Tag: Intelligenza Artificiale

  • Scrittura e Intelligenza Artificiale: il grande equivoco

    Scrittura e Intelligenza Artificiale: il grande equivoco

    Come si scrive con l’IA?

    Non delegando la stesura, ma guidando la tecnologia. L’intelligenza artificiale non deve creare bozze, ma aiutarti a progettare, co-creare e verificare i testi in tempo reale. Il messaggio resta umano: l’IA assiste e valida velocemente, ma tu scrivi ogni singola parola.

    Detto questo ti confesso che c’è una cosa che faccio fatica a capire: il modo in cui viene concepita la scrittura aumentata dall’IA. Tutti ti dicono: “Fai fare una bozza! Fai scrivere lei!”. Credo che questo sia pura follia.

    Per questo motivo non riesco ad appassionarmi al dibattito di questi giorni sulla serie di strumenti di rilevamento dei testi generati da intelligenza artificiale, come quelli comparsi su LinkedIn e Substack. Non mi appassiono a questo dibattito perché lo ritengo un chiacchiericcio ben poco utile rispetto al problema vero della scrittura potenziata dall’IA.

    Scrittura e Intelligenza artificiale: delega mai!

    La scrittura potenziata dall’IA non la comincia l’IA. Il compimento dell’interazione tra l’uomo e la macchina mentre l’uomo scrive non si trova nel delegare all’intelligenza artificiale la creazione del messaggio, ma in ben altro atteggiamento. Mi stupisce che fior fior di comunicatori non capiscano che questo è il problema genetico di come viene presentata la scrittura aumentata. Con l’IA sta nascendo un modo nuovo di scrivere che penso sia un’avventura meravigliosa: mi ha cambiato il modo di comunicare e dii lavorare. Tuttavia, l’IA deve intervenire in determinati punti, e uno di questi non è certo quello di far creare bozze alla macchina.

    La scrittura aumentata dall’IA diventa un incastro magnifico nel momento in cui l’intelligenza artificiale ci aiuta a progettare il concetto di un messaggio che sarò io poi a scrivere, a co-creare, a verificare, facendomi creare messaggi e scritti già verificati. È un questa la figata, non altro…

    L’esperienza diretta: il controllo umano in tempo reale

    Qualche settimana fa mi sono trovato a dover scrivere per il mio sito per il quale dovevo entrare in maniera profonda all’interno di alcuni testi legislativi molto complicati. Ho iniziato a scriverlo aprendo la modalità live di ChatGPT, lasciando il modello in stand-by e chiamandolo in causa solo per verifiche puntuali di passaggi legislativi che gli avevo dato in pasto, oppure fonti dirette per sostanziare le mie affermazioni.

    Ho chiesto verifiche, ho chiesto l’analisi di una frase o due, ho chiesto sinonimi, ho chiesto verifica di congruità e coerenza concettuale. Ho svolto tutta una serie di processi contemporaneamente all’atto della scrittura, grazie ai quali al termine sono arrivato a produrre un pezzo creato da me parola per parola, che ha beneficiato dell’assistenza velocissima e profonda dell’intelligenza artificiale nella verifica e nella correttezza di ogni mia frase, di ogni mia affermazione e di ogni mio dato. È stata un’emozione fortissima che non credevo di poter provare all’alba dei 55 anni.

    Custodire il messaggio

    La scrittura potenziata dall’intelligenza artificiale diventa magica e può essere un momento di profondo cambiamento per tutti nel momento in cui la piloti e la dirigi per darti tutta l’assistenza, la ricerca, la verifica e la potenza di calcolo a servizio di quello che tu stai scrivendo parola per parola o di quello che tu stai pensando di progettare.

    Certamente la tua comunicazione, i tuoi messaggi, le tue ricerche, i tuoi report, i tuoi post, i tuoi temi, le tue tesi, i tuoi messaggi WhatsApp da inviare alla persona che ami, al tuo migliore amico o alla tua migliore amica non possono essere generati partendo dall’IA. Perché, se lo facciamo, stiamo lasciando andare una delle ultime cose che ci rende profondamente umani: il messaggio.

  • IA e aziende: un percorso da fare insieme

    IA e aziende: un percorso da fare insieme

    Il laboratorio FacLab si occupa di corsi di formazione per l’alfabetizzazione all’uso professionale dell’Intelligenza Artificiale delle risorse di un’azienda o di una organizzazione. In questa estate del 2026 le leggi sull’IA hanno assunto una loro fisionomia precisa e qui a FacLab abbiamo iniziato la progettazione di un percorso per aziende, enti e organizzazioni verso la trasformazione della cultura IA e la conformità alle leggi come naturale conseguenza.

