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Mobile journalism: a ognuno il suo kit.

Fare il mobile journalism è poco una questione di kit e tanto una questione di testa. Per questo motivo penso che dare indicazioni sull’hardware da portarsi dietro quando si va a filmare sia importante, ma sia ancora più importante focalizzarsi su un paio di concetti che non hanno proprio a che fare con gli strumenti con cui si lavora, ma con il modo con il quale si lavora.

Per questo la cosa più importante della borsa del mojo è che sia… leggera. Deve contenere il poco che basta a fare le immagini (perfette) che vi servono e a raccogliere un audio di qualità. Il resto è fuffa. Sembra quasi assurdo quello che ti sto scrivendo, perché il video giornalismo classico fa rima con una miriade di accessori che rendono pesante il proprio zaino. Però è così: meno porti, meglio fai il mojo.

Perché magro è bello (l’altro segreto).

Pur essendo un convinto assertore della buona tavola, come dimostrano spesso le tre cifre che compaiono ogni volta che salgo sulla bilancia, penso che la tua borsa debba mettersi a dieta. Il motivo lo capirai quando sarai sul campo e, con le tecniche di ripresa e di acquisizione immagini del mobile journalism, avrai effetti immediati e positivi sulla qualità di quello che riprendi e sul tempo nel quale riprendi. Libero da pesi e da timori di perdere i pezzi dell’attrezzatura, ti ritroverai ad avere margine operativo più importante, con la filosofia del mobile journalism, per raccontare liberamente, con inquadrature spiazzanti e linguaggio inedito, il soggetto che stai riprendendo, la storia che stai costruendo.

The italian way.

Abbiamo un gap di conoscenza terrificante, noi italiani, per quanto riguarda il mobile journalism. Abbiamo, tuttavia, anche un vantaggio schiacciante che potrebbe portarci alla pari con il resto del mondo in poco tempo in questi periodi di rivoluzione mojo. Quale? La creatività. Se vai in giro leggero, lo capirai. Viene da sola.

 

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