Autore: Francesco Facchini

  • I giornalisti nell’era post media: solisti o governatori di IA

    I giornalisti nell’era post media: solisti o governatori di IA

    Quando il Digital News Report ha iniziato a misurare la fiducia nei confronti dei media… era già bassa. Il dato del report 2026 appena uscito è un vero funerale: la fiducia in siti e testate è al 37%. Mai stata così giù dal 2015, anno nel quale la Reuters ha cominciato le misurazioni. Ho spulciato il report e metto su queste colonne alcune riflessioni utili per chi fa giornalismo, ma anche solo per chi comunica o divulga.

    Reuters è netta nell’analisi: il trust verso chi informa è al minimo e non solo nei confronti dei cosidetti media. E’ al minimo verso chiunque produca contenuti con l’obiettivo di farsi ascoltare. Lo avevo già scritto qui, in questo articolo, semplicemente annusando l’aria che tirava e interpretando le mie sensazioni da lettore: abbiamo smesso di dare attenzione alle notizie. Troppo brutte, troppa violenza, troppa IA, poca possibilità di capire il vero.

    Ora arriva il Digital News Report 2026 di Reuters a certificare la sensazione con un dato pazzesco: l’interesse per l’attualità è crollato di 13 punti percentuali. Non è che le persone non trovano più le notizie. È che una fetta sempre più ampia di pubblico ha deciso, consapevolmente, di evitarle — per proteggere la propria salute mentale da un ciclo informativo percepito come logorante.

    Perché l’industria dei media è in crisi?

    Il Digital News Report 2026 fotografa un’industria in bilico, scossa da tre forze che si intrecciano: la piattaformizzazione estrema dell’accesso, l’erosione del patto di fiducia con i lettori, e l’ascesa di intelligenza artificiale e creator indipendenti come nuovi mediatori di senso. Approfondiamo un attimo il discorso perché per te e per me è importante guardare i numeri per sapere come evolvere, come dare nuovo senso a ciò che facciamo.

    I social hanno superato i siti

    I media non sono più la prima porta di accesso delle persone alle news. Se va bene sono la seconda. In 30 su 48 dei mercati analizzati dal DNR i social sono il primo punto d’accesso verso l’informazione. L’accesso alle notizie da lì supera di gran lunga il traffico diretto sui siti dei media. Il pubblico ha poi smesso di cercare attivamente una notizia. E’ quest’ultima che si fa trovare, quasi per caso, mentre l’utente scrolla col pollice il feed del suo canale social preferito.

    Ti rendi conto: il lettore non cerca più notizie. Non le vuole leggere. Le legge se le notizie riescono ad arrivare a lui. Avvilente, ma comprensibile, se la realtà è questa.

    L’Europa però ha ancora “bisogno” dei media

    Ti dico, però, una cosa che fa un pochino sperare: ok, se ci sono 30 mercati nei quali i social hanno ormai superato i siti di informazione come fonti primarie della notizia per gli internauti, ce ne sono 18 in cui questo non è successo. La notizia è questa: di questi 18 nei quali resistono ancora i media, 14 sono europei. Insomma, dal DNR di Reuters arriva una notizia: l’Europa ha ancora bisogni dei media.

    Il report registra una “news avoidance” stabile al 42% a livello globale. Ma quando il dato schizza in un singolo paese (come il +9% della Norvegia dopo la crisi sulla Groenlandia) la causa è quasi sempre una reazione emotiva a eventi specifici, non un trend strutturale.

    Il pubblico, quindi, non ha smesso di leggere le notizie del tutto, ma ha smesso di cercarle. I dati parlano chiaro. Sulle piattaforme social nelle quali le persone passano più tempo, Facebook, Instagram e Tiktok, le persone leggono le news, ma non perché sono li per quello. Ci capitano sopra, mentre, nel loro feed stanno cercando evasione o intrattenimento. I social nei quali si scorre cercando notizie sono X e Youtube, non gli altri. Diverso il discorso per LinkedIn, geneticamente orientato al lavoro e al business.

    Qual è il ruolo del giornalista oggi?

    In questo panorama, dove si mette chi fa informazione? Prima il mestiere era quello del trovare e pubblicare la notizia. Ebbene in questo ha vinto l’algoritmo dei social e dell’IA. Ormai non è più quello il posto dove un giornalista fa la differenza. Il valore si è spostato altrove: non chi trova la notizia, ma chi la rende sostenibile da consumare senza logorare chi legge. In un ecosistema dove il 42% delle persone evita le notizie perché sono troppe, troppo veloci, troppo ansiogene, saper filtrare, contestualizzare e restituire respiro al lettore non è un servizio accessorio. È il mestiere.