    Formazione e leggi: una sfida da vincere

    Ora le leggi sono fatte, bisogna rispettarle e coglierne il senso. Il Digital Omnibus on AI, testo normativo che ha “aggiustato” alcune cose dell’AI Act che erano un po’ troppo difficili da interpretare, ha cambiato in particolare modo ciò che s’ha da fare per la formazione: da obbligo di risultati a obbligo di mezzi.

    Ora, infatti, la legge dice che ogni azienda è tenuta ad operare tutti gli sforzi possibili per formare le persone all’interno dell’organizzazione all’uso professionale e consapevole dell’IA. Non c’è accenno a multe, sanzioni o forche caudine, ma c’è un invito a creale cultura dell’Intelligenza Artificiale come passo in avanti decisivo per modernizzare le nostre organizzazioni.

    Serve un investimento, non un adempimento

    Insomma, le leggi ora ti dicono: non ti stringiamo al collo il cappio degli adempimenti burocratici, ma ti invitiamo a fare un investimento. Ho come la paura che molti considereranno queste leggi e i loro obblighi di conformità come una pratica burocratica o un ostacolo da evitare facendo finta di niente. Se questo sarà l’atteggiamento non arriveranno tempeste di multe o ispezioni notturne. Arriverà solo la perdita di competitività dell’organizzazione di cui fai parte…

    Se, invece, consideri di affrontare seriamente il percorso di iniezione della cultura IA nella tua azienda avrai in cambio velocità, precisione, miglioramento di processi e persone.

    Un’ultima cosa: sai cosa può fare la differenza? Qualcuno che ti accompagni e che sia preparato nel redigere la documentazione conforme alle direttive UE che nessuno ti obbliga ad avere, ma che è furbo pensare di creare e mettere da parte. Già, perché istituzioni che ispezioneranno lo sviluppo della conformità delle aziende in Italia rispetto all’IA ce ne sono. E quando le riceverai in azienda, poter far loro vedere la documentazione di ciò che è stato fatto sarà più che importante. Sarà determinante.

    Ok, questi sono i miei “two cents” sulla situazione e qui sotto puoi vedere cosa stiamo preparando al FacLab. Lo riscrivo: investimento, non adempimento. Questa è la differenza sostanziale.

    Le immagini sono di Gemini e il testo non è stato minimamente toccato da un’IA. Lo slideset è realizzato da Claude Design su mia precisa progettazione concettuale. Tutto quanto vedi in questo articolo è sotto la mia responsabilità editoriale.

  • Digital Omnibus on AI: formazione e IA, gli obblighi aziendali

    Digital Omnibus on AI: formazione e IA, gli obblighi aziendali

    Il Digital Omnibus on AI che ha rivisto l’AI Act, la norma europea che regola l’uso dell’intelligenza artificiale (2024/1689), diventa legge dal 27 luglio 2026. Questo pacchetto di adeguamenti deciso dall’Unione non riscrive da capo le regole sull’IA, ma ne corregge alcuni punti e ne rende l’applicazione più sostenibile per le imprese.

    Che cos’è il Digital Omnibus on AI?

    Il Digital Omnibus on AI (regolamento europeo 2026/1744) è quel pacchetto di adeguamenti normativi che l’UE ha allestito per chiarire alcuni obblighi richiesti dall’AI Act e rinviarne altri, più in particolare quelli che non riuscivano a essere rispettati nel cronoprogramma di entrata in vigore del Regolamento Europeo 1689. Il Digital Omnibus on AI si è impegnato a precisare le cose per quanto riguarda più di un testo normativo, ma è soprattutto entrato nel merito delle procedure che devono svolgere le aziende che creano (supplier, fornitori) o utilizzano l’IA (deployer, utilizzatori). Se vuoi leggere il testo lo trovi qui.

    L’articolo 4 rivisto: il concetto più importante

    La parte di questo Digital Omnibus che interessa le aziende che forniscono o utilizzano sistemi di IA è quella che ha rivisto il testo dell’articolo 4 dell’AI Act, dedicato all’alfabetizzazione in materia di IA. Prima si parlava di garantire un livello di alfabetizzazione IA per il personale. Dal ventisette luglio si parlerà invece di adottare misure per sostenere lo sviluppo di quell’alfabetizzazione, senza dover garantire un livello specifico per ogni singola persona.

