Il diario di un candidato della mia esperienza per le elezioni all’Ordine dei Giornalisti finisce oggi.

Sono alla fine di un giorno strano. Emozionante. Ci vuole un sigaro e una metafora calcistica. Sono seduto su un campo da calcio, dentro uno stadio vuoto. La partita è finita. Abbiamo vinto. Guardo i compagni e penso che sono bellissimi. Guardo i miei piedi. Il respiro rallenta, gli occhi ripassano tutte le azioni.

Una posizione difficile

Ho giocato nella posizione che mi piace di più. Ho esplorato traiettorie, disegnato cambiamenti, stando sempre dietro i compagni. Il mio compito? Quello di mandare in gol. Avanzando verso zone del campo inesplorate, arretrando a difendere le posizioni e l’equilibrio. Stupendo avversari e, a volte anche i compagni. Incitando, tirando su da terra chi cadeva, facendo correre, correndo, fermandomi quando era il caso.

Abbiamo vinto e guardo i miei compagni, mentre gli occhi si muovono veloci per ripassare quel passaggio, per ricordare quel ribaltamento di fronte. Per rivivere questa scarica di emozioni. E’ stata una gran partita e dal mio piede son partiti 12 assist. Cinque per il primo match, sette per il secondo. In gol ci è andata quella splendida ciurma che ho davanti.

Fuori di poco

A un certo punto ho tirato anche io. Un tracciante. Corpo perfettamente in asse, collo pieno. Ho accompagnato quella palla in rete per attimi infiniti. Ho invocato gli dei di Eupalla che scendessero a portarla fino alla rete.

E’ andara fuori. Di poco. Anzi di pochissimo.

Di sei centimetri.

Proprio subito dopo il mio tiro l’arbitro ha fischiato la fine. Quattordici assist, nessun gol. Ho sentito le spalle incurvarsi, il corpo arrendersi. La vita del play è anche e soprattutto questa. Mandare in gol è bellissimo, anche se i gol non li fai tu. Bellissimo e pesante.

E’ cambiato il vento

Mi sono avviato da solo negli spogliatoi, camminando a passo lento e guardandomi i piedi. Capaci di dipingere nuovi scenari, condannati a essere diversi. Essere quello che cambia il vento è una cosa che costa. Spesso non fa comprendere chi sei e come giochi. I tuoi passaggi si ritrovano a essere frutti illogici della fantasia e dei sogni. Spaventano. Sono imprevedibili.

La partita è finita, il vento è cambiato. Gli avversari non si capacitano, i compagni festeggiano. I miei piedi riposano. Fornire assist è la cosa più bella che ti possa capitare nella vita. Il gol è la foce del fiume di un’azione, ma l’assist è la sorgente. E’ il punto dove nasce qualcosa di nuovo.

La perfezione di un attimo

Le elezioni per il rinnovo delle cariche dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia sono finite e la mia squadra ha portato 5 elementi al consiglio regionale, conquistando la maggioranza e sette consiglieri al nazionale. Vederli andare in gol è stato bellissimo, anche perché gli avversari da battere erano quelli che per anni hanno tentato di ridurre il giornalismo in poltiglia. Sono andati a casa, con le pive nel sacco.

Il senso di un risultato

Io mi sono goduto la perfezione di un attimo. Anzi, la perfezione di tanti attimi. Quelli in cui nasceva un’idea che si trasformava in gol. La mia partita per cambiare le sorti di questo campionato è appena iniziata e io non mi voglio tirare indietro. Voglio continuare a essere il cambiamento del giornalismo, il fornitore di assist illogici, lo stratega dell’evoluzione di questa professione.

Quello che desideravo fare l’ho fatto. Mi è mancato il gol. Però che magnifica partita. Per ora tolgo gli scarpini e ringrazio tutte le 369 persone che mi hanno votato alle elezioni del Consiglio Regionale dell’Ordine dei Giornalisti. E dico solo una cosa: ho 369 motivi per tornare presto a disegnare cambi di fronte, in campo. Al mio posto. Immediatamente dietro quelli che vanno in gol. Ecco: questo è il senso di un risultato. Non certo quei 6 voti di distanza tra me e il primo eletto.