    Poi c’è un altro fenomeno. Quando la fiducia nei media scende in modo così drammatico (37% globale, 32%) non è che sparisce: si posiziona altrove. Migra verso le persone, i nomi, i singoli giornalisti verso cui continua a riporre fiducia.

    La consacrazione del giornalista-medium

    Ho già parlato del “Solo Journalist” in questo articolo e anche nel video che ti faccio vedere qui sotto, ma nel dibattito internazionale il ruolo non aveva poi avuto investitura così ufficiale come in questo report di Reuters.

    Il DNR 2026 non usa la parola “Solo Journalist”, ma lo descrive con i concetti. Ti dico i tre che contano.

    Primo: la fiducia nei singoli brand giornalistici tiene meglio della fiducia nel giornalismo in generale. Lo dice Reuters, testuale. Il pubblico non si fida più della categoria, ma continua a fidarsi di nomi precisi.

    Secondo: i creator più seguiti nei paesi dove i media sono sotto pressione non sono influencer nati su TikTok. Sono ex giornalisti. Vai a cercarti Nevşin Mengü e Cüneyt Özdemir: sono due che arrivano da CNN Türk, Oppure Fatih Portakal da Fox TV. Hanno lasciato la redazione e si sono portati via la cosa più preziosa: la fiducia costruita sul proprio nome. Milioni di follower ciascuno. Il DNR li cita come esempi proprio perché lavorano e vivono in una Turchia nella quale la libertà di stampa è messa a dura prova.

    Terzo: il pubblico li paga. Nella media dei 20 mercati analizzati, il 15% di chi paga per le notizie paga direttamente un individuo. Heather Cox Richardson ha 2,9 milioni di abbonati su Substack. Da sola. Senza un editore alle spalle. Ti rendi conto?

    Ecco la consacrazione. Il Solo Journalist non è più una scommessa: è un modello di business certificato dal report più autorevole del settore.

    Ma c’è un problema che nessuno ti dice.

    Il solismo ha un tetto. E il tetto sei tu.

    La fiducia personale non scala. Un solo giornalista ha un limite fisico di produzione, un rischio concreto di burnout, e nessuna rete di verifica indipendente. Se sbagli, chi ti corregge? Se ti fermi, chi pubblica? Il modello funziona finché funzioni tu. E il report stesso, tra le righe, suggerisce un’altra cosa scomoda: i solisti prosperano soprattutto dove il sistema è polarizzato e la fiducia è bassa. Non è un modello universale. È una risposta d’emergenza a un contesto malato. Per questo credo che ci sia una seconda strada. Meno raccontata, ma più interessante.

    Il giornalista-sistema

    Immagina un giornalista (o magari un piccolo team, anche di due persone) che non scala sulla propria faccia ma su un’infrastruttura editoriale costruita con l’intelligenza artificiale. L’IA fa quello che sa fare: monitora le fonti, aggrega, prepara le basi di lavoro, gestisce i formati, tiene in ordine l’archivio. L’uomo fa quello che l’algoritmo non può fare: decide cosa conta, verifica, firma, risponde.

    Non è fantascienza. È ingegneria di sistema applicata all’editoria. Nuovi media “AI based” dove l’automazione è il motore, ma il volante resta in mano a chi ha un nome e una responsabilità deontologica.

    La differenza con il Solo Journalist puro sta in cosa vendi. Il solista vende fiducia nel nome: “mi conosci, ti fidi di me”. Il giornalista-sistema vende fiducia nel processo: “guarda come lavoro, puoi verificarlo”. Uso dichiarato dell’IA, fonti tracciabili, metodo trasparente. È meno seducente, lo so. Ma è più difendibile nel tempo. E soprattutto: si può insegnare, replicare, trasferire. Il carisma no.

    C’è un dato del report che sostiene questa via più di quanto sembri: chi usa i chatbot IA per le notizie lo fa soprattutto per fare domande di approfondimento e per farsi valutare l’affidabilità di una fonte. Capito? Le persone chiedono alla macchina esattamente quello che il giornalismo ha smesso di dargli: profondità e verifica. Il giornalista-sistema è quello che torna a presidiare quel territorio, usando la macchina invece di subirla.

    Le due strade, alla fine, sono una

    Non ti sto dicendo di scegliere. Ti sto dicendo che chi vincerà nei prossimi anni sarà colui che combina queste due strade: inizia come Solo Journalist e diventa un giornalista-sistema, un AI Journalist (nella migliore accezione del termine). Un giornalista in grado di progettare, creare, controllare, verificare, rifinire e pubblicare il suo lavoro amplificando il processo grazie al supporto mirato dell’IA, ma tenendo sempre in mano la sovranità cognitiva.