    Digital Omnibus on AI: cosa cambia a livello operativo?

    La differenza vera è che prima sembrava di dover dimostrare un livello raggiunto da tutti. Con il Digital Omnibus on AI l’obbligo è adottare misure proporzionate alle competenze e ai processi aziendali di ogni risorsa di ogni azienda che utilizzi l’Intelligenza Artificiale. Il testo non impone certificati specifici né un formato fisso di documentazione, ma è una scelta praticamente obbligata di fatto.

    Ora ti spiego anche il perché: la legge 132/2025 conferisce il mandato di ispezionare le aziende all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale al fine di verificare la conformità delle stesse alle leggi europee che ora sono strutturate visto che c’è l’AI Act e il Digital Omnibus on AI che adegua in modo definitivo il primo testo. Questa agenzia può entrare in un’azienda e fare ispezione, producendo poi un audit di conformità e invitando l’azienda stessa a sanare irregolarità eventuali entro un congruo tempo (questo dicono i decreti attuativi della 132 peraltro ancora in approvazione). Altrimenti scattano sanzioni.

    I documenti non sono obbligatori, ma è il caso di farli

    Ora, quindi, c’è un obbligo di sostenere con misure proporzionate la formazione affinché i lavoratori di un’azienda diventino capaci di utilizzare in modo corretto l’IA, ma non c’è obbligo in merito alla tipologia di formazione e alla creazione e detenzione di documentazione attinente a questo processo. Il testo del 2026/1744 non impone certificati specifici né un formato fisso di documentazione. Però un dossier interno all’azienda, snello e preciso, aiuterebbe in modo decisivo l’eventuale interazione con l’ACN in visita per un’ispezione. Potrebbe contenere: inventario degli strumenti e dei casi d’uso, policy interna e guida per i dipendenti, materiali e aggiornamenti formativi, traccia di chi li ha ricevuti, un referente e una data di riesame, e un registro minimo di incidenti o dubbi emersi.

    “Ma io non uso l’IA… quindi”

    Quindi: ipotesi A… non è vero perché è come dire “in azienda non usiamo l’elettricità”. L’IA è ormai energia cognitiva e potenza di calcolo, è un’infrastruttura e non un gadget. L’IA entra quando l’addetta commerciale usa ChatGPT per una mail, quando il marketing genera un’immagine per una presentazione pubblica o un contenuto per il sito, quando un assistente nel software che hai acquistato e che usi per i tuoi processi aziendali suggerisce un testo o riassume un documento. Entra in gioco quando un tuo collega o tu, senza dire niente ai capi, mettete in una IA consumer dati magari sensibili per l’azienda o i clienti. Il guaio è dietro l’angolo.

    Ipotesi B… non la usi ma lo devi poter dimostrare. Non usarla davvero è possibile, ma solo se è una scelta esplicita: strumenti mappati, regole chiare e controlli coerenti. Altrimenti non è assenza di IA, è assenza di governo dell’IA. Ah, a proposito: la necessità di conformità a queste regole, sebbene meno stringenti della prima versione dell’AI Act, è di tutte le aziende che usano l’IA in qualsiasi settore e a qualsiasi livello. Se ti servono altri chiarimenti in merito, guarda questo video.

    Una legge edulcorata o un’opportunità?

    Risale a qualche giorno fa, esattamente al 22 luglio 2026. Nel frattempo il Digital Omnibus è stato approvato ed entra in vigore, quindi le cose sono un po’ cambiate, ma il senso dello spiegone resta giusto. Ci sono anche altri dettami normativi importanti che arrivano a scadenza il 2 agosto 2026, oltre a quello della formazione. Sto parlando, per esempio, di quello dell’obbligo di trasparenza nell’utilizzo dell’IA e nella pubblicazione di contenuti generati dall’IA o alterati in modo qualitativo dall’IA.

    Tuttavia il cambiamento più importante per le aziende è quello di cui ti ho parlato: riguarda la formazione. Ultima considerazione: questa legge europea sull’IA esce un po’ depotenziata dalla revisione operata dall’UE con il Digital Omnibus on AI. So già cosa succederà in Italia: tutti faranno finta di niente o diranno (cosa che ho già sentito con le mie orecchie) “ah ma io non uso l’IA”. Se gli obblighi per i settori più critici, come ho scritto in questo articolo, slittano al 2027, gli obblighi come quelli di cui ti ho parlato in questo articolo sono legge da un po’. Dal 2 di agosto partono le ispezioni.

