento davvero nel mood di chi crea, senza badare a tecnicismi o alla “pesantezza” operativa delle macchine. Pensa che l’ultimo lavoro l’ho fatto con due cellulari contemporaneamente per campo e controcampo…

Mi riferisco a situazioni come la figura di merda che ho appena vissuto. Vado a trovare il cliente, un importante studio di commercialista di Milano, per la realizzazione di alcuni video. Mi preparo, monto, faccio brigo, disfo e il risultato è una serie di video con una valanga di problemi di frequenze, di muto, di salti. Ecco, quello è il punto: la solitudine del mobile journalist inizia lì.

Ti salva soltanto una cosa che io non ho: la logica.

In quelle situazioni non sai che fare e non puoi nemmeno dare una giustificazione sensata, se non con dovizia di particolari, al cliente. Ti salva soltanto la capacità di risalire indietro nel tempo e ripensare che cosa è successo. Vuoi sapere cosa è successo? La mia app di filming aveva perso, chissà come mai, tutti i settaggi corretti. Non contenta, faceva fatica a riconoscere (cosa che riesce sempre molto bene) il microfono digitale.

Risultato: un disastro. Niente di perso se non qualche ora di lavoro, ma non ti dico le prove, le mail, le chiacchierate con i colleghi di ogni parte del mondo. Motivo? A quanto si è capito il motivo è stato l’ultimo aggiornamento di iOS 11, quello anti Spectre, per intenderci.

Il grosso grasso problemone mojo

In sintesi, qual è il problema? E’ questo: questa cultura sta beneficiando del genio di grandi sviluppatori di software e di hardware che stanno rivoluzionando mercato e modi di fare content creation. Questi sviluppatori, tuttavia, vanno sempre un pochino oltre il limite delle macchine, ma soprattutto si scontrano con i limiti dei sistemi operativi del mondo di cui fanno parte. A ogni rilascio di sistema nuovo, quindi, le applicazioni che girano sul tuo telefono devono essere adeguate, riprogettate, upgradate (che parola di merda…). Ecco il grosso grasso problemone mojo: quando finisci nel contrasto tra l’ultimo aggiornamento del tuo OS e la tua app magari non ancora messa alla pari, succedono i disastri. E ti senti solo.

Se sei italiano la solitudine è doppia.

Ti senti solo soprattutto se sei italiano e stai lottando per la crescita di una nuova cultura del lavoro giornalistico. Già, perché la community ancora riceve molto e poca interfaccia regala, quando c’è da discutere un problema.

Per fortuna i colleghi stranieri, gli amici delle App, i colleghi delle aziende, non sono italiani e condividono. Specialmente quando qualcuno è nei guai: lo sa bene il mio amico Bill Booz di Somerset in Pennsylvania con cui h chiacchierato perché aveva anche lui problemi similari.

Oh, ti basta come lato b? Ecco, mi sono sforzato di parlarne male (infatti anche in occasioni come queste mi diverto come un pazzo per trovare rimedi): adesso basta.

 

By | 2018-01-18T23:39:03+00:00 gennaio 18th, 2018|Italianmojo|0 Comments

About the Author:

Sono un papà single e un cronista di strada. E penso che l'elefante si mangi soltanto a pezzettini

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