    Un nome riconoscibile sorretto da un sistema verificabile con l’uso dell’IA al 100% di trasparenza. Fiducia personale più fiducia processuale. Chi ha solo la prima è fragile: un errore, uno scandalo, e crolla tutto. Chi ha solo la seconda è invisibile: nessuno si fida di un algoritmo senza volto.

    Il DNR 2026 certifica un funerale, quello della fiducia nei media come istituzione. Ma nei funerali, si sa, si incontrano anche i vivi. E i vivi, qui, sono due: la persona che ci mette la faccia e il sistema che la sorregge. L’IA al centro dell’infrastruttura. L’umano al centro delle decisioni.

    Il giornalismo che verrà, secondo me, abita esattamente lì.

    Infine il giornalista direttore d’orchestra

    C’è infine un’ultima strada, la più radicale, che porta il giornalista-sistema fuori dai confini dell’editoria tradizionale. È il ruolo del giornalista direttore d’orchestra. Chi possiede sensibilità giornalistica e impara a governare la macchina può diventare il perfetto progettista conversazionale per enti, brand e organizzazioni.

    Può disegnare l’architettura editoriale dei prompt che muovono gli agenti IA, formare i team aziendali a un uso critico della tecnologia, armonizzare la comunicazione tra i reparti e, soprattutto, scrivere le policy etiche e di compliance sull’uso dell’Intelligenza Artificiale.

    Significa “dirigere” le IA dall’alto di una competenza deontologica e professionale, applicata alla consulenza e alla strategia. Il DNR ha “fatto il funerale” ai vecchi media, è vero. Ma per i professionisti capaci di abitare l’era post-media, le prospettive non sono mai state così interessanti.

    Tu che ne dici?

  • L’Italia nell’abisso dell’ignoranza digitale

    L’Italia nell’abisso dell’ignoranza digitale

    Questo articolo è un po’ uno sfogo.

    Non ce l’ho con qualcuno in particolare. In questi ultimi mesi, però, tra letture online, social, aule virtuali e incontri reali, ho visto un panorama sempre più desolante. Vuoi che ti dica a cosa mi riferisco?

    Semplice: mi riferisco all’assenza di cultura digitale, di competenze reali nell’uso del computer, di consapevolezza nel momento in cui facciamo un’azione con un pc. Ho visto materializzarsi davanti a me sempre più chiaramente una popolazione, quella italiana, la quale non viene formata all’uso dei computer e delle macchine se non in ambiti tecnici. Di conseguenza è costretta ad acquisire usi e competenze in modo autonomo e viene informata e formata dai metodi con cui le aziende che producono software e hardware invitano a usare le loro creazioni, i loro prodotti.

    Un popolo di zombie tecnologici

    Risultato? Siamo un popolo di zombie rimbambiti che usano i social come ebeti, cliccano sui computer lamentandosi al primo colpo se qualcosa non va, fanno scrivere email a ChatGPT, non sanno che cos’è un cloud, non capiscono come disdire un abbonamento a Netflix o come togliere una app dallo smartphone. Un popolo di ignoranti e rimbambiti digitali. Non parlo solo delle persone con meno istruzione (anzi magari quelle sono pure più sveglie perché abituate a risolvere i problemi per campare). Parlo di fior di laureati, di persone adulte, padri e madri, mariti e mogli, professionisti veri.

    Poi c’è perfino una categoria speciale: quella di “eh cosa vuoi che sia, due click!”. Quelli sono quelli che pensano che la tecnologia, l’IA, il digitale, la sicurezza dei dati, siano costi che si possono tagliare o “spicciarsela” con poco, con il cuggino che ne sa. Sono fenomenali. Ieri ho baccagliato tutto il giorno per sapere che poi un cliente ha deciso di fare le cose in autonomia per andare a trovare da solo i documenti con le specifiche di conservazione dei dati di tracciabilità di una app che ha fatto creare per la sua produzione. Ho sorriso. Tornerà e il preventivo che gli ho preparato aumenterà del 30%.

    Ignoranza digitale e fallimento della scuola italiana

    Perché siamo finiti così? Eravamo dei bravi tecnici ed esportiamo in tutto il mondo leader tecnici della rivoluzione IA ancora oggi. Eppure la popolazione di lavoratori è sguarnita completamente di fronte alla rivoluzione che sta ribaltando qualsiasi lavoro e qualsiasi paradigma. Siamo un popolo dotato di una potente ignoranza digitale.

    Siamo finiti così perché la scuola italiana di oggi non rappresenta la necessità di comprensione tecnologica che hanno le persone e la ghettizza a situazioni, indirizzi o facoltà tecniche. Siamo finiti così perché le aziende non valorizzano le persone e non danno loro modo di formarsi adeguatamente quando hanno delle carenze di competenza tecnologica. E infine siamo finiti così perché paghiamo malamente l’onere di essere nel continente che ancora, per fortuna, difende i diritti, ma non riesce a trovare il modo di stare al passo con la competizione internazionale della rivoluzione IA.