    Il problema che devi risolvere, la domanda cui devi rispondere è questa: vuoi trasformare la cultura della tua azienda immettendo l’IA nei suoi circuiti, nei suoi processi e nelle sue vene dando la corretta conoscenza e strumentazione alle persone o vuoi fare finta di niente?

    Cioé: vuoi far finta di niente e scappare tra le maglie di una legge edulcorata o vuoi cogliere l’opportunità di cambiamento?

    Codex di Open AI mi ha aiutato nella verifica delle fonti . Tutte le parole di questo articolo sono mie.

  • I giornalisti nell’era post media: solisti o governatori di IA

    I giornalisti nell’era post media: solisti o governatori di IA

    Quando il Digital News Report ha iniziato a misurare la fiducia nei confronti dei media… era già bassa. Il dato del report 2026 appena uscito è un vero funerale: la fiducia in siti e testate è al 37%. Mai stata così giù dal 2015, anno nel quale la Reuters ha cominciato le misurazioni. Ho spulciato il report e metto su queste colonne alcune riflessioni utili per chi fa giornalismo, ma anche solo per chi comunica o divulga.

    Reuters è netta nell’analisi: il trust verso chi informa è al minimo e non solo nei confronti dei cosidetti media. E’ al minimo verso chiunque produca contenuti con l’obiettivo di farsi ascoltare. Lo avevo già scritto qui, in questo articolo, semplicemente annusando l’aria che tirava e interpretando le mie sensazioni da lettore: abbiamo smesso di dare attenzione alle notizie. Troppo brutte, troppa violenza, troppa IA, poca possibilità di capire il vero.

    Ora arriva il Digital News Report 2026 di Reuters a certificare la sensazione con un dato pazzesco: l’interesse per l’attualità è crollato di 13 punti percentuali. Non è che le persone non trovano più le notizie. È che una fetta sempre più ampia di pubblico ha deciso, consapevolmente, di evitarle — per proteggere la propria salute mentale da un ciclo informativo percepito come logorante.

    Perché l’industria dei media è in crisi?

    Il Digital News Report 2026 fotografa un’industria in bilico, scossa da tre forze che si intrecciano: la piattaformizzazione estrema dell’accesso, l’erosione del patto di fiducia con i lettori, e l’ascesa di intelligenza artificiale e creator indipendenti come nuovi mediatori di senso. Approfondiamo un attimo il discorso perché per te e per me è importante guardare i numeri per sapere come evolvere, come dare nuovo senso a ciò che facciamo.

    I social hanno superato i siti

    I media non sono più la prima porta di accesso delle persone alle news. Se va bene sono la seconda. In 30 su 48 dei mercati analizzati dal DNR i social sono il primo punto d’accesso verso l’informazione. L’accesso alle notizie da lì supera di gran lunga il traffico diretto sui siti dei media. Il pubblico ha poi smesso di cercare attivamente una notizia. E’ quest’ultima che si fa trovare, quasi per caso, mentre l’utente scrolla col pollice il feed del suo canale social preferito.

    Ti rendi conto: il lettore non cerca più notizie. Non le vuole leggere. Le legge se le notizie riescono ad arrivare a lui. Avvilente, ma comprensibile, se la realtà è questa.

    L’Europa però ha ancora “bisogno” dei media

    Ti dico, però, una cosa che fa un pochino sperare: ok, se ci sono 30 mercati nei quali i social hanno ormai superato i siti di informazione come fonti primarie della notizia per gli internauti, ce ne sono 18 in cui questo non è successo. La notizia è questa: di questi 18 nei quali resistono ancora i media, 14 sono europei. Insomma, dal DNR di Reuters arriva una notizia: l’Europa ha ancora bisogni dei media.

    Il report registra una “news avoidance” stabile al 42% a livello globale. Ma quando il dato schizza in un singolo paese (come il +9% della Norvegia dopo la crisi sulla Groenlandia) la causa è quasi sempre una reazione emotiva a eventi specifici, non un trend strutturale.

    Il pubblico, quindi, non ha smesso di leggere le notizie del tutto, ma ha smesso di cercarle. I dati parlano chiaro. Sulle piattaforme social nelle quali le persone passano più tempo, Facebook, Instagram e Tiktok, le persone leggono le news, ma non perché sono li per quello. Ci capitano sopra, mentre, nel loro feed stanno cercando evasione o intrattenimento. I social nei quali si scorre cercando notizie sono X e Youtube, non gli altri. Diverso il discorso per LinkedIn, geneticamente orientato al lavoro e al business.