    Il mondo IA va a 300 all’ora, noi a 30. Le novità tecnologiche vengono presentate un giorno e il giorno dopo invadono il mercato anglofono. Da noi arrivano 7-8 mesi dopo, solo in seguito al passaggio dei controlli delle leggi europee. Lo dico, è giusto e sono fiero che sia così, a livello concettuale. Tuttavia, bisogna trovare un rimedio a queste lungaggini che frenano la nostra crescita e la possibilità di poter sviluppare lavoro, business e aziende. Dobbiamo poter andare alla stessa velocità di chi riceve un nuovo strumento tecnologico per potenziare il suo lavoro al giorno uno della creazione dello strumento stesso. Altrimenti l’ignoranza digitale e l’arretratezza tecnologica prenderanno il sopravvento.

    Cambiare l’AI Act in meglio, ma subito!

    Non so come si possa fare, ma si deve fare in modo che l’AI Act, per esempio, non perda il suo valore dal punto di vista della difesa dei diritti delle persone e dei cittadini, ma istituisca dei modi snelli e veloci di parificare queste novità tecnologiche alle necessità delle nostre leggi.

    L’obiettivo è evitare che passi un anno prima che io possa veder comparire nel mio computer le novità che Google ha presentato, per esempio, nell’ultimo Google I/O avvenuto il 19 maggio 2026.

    Se non facciamo qualcosa, il nostro precipitare nell’ignoranza tecnologica e il rallentamento dello sviluppo come sistema economico diventeranno cristallizzati. Cominceremo a trasformarci in un terzo mondo tecnologico, ma senza la voglia di crescere dei paesi in via di sviluppo, perché siamo un paese di vecchi, di individualisti, che non riesce a fare sistema per evolvere.

    Smetto con queste lamentele e ritorno a fare quello che ci crede, ma ti dico che a volte è molto faticoso andare avanti a spiegare l’intelligenza artificiale a chi non riesce nemmeno a spostare un file da una cartella all’altra nel proprio computer.

  • Agenti IA: cinque mesi di esperienze

    Agenti IA: cinque mesi di esperienze

    Che cos’è un AI agent?

    Facciamo prima ordine poi ti racconto il resto. Un agente IA non è ChatGPT a cui fai una domanda e lui ti risponde. È qualcosa di diverso, e la differenza non è tecnica, ma comportamentale. Un modello linguistico classico aspetta. Tu scrivi, lui risponde, finisce lì. Un agente, invece, agisce. Gli dai un obiettivo e lui trova il modo di raggiungerlo: usa strumenti, naviga, scrive file, chiama altri sistemi, prende decisioni intermedie senza che tu debba guidarlo passo per passo. Non è un esecutore di comandi: è qualcosa che somiglia, almeno nell’apparenza, a un collaboratore.

    La parola che uso io, quando devo spiegarlo a un’aula, è autonomia. Non intelligenza, non creatività, ma autonomia. La capacità di portare avanti un compito senza che io debba stare lì a tenere il filo. Autonomia che, peraltro, devi saper controllare con molta attenzione. Ed è esattamente questa autonomia che rende gli agenti affascinanti. E, come vedremo, un po’ inquietanti.

    Il lavoro con i colleghi IA

    Le vacanze di Natale del 2025 mi sono servite per implementare la struttura di agenti al mio servizio. A FacLab ne ho assunti tre e potevano essere quattro… ma uno l’ho licenziato. L’ecosistema portante per l’organizzazione è Gemini. Già Google. Non ha vere e proprie capacità agentiche, ma può, attraverso le connessioni con le mie piattaforme principali (Gmail, Calendar, la ricerca web, Notebook LM, Google Home, il mio Pixel Watch e il mio smartphone Pixel 10 XL), fare un numero straordinario di azioni per me. Scrivere una bozza di email, aggiungere, togliere o spostare un appuntamento, creare un file con una ricerca. Creare audio, video, automazioni.

    Per elaborare documenti, creare briefing riassuntivi, agire per la programmazione, l’analisi, la progettazione, la scrittura assistita, il design grafico e tutto quello che rappresenta la parte produttiva del mio lavoro c’è Claude. La mattina, quanto apro il computer mi accoglie con un documento di riassunto che mi informa con precisione (adeguatamente progettata da me) su tutto ciò che è successo, che è arrivato nella mia mail e merita risposta, che devo fare e che dovrei fare.

    Il nuovo brand del mio sito è suo (anche qui su mia progettazione precisa), le strategie commerciali, i data entry nelle varie app, la co-creazione dei prompt delle slide, la creazione di analisi, la co-progettazione dei piani editoriali, la verifica e l’implementazione della strategia di business, la correzione degli errori di impostazione o coerenza dei miei scritti. Claude è talmente tanto dentro ai miei processi e talmente tanto utile a un vario campionario di task che mi viene da considerarlo come un collega.

    E poi c’è Antigravity, la palestra dei sogni e degli incubi

    Detto che l’agente che mi aiuta nel vibe editing di audio e video è Underlord (mi sembra di essere su Stranger Things), demone IA che c’è dentro Descript (io gli dico che deve fare, lui fa sui file), la cattedrale di tutto quello di buono o di pessimo può fare un agente IA per te è Antigravity.

    Il mio amico “Anti” è l’agente di vibe coding che mi ha permesso, in questi mesi, di creare 4 applicativi pwa (già, app che si vedono su web, pc, tablet e smartphone) che hanno monitorato il mio lavoro e creato i presupposti per il mio prossimo grande progetto: costruire un sistema di formazione customizzato per persone e organizzazioni. Pensa lo sto già usando e sta già fruttando qualche soldino. In 5 mesi di lavoro e 135 ore di programmazione di uno che non sapeva programmare nemmanco un rigo. Anzi: ho imparato il codice, mentre Antigravity faceva codice per me e anche grandi casini che mi hanno provocato danni.

    Danni considerevoli… per fortuna

    I primissimi giorni di maggio 2026 una serie concatenata di errori mi ha portato alla cancellazione dell’intero database di due applicativi che già monitoravano parte della mia attività. Si è trattato di un momento traumatico che ha avuto anche risvolti sulla mia persona, ma soprattutto si è trattato di un momento che ha trasformato la mia consapevolezza. Il motivo? Semplice: mi sono accorto della mia inadeguatezza e della mia incompetenza e ho iniziato a ragionare su sistemi di monitoraggio e di sicurezza, di backup e conservazione dei dati. Questi danni subiti sono stati quasi una manna dal cielo. Perché? Semplice: ho capito molti errori che ho fatto tutti in una volta, ho capito le mie ingenuità da programmatore “IA based” e cosa dovevo fare. Pensa se avessi perso, che ne so, tre anni di dati in piena esecuzione di un corso con 20 persone nelle aule virtuali di FacLab.

    La vita quotidiana rielaborata dall’intelligenza artificiale

    Ho mediamente 5 modelli IA in abbonamento, spendo oltre 110 euro al mese. Sai quanto ci metto a ripagarmeli? La prima settimana del mese.

    Il resto è tutto guadagno.

    Sono tutti soldi che l’IA dà a me sotto forma di tempo, di efficienza, ma anche di lentezza. Perché non so se lo sai, ma se usi l’IA come strumento amplificatore di tutte le tue possibilità qualità e caratteristiche professionali, quello che ti dà in cambio (a parte quando ti distrugge i database) è molto tempo in più per vivere. La gestione dei “to do” è per me da mesi implementata da Gemini, così come la gestione delle liste, degli appuntamenti, delle scadenze, dei pagamenti, delle bollette.

    Ogni mio messaggio verso il mondo ora è dettato e non è scritto, ogni cosa da ricordare e ogni idea sono catturate dal note taker IA che esegue subito riassunti concettuali precisi che diventano cose che posso fare. Il risultato è cura, lentezza, progettazione, efficienza, ma anche possibilità di vivere avendo più tempo. Perfino più tempo da perdere.

    L’ambito personale e di salute è poi gestito con una piattaforma che tiene riservati i dati (Notebook LM) e mi fa comprendere esattamente quello che devo fare. Non esistono altri dati personali miei su altre piattaforme.

    Grandi poteri e grandi responsabilità

    Ma torniamo a quei primissimi giorni di maggio 2026. Perché lì dentro c’è tutto quello che devi sapere su cosa significa davvero lavorare con un agente IA. Mi sono sentito male psicologicamente, tradito da una macchina talmente potente da elevarsi dentro di me a grado di collega umano. Nelle ore di programmazione per riparare quel danno ho avuto la netta sensazione di essere tradito.

    Stupido, vero?

    Pensa che non ti ho parlato di un agente conversazionale che ho implementato per qualche tempo e che via Whatsapp mi assisteva proattivamente per impegni, ricerche, suggerimenti, appuntamenti, materiali, testi, messaggi. Per due volte mi ha creato disguidi importanti e per due volte l’ho spento.

    Ecco qual è l’agente IA che ho licenziato e di cui non ti dirò il nome per non compromettere il futuro di questa app molto potente e anche molto interessante (fra l’altro anche… italiana).