    Qual è il ruolo del giornalista oggi?

    In questo panorama, dove si mette chi fa informazione? Prima il mestiere era quello del trovare e pubblicare la notizia. Ebbene in questo ha vinto l’algoritmo dei social e dell’IA. Ormai non è più quello il posto dove un giornalista fa la differenza. Il valore si è spostato altrove: non chi trova la notizia, ma chi la rende sostenibile da consumare senza logorare chi legge. In un ecosistema dove il 42% delle persone evita le notizie perché sono troppe, troppo veloci, troppo ansiogene, saper filtrare, contestualizzare e restituire respiro al lettore non è un servizio accessorio. È il mestiere.

    Poi c’è un altro fenomeno. Quando la fiducia nei media scende in modo così drammatico (37% globale, 32%) non è che sparisce: si posiziona altrove. Migra verso le persone, i nomi, i singoli giornalisti verso cui continua a riporre fiducia.

    La consacrazione del giornalista-medium

    Ho già parlato del “Solo Journalist” in questo articolo e anche nel video che ti faccio vedere qui sotto, ma nel dibattito internazionale il ruolo non aveva poi avuto investitura così ufficiale come in questo report di Reuters.

    Il DNR 2026 non usa la parola “Solo Journalist”, ma lo descrive con i concetti. Ti dico i tre che contano.

    Primo: la fiducia nei singoli brand giornalistici tiene meglio della fiducia nel giornalismo in generale. Lo dice Reuters, testuale. Il pubblico non si fida più della categoria, ma continua a fidarsi di nomi precisi.

    Secondo: i creator più seguiti nei paesi dove i media sono sotto pressione non sono influencer nati su TikTok. Sono ex giornalisti. Vai a cercarti Nevşin Mengü e Cüneyt Özdemir: sono due che arrivano da CNN Türk, Oppure Fatih Portakal da Fox TV. Hanno lasciato la redazione e si sono portati via la cosa più preziosa: la fiducia costruita sul proprio nome. Milioni di follower ciascuno. Il DNR li cita come esempi proprio perché lavorano e vivono in una Turchia nella quale la libertà di stampa è messa a dura prova.

    Terzo: il pubblico li paga. Nella media dei 20 mercati analizzati, il 15% di chi paga per le notizie paga direttamente un individuo. Heather Cox Richardson ha 2,9 milioni di abbonati su Substack. Da sola. Senza un editore alle spalle. Ti rendi conto?

    Ecco la consacrazione. Il Solo Journalist non è più una scommessa: è un modello di business certificato dal report più autorevole del settore.

    Ma c’è un problema che nessuno ti dice.

    Il solismo ha un tetto. E il tetto sei tu.

    La fiducia personale non scala. Un solo giornalista ha un limite fisico di produzione, un rischio concreto di burnout, e nessuna rete di verifica indipendente. Se sbagli, chi ti corregge? Se ti fermi, chi pubblica? Il modello funziona finché funzioni tu. E il report stesso, tra le righe, suggerisce un’altra cosa scomoda: i solisti prosperano soprattutto dove il sistema è polarizzato e la fiducia è bassa. Non è un modello universale. È una risposta d’emergenza a un contesto malato. Per questo credo che ci sia una seconda strada. Meno raccontata, ma più interessante.

    Il giornalista-sistema

    Immagina un giornalista (o magari un piccolo team, anche di due persone) che non scala sulla propria faccia ma su un’infrastruttura editoriale costruita con l’intelligenza artificiale. L’IA fa quello che sa fare: monitora le fonti, aggrega, prepara le basi di lavoro, gestisce i formati, tiene in ordine l’archivio. L’uomo fa quello che l’algoritmo non può fare: decide cosa conta, verifica, firma, risponde.

    Non è fantascienza. È ingegneria di sistema applicata all’editoria. Nuovi media “AI based” dove l’automazione è il motore, ma il volante resta in mano a chi ha un nome e una responsabilità deontologica.

    La differenza con il Solo Journalist puro sta in cosa vendi. Il solista vende fiducia nel nome: “mi conosci, ti fidi di me”. Il giornalista-sistema vende fiducia nel processo: “guarda come lavoro, puoi verificarlo”. Uso dichiarato dell’IA, fonti tracciabili, metodo trasparente. È meno seducente, lo so. Ma è più difendibile nel tempo. E soprattutto: si può insegnare, replicare, trasferire. Il carisma no.