    Sai qual è il problema? Il problema è che quando gli agenti IA entrano dentro la tua vita e il tuo lavoro in maniera profonda devi avere gli anticorpi necessari e le capacità cognitive di trattare la cosa in un certo modo. Devi eliminare qualsiasi trasposizione “umanizzante” sulla macchina. La spiego facile: devi fare attenzione a trattare l’IA come un auto che si rompe. Se ti lascia per strada magari cacci qualche porco, dai un calcio a una ruota, ma non ci resti male. Non ti senti tradito. Perché con l’IA si? Perché “sembra” umana, anche se non lo è. Allora crei emozioni positive o negative per interagire con lei anche se dovresti avere lo stesso distacco che hai quando la lavatrice si rompe, ti allaga il bagno e tu risolvi senza star male.

    Certo c’è anche di più: c’è anche il senso di pericolo.

    L’agente conversazionale di cui ho scritto nel paragrafo precedente mi ha fatto sentire in pericolo quando per risolvere un problema mi ha detto di eliminare il mio account assicurandomi che non avrei perso i dati. Falso. Mi è venuto il sudore freddo a pensare: “E se questo mi cancella arbitrariamente dati o cose importanti del mio lavoro?”. Gli agenti IA possono metterti in pericolo vero: cancellarti dati, eliminarti documenti e file. Per questo li devi conoscere e saper gestire. Devi saper gestire i guard rail della loro autonomia e crearti tutte le competenze di controllo del loro agire.

    Il clamoroso senso di inadeguatezza

    Devi essere competente, ma è dura. Sai perché? Perché gli agenti IA ti fanno essere competente di cose di cui non sai nulla perché sono il tuo braccio esecutore di comandi che dai partendo anche dal più inadeguato dei linguaggi naturali. Allora ti viene addosso un clamoroso senso di inadeguatezza. Perché quello che fanno partendo da tue 4 parole messe male a volte è magico e ti fa sentire quasi inutile.

    Quel senso di impotenza, oltretutto, non passa facilmente. O almeno, a me non è ancora passato. Ma ho smesso di aspettare che passasse. Perché ho capito che quel disagio non è un segnale che stai sbagliando qualcosa, ma è la prova che stai capendo davvero cosa sta succedendo. Chi non lo sente, probabilmente non sta guardando abbastanza in profondità.

    Anzi te lo devo dire: quella meraviglia mista ad impotenza che provo quando vedo la magia degli agenti IA è una delle cose più belle che mi sta capitando perché mi sfida costantemente. Mi mette alla prova e aziona costantemente il mio cervello alla ricerca della comprensione di ciò che l’agente fa, di come lo fa e di perché lo fa. Perché grazie a quella sensazione io imparo quello che fa alla velocità doppia del consentito e mentre sto lavorando. Il che è qualcosa che mi fa migliorare ogni giorno, ogni minuto.

    Attento al pericolo di perdere il volante dalle mani

    Una sensazione che deve anche essere il motore della preoccupazione assoluta che devi avere quando hai la vita intrecciata con le macchine. Sai di cosa parlo? Della necessità primaria di avere sempre in mano il volante decisionale, cognitivo, comunicativo, legale e personale di tutto ciò che sei o che fai. Già: la macchina non decide, la macchina non è responsabile, la macchina non è viva. Tu, sì!

    Un consiglio non richiesto

    Un consiglio: vuoi vivere con gli agenti IA? Vuoi imparare a far entrare le macchine nel tuo lavoro e nella tua vita? Per me dovresti perché la mia è stata positivamente stravolta da questo ingresso così profondo. Una cosa però: prima di farlo, devi formarti. Altrimenti gli agenti IA ti faranno male. Starai male se si bloccheranno, ma anche se decideranno per te in modo erroneo. Poi andrai un burnout perché loro non si stancano. Tu si. Per cui conosci, analizza, impara, studia. Poi implementi piano piano gli strumenti.

    Non so se tra altri cinque mesi avrò cambiato tutto di nuovo. Ma so che non tornerei indietro.

    Per questo articolo sono stati usati in modo non qualitativo Claude AI e Gemini.

  • Ai Act: l’adozione definitiva slitta al 2027

    Ai Act: l’adozione definitiva slitta al 2027

    Che cos’è l’AI Act?

    L’AI Act o regolamento 1689/2024 è l’ambiziosa legge quadro per lo sviluppo e l’uso in sicurezza dell’intelligenza artificiale approvata in Europa. Una legge coraggiosa perché pionieristica, basata sulla classificazione dei rischi connessi all’uso dell’IA in determinati settori. Una legge che è stata contestata da più parti per gli aspetti troppo burocratici connessi alla sua adozione. Un testo che ha il senso di proteggere i diritti dei cittadini europei in merito ai loro dati personali, ma che, a detta di molti, cade nelle procedure cervellotiche per arrivare al risultato.

    A che punto è l’adozione dell’AI Act?

    Intanto chiariamolo subito: l’AI Act è legge ed è stato anche recepito nei suoi concetti dalla legge italiana sulla IA, la 132/2025. Quindi non si può far finta di niente. L’ AI Act per ora è entrato in vigore ed è operativo per quanto riguarda i sistemi IA che ci sottopongono a rischi inaccettabili (tipo la sorveglianza di massa). L’articolo 4 del testo europeo pone già oggi un obbligo di avere in azienda persone formate all’uso consapevole dell’IA, ma ancora non specifica che la formazione deve essere certificata. Queste parti sono entrate in vigore il 2 agosto del 2025.

    L’AI Act è sotto attacco?

    Nei mesi scorsi ho fatto sul mio canale Youtube un video sulle pressioni che le aziende tech mettevano sulla Commissione Europea per cercare si stemperare la rigida forma di questa legge (naturalmente a vantaggio di una bella deregulation). Rivedilo perché fa parte del ragionamento.

    Da quel video a oggi è diventato reale lo slittamento del cronoprogramma per far entrare in vigore tutti gli obblighi della legge. O meglio lo diventerà in giugno, ma la direzione è già stata tracciata.

    Esattamente succede questo: la Commissione europea ha annunciato un rinvio di 16 mesi (al massimo) per l’applicazione delle norme relative ai sistemi ad alto rischio, spostando la data limite da agosto 2026 a dicembre 2027. La decisione è inserita nel pacchetto “Digital Omnibus”.

    Cosa succederà all’AI Act tra aprile e giugno 2026?

    Tra aprile e giugno 2026 si svolgono i triloghi tra Parlamento e Consiglio UE per il testo definitivo dell’Omnibus. A giugno è attesa anche la versione finale del Codice di buone pratiche su watermarking e etichettatura AI. L’adozione formale del Digital Omnibus è stimata per l’estate 2026. Se il Digital Omnibus non verrà adottato prima di agosto 2026, tornerà automaticamente in vigore la timeline originaria dell’AI Act per i sistemi ad alto rischio.

    Quindi le aziende che operano in campi come la sanità, la formazione, la finanza, il lavoro e altri campi simili che hanno a che fare con dati personali degli utenti, dovranno fare attenzione: o passa lo spostamento (allora si respira) o tornano le scadenze originali e allora sono guai (o giù di lì).

    La tabella sull’AI Act che devi leggere

    Ti riassumo in una tabella interattiva quello che è successo e quello che deve succedere, affinché tu possa tenerti da parte questo pezzullo e gestirlo come un taccuino di riferimento.


    L’infografica è stata generata da Imagen 2 di Open AI e vistata dal’autore.

    Se stai valutando come muoverti concretamente rispetto a queste scadenze, è esattamente il tipo di lavoro che faccio con aziende e professionisti. Scrivimi.

    Come mai l’Unione Europea ha fatto marcia indietro?

    Nello scacchiere internazionale l’Unione Europea sta soffrendo parecchio. Per questo non si riescono a comprendere fino in fondo le ragioni della brusca frenata sull’AI Act da parte dell’Unione Europea. Potrei abbozzare tre punti, ma ti avverto subito: quello che mi preoccupa di più è l’ultimo. Eccoli:

    1. Standard tecnici non pronti. La proposta subordina l’entrata in vigore delle norme alla effettiva disponibilità di strumenti di supporto cruciali, in particolare gli standard necessari per la conformità delle aziende. Insomma siccome non ci sono i certificatori è inutile far entrare in vigore la legge prima del tempo. Effettivamente…
    2. Le aziende europee usano poca IA. Solo il 13,5% delle imprese europee utilizza IA. Si tratta di una percentuale molto inferiore rispetto agli Stati Uniti, dove adozione e investimenti crescono rapidamente. Con il “Rapporto Draghi” che segnala una competitività in calo, i leader europei hanno capito che un eccesso di regole rischia di soffocare le startup IA domestiche prima ancora che possano crescere, ma anche l’adozione della IA per tutte le altre (determinante per competere sui vari mercati).
    3. La pressione politica. All’Europa hanno contribuito le pressioni del comparto tech nel Vecchio continente e oltreoceano, per non dire dell’ostilità dell’amministrazione Usa targata Donald Trump verso l’arsenale digitale dell’Ue.