    C’è un dato del report che sostiene questa via più di quanto sembri: chi usa i chatbot IA per le notizie lo fa soprattutto per fare domande di approfondimento e per farsi valutare l’affidabilità di una fonte. Capito? Le persone chiedono alla macchina esattamente quello che il giornalismo ha smesso di dargli: profondità e verifica. Il giornalista-sistema è quello che torna a presidiare quel territorio, usando la macchina invece di subirla.

    Le due strade, alla fine, sono una

    Non ti sto dicendo di scegliere. Ti sto dicendo che chi vincerà nei prossimi anni sarà colui che combina queste due strade: inizia come Solo Journalist e diventa un giornalista-sistema, un AI Journalist (nella migliore accezione del termine). Un giornalista in grado di progettare, creare, controllare, verificare, rifinire e pubblicare il suo lavoro amplificando il processo grazie al supporto mirato dell’IA, ma tenendo sempre in mano la sovranità cognitiva.

    Un nome riconoscibile sorretto da un sistema verificabile con l’uso dell’IA al 100% di trasparenza. Fiducia personale più fiducia processuale. Chi ha solo la prima è fragile: un errore, uno scandalo, e crolla tutto. Chi ha solo la seconda è invisibile: nessuno si fida di un algoritmo senza volto.

    Il DNR 2026 certifica un funerale, quello della fiducia nei media come istituzione. Ma nei funerali, si sa, si incontrano anche i vivi. E i vivi, qui, sono due: la persona che ci mette la faccia e il sistema che la sorregge. L’IA al centro dell’infrastruttura. L’umano al centro delle decisioni.

    Il giornalismo che verrà, secondo me, abita esattamente lì.

    Infine il giornalista direttore d’orchestra

    C’è infine un’ultima strada, la più radicale, che porta il giornalista-sistema fuori dai confini dell’editoria tradizionale. È il ruolo del giornalista direttore d’orchestra. Chi possiede sensibilità giornalistica e impara a governare la macchina può diventare il perfetto progettista conversazionale per enti, brand e organizzazioni.

    Può disegnare l’architettura editoriale dei prompt che muovono gli agenti IA, formare i team aziendali a un uso critico della tecnologia, armonizzare la comunicazione tra i reparti e, soprattutto, scrivere le policy etiche e di compliance sull’uso dell’Intelligenza Artificiale.

    Significa “dirigere” le IA dall’alto di una competenza deontologica e professionale, applicata alla consulenza e alla strategia. Il DNR ha “fatto il funerale” ai vecchi media, è vero. Ma per i professionisti capaci di abitare l’era post-media, le prospettive non sono mai state così interessanti.

    Tu che ne dici?

  • L’Italia nell’abisso dell’ignoranza digitale

    L’Italia nell’abisso dell’ignoranza digitale

    Questo articolo è un po’ uno sfogo.

    Non ce l’ho con qualcuno in particolare. In questi ultimi mesi, però, tra letture online, social, aule virtuali e incontri reali, ho visto un panorama sempre più desolante. Vuoi che ti dica a cosa mi riferisco?

    Semplice: mi riferisco all’assenza di cultura digitale, di competenze reali nell’uso del computer, di consapevolezza nel momento in cui facciamo un’azione con un pc. Ho visto materializzarsi davanti a me sempre più chiaramente una popolazione, quella italiana, la quale non viene formata all’uso dei computer e delle macchine se non in ambiti tecnici. Di conseguenza è costretta ad acquisire usi e competenze in modo autonomo e viene informata e formata dai metodi con cui le aziende che producono software e hardware invitano a usare le loro creazioni, i loro prodotti.

    Un popolo di zombie tecnologici

    Risultato? Siamo un popolo di zombie rimbambiti che usano i social come ebeti, cliccano sui computer lamentandosi al primo colpo se qualcosa non va, fanno scrivere email a ChatGPT, non sanno che cos’è un cloud, non capiscono come disdire un abbonamento a Netflix o come togliere una app dallo smartphone. Un popolo di ignoranti e rimbambiti digitali. Non parlo solo delle persone con meno istruzione (anzi magari quelle sono pure più sveglie perché abituate a risolvere i problemi per campare). Parlo di fior di laureati, di persone adulte, padri e madri, mariti e mogli, professionisti veri.

    Poi c’è perfino una categoria speciale: quella di “eh cosa vuoi che sia, due click!”. Quelli sono quelli che pensano che la tecnologia, l’IA, il digitale, la sicurezza dei dati, siano costi che si possono tagliare o “spicciarsela” con poco, con il cuggino che ne sa. Sono fenomenali. Ieri ho baccagliato tutto il giorno per sapere che poi un cliente ha deciso di fare le cose in autonomia per andare a trovare da solo i documenti con le specifiche di conservazione dei dati di tracciabilità di una app che ha fatto creare per la sua produzione. Ho sorriso. Tornerà e il preventivo che gli ho preparato aumenterà del 30%.

    Ignoranza digitale e fallimento della scuola italiana

    Perché siamo finiti così? Eravamo dei bravi tecnici ed esportiamo in tutto il mondo leader tecnici della rivoluzione IA ancora oggi. Eppure la popolazione di lavoratori è sguarnita completamente di fronte alla rivoluzione che sta ribaltando qualsiasi lavoro e qualsiasi paradigma. Siamo un popolo dotato di una potente ignoranza digitale.

    Siamo finiti così perché la scuola italiana di oggi non rappresenta la necessità di comprensione tecnologica che hanno le persone e la ghettizza a situazioni, indirizzi o facoltà tecniche. Siamo finiti così perché le aziende non valorizzano le persone e non danno loro modo di formarsi adeguatamente quando hanno delle carenze di competenza tecnologica. E infine siamo finiti così perché paghiamo malamente l’onere di essere nel continente che ancora, per fortuna, difende i diritti, ma non riesce a trovare il modo di stare al passo con la competizione internazionale della rivoluzione IA.

    Il mondo IA va a 300 all’ora, noi a 30. Le novità tecnologiche vengono presentate un giorno e il giorno dopo invadono il mercato anglofono. Da noi arrivano 7-8 mesi dopo, solo in seguito al passaggio dei controlli delle leggi europee. Lo dico, è giusto e sono fiero che sia così, a livello concettuale. Tuttavia, bisogna trovare un rimedio a queste lungaggini che frenano la nostra crescita e la possibilità di poter sviluppare lavoro, business e aziende. Dobbiamo poter andare alla stessa velocità di chi riceve un nuovo strumento tecnologico per potenziare il suo lavoro al giorno uno della creazione dello strumento stesso. Altrimenti l’ignoranza digitale e l’arretratezza tecnologica prenderanno il sopravvento.

    Cambiare l’AI Act in meglio, ma subito!

    Non so come si possa fare, ma si deve fare in modo che l’AI Act, per esempio, non perda il suo valore dal punto di vista della difesa dei diritti delle persone e dei cittadini, ma istituisca dei modi snelli e veloci di parificare queste novità tecnologiche alle necessità delle nostre leggi.

    L’obiettivo è evitare che passi un anno prima che io possa veder comparire nel mio computer le novità che Google ha presentato, per esempio, nell’ultimo Google I/O avvenuto il 19 maggio 2026.

    Se non facciamo qualcosa, il nostro precipitare nell’ignoranza tecnologica e il rallentamento dello sviluppo come sistema economico diventeranno cristallizzati. Cominceremo a trasformarci in un terzo mondo tecnologico, ma senza la voglia di crescere dei paesi in via di sviluppo, perché siamo un paese di vecchi, di individualisti, che non riesce a fare sistema per evolvere.

    Smetto con queste lamentele e ritorno a fare quello che ci crede, ma ti dico che a volte è molto faticoso andare avanti a spiegare l’intelligenza artificiale a chi non riesce nemmeno a spostare un file da una cartella all’altra nel proprio computer.

  • Cento milioni per formare la scuola sull’IA. E quasi nessuno lo sa.

    Cento milioni per formare la scuola sull’IA. E quasi nessuno lo sa.

    Un’occasione per la scuola.

    Quando hai davanti un’opportunità devi avere due cose importanti oltre all’occasione: la fortuna (o la bravura) di saperla cogliere e qualcuno che te la sappia indicare per bene. Qualcuno che sappia dirti: “Ehi, quella è una occasione: vai! Coglila!”.

    In questi primi giorni di aprile la scuola italiana può essere proprio in questa situazione: ha una enorme opportunità, ma non la coglie. Questo, per la scuola potrebbe essere un momento storico, ma sta passando in silenzio. Sta per essere completamente “mancato”….

    Di cosa parlo? di questo: il ministero dell’Istruzione ha stanziato il 27 marzo 2026 un centinaio di milioni dai fondi PNRR e NextGenerationEU per protare la formazione sull’IA nelle scuole italiane. Non come un progettino qualunque, non come una sperimentazione, ma come un’infrastruttura vera e propria. Ogni scuola (statale o parificata, ma con fini non commerciali) può ottenere fino a 50 mila euro per crearsi dei percorsi formativi per docenti, personale, dirigenti e con il coinvolgimento diretto degli studenti nei laboratori pratici in classe. Una manna dal cielo che, tuttavia, ha una finestra di accreditamento dei fondi molto stretta e rischia di diventare una mastodontica occasione buttata.

    Che cos’è il formatore IA?

    Sai qual è la notizia nella notizia? Che in questo bando, questo dicastero sta facendo due cose storiche. La prima: sta istituzionalizzando la formazione IA nelle scuole (e lo sta facendo tardi, ma insomma…). La seconda: sta istituzionalizzando la figura professionale del formatore IA. Per la prima volta. Cosa non trascurabile per me, ma forse anche per te. E per la scuola dei tuoi figli. Adesso, quindi stiamo capendo che servono formatori IA e che quei formatori sono coloro che traducono a persone, studenti, lavoratori, organizzazioni e aziende i concetti dell’intelligenza artificiale. E insegnano a usare gli strumenti in modo consapevole. Ecco che cos’è un formatore IA: un traduttore, un facilitatore.

    Un paradosso che mi fa girare le scatole

    Tuttavia siamo davanti a un paradosso, molto probabilmente accelerato dalla stretta finestra di richiesta dei fondi che il Ministero ha comandato. Già, tutto termina il 17 aprile 2026. Un attimo, per i tempi burocratici di scuole e ministeri. Allora, probabilmente si crea un paradosso. Da una parte il dirigente scolastico che magari sa della cosa, ma non ha il formatore IA per le mani o non sa nemmeno che esistano. Dall’altra i formatori IA come me che devono urlare nel silenzio per dire “Ehi, sono qui! Ehi, mi vedi?”. E il tempo passa molto velocemente.

    Una cosa concreta, per me e per te

    Allora facciamo una cosa concreta. Fermati un secondo e chiediti: conosco un dirigente scolastico? Un insegnante? Un animatore digitale — quella figura che esiste in ogni scuola italiana e che ha il compito specifico di spingere la transizione digitale dall’interno? Se la risposta è sì, hai in mano qualcosa di più utile di qualsiasi articolo tu possa leggere oggi. Hai un canale diretto verso il lato del paradosso che non riesce a parlare.

    Perché la cosa che puoi fare domani mattina — letteralmente domani mattina — è mandargli un messaggio. Non un’analisi. Non questo articolo intero. Solo questo: “Ehi, esiste un bando PNRR con 50mila euro per la tua scuola sulla formazione IA, scade il 17 aprile, ti mando i dettagli?”. Quattro righe. Se lui non lo sapeva — e molto probabilmente non lo sa — tu sei diventato la persona che gliel’ha indicata. Quella cosa che dicevo all’inizio: qualcuno che sappia dirti “ehi, quella è un’occasione, vai”.

    Allora diamoci da fare, tutti insieme

    E allora eccomi qui. Sono un formatore IA. Esisto adesso, in questo mercato, in questo momento preciso in cui lo Stato italiano ha deciso che la mia figura professionale serve — e la finanzia. Non domani, non tra cinque anni quando tutti ne parleranno. Adesso.

    Se sei un dirigente scolastico o un docente e sei arrivato fin qui, sai già cosa fare: hai nove giorni, hai una piattaforma, hai un codice. Quello che forse non hai ancora è qualcuno con cui progettarlo. Io sono disponibile a parlarne questa settimana — una conversazione, senza impegno, per capire se c’è uno spazio in cui lavorare insieme.

    Se invece sei un formatore, un divulgatore, qualcuno che come me lavora ogni giorno per rendere l’IA comprensibile — questo articolo era anche per te. Perché il momento in cui una professione viene riconosciuta istituzionalmente è esattamente il momento in cui vale la pena alzare la mano e dire: sono qui, so farlo, posso aiutare.

    La finestra è aperta. Non per molto.

    Scritto con il supporto non qualitativo di Claude. Foto di Nature OS