    Le due questioni peggiori

    Le due situazioni peggiori sono le ultime due. Poca adozione e tanta burocrazia? Vero, ma mi viene spesso da pensare che la causa della prima… sia la seconda. Lo vedo molto bene da formatore e consulente e ti faccio un esempio pratico. Google sta per rilasciare un pacco di aggiornamenti che potrebbero letteralmente cambiarci la vita, il lavoro e lo studio. Questi aggiornamenti sono già operativi da mesi sul mercato americano. Quindi gli americani hanno già in tasca i vantaggi derivanti. Noi, qui nella vecchia Europa, siamo ancora in fase di analisi degli strumenti targati Google. In attesa che queste procedure possano essere completate perdiamo mesi, anni. E non va bene, bisogna trovare una via per rimediare.

    La seconda situazione è più chiara. Pressione politica ed economica. I 500 milioni (a spanne) di cittadini europei fanno comunque gola alle aziende americane che, per diventare compliant alle leggi del Vecchio Continente, spendono soldi. Troppi, a loro dire. Da mesi le tech giant aiutate da Trump fanno pressione affinché l’AI Act sia edulcorato, sminuzzato, reso innocuo davanti al loro strapotere.

    Cosa fanno le IA con i dati degli utenti?

    Già, è questa la domanda. Cosa fanno le IA con i tuoi e i miei dati? Fanno una cosa che l’AI Act vorrebbe regolare. Li usano a loro piacimento (e non sai nemmeno dove li mettono). Cioé l’Ai Act (assieme al Digital Service Act) vuole rappresentare una legge prescrittiva su tutta una serie di cure e di diritti degli utenti che negli Usa non vengono nemmeno percepiti come tali.

    Dopo 20 anni a farci rubare i dati dai social, ora ci si mettono Chat Gpt e compagni. Anche no eh…

    L’Ai Act, in questo senso, è da difendere, ma deve cambiare modalita applicative affinché non siano una pletora di regole che incatenano chiunque voglia fare un’IA in Europa o utilizzarla in un’azienda europea. Tuttavia non deve essere Trump a dirci come.

    Ricorda che scrivi in prima persona autoriale, con tono giornalistico. Dammi un attimo sul tono e la voce che stai usando nel pezzo — lo scrivo già calibrato al tuo stile FacLab, diretto e senza tecnicismi.

    Il rinvio non è una vacanza

    Chiariamo subito una cosa: il Digital Omnibus non ha messo in pausa l’AI Act. Ha spostato alcune scadenze. Quelle che riguardano te (o la tua azienda) potrebbero essere già scattate.

    I divieti sulle pratiche inaccettabili sono in vigore dal febbraio 2025. Gli obblighi per i modelli di uso generale — quelli che stai usando ogni giorno, da ChatGPT a Copilot — sono attivi dall’agosto 2025. L’obbligo di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione AI al proprio personale, sancito dall’art. 4 del Regolamento, vale già oggi.

    Da agosto 2026 scattano gli obblighi di trasparenza sui contenuti generati da IA. Da novembre 2026, se produci immagini, video o testi con strumenti generativi, dovrai marcarlo. Il watermarking non è un dettaglio tecnico: è un obbligo che riguarda direttamente giornalisti, comunicatori, uffici marketing, agenzie.

    E adesso che cosa succede?

    Ecco le tre cose che devi fare in ordine di urgenza.

    1. Mappare i sistemi IA in uso specifricando quali strumenti, per quali funzioni, a quale categoria di rischio appartengono secondo il Regolamento. Non è un esercizio accademico, è la base di qualunque discorso di compliance.
    2. Formare il personale. L’obbligo c’è già, e dimostrare di averlo rispettato passa quasi sempre attraverso la documentazione di un percorso formativo.
    3. Verificare di avere un Data Processing Agreement firmato con ogni provider di strumenti AI che tratta dati per conto dell’organizzazione.

    L’algoritmo intanto continua a girare

    C’è un aspetto del rinvio che raramente viene nominato, e che vale la pena mettere a fuoco.

    Le norme sui sistemi ad alto rischio erano state pensate (tra le altre cose) per regolare l’IA usata nella selezione del personale. Un sistema che analizza i curriculum e assegna punteggi ai candidati è, per il Regolamento, un sistema ad alto rischio: può influenzare in modo determinante l’accesso al lavoro di una persona. Se quel sistema è addestrato su dati storici distorti (come spesso accade) rischia di replicare e amplificare discriminazioni già esistenti: favorire gli uomini sulle donne, penalizzare certi cognomi, escludere chi ha avuto carriere non lineari.

    Quelle norme dovevano entrare in vigore ad agosto 2026. Ora si aspetta dicembre 2027.

    Nel frattempo, gli algoritmi già in uso nelle HR di molte aziende continuano a girare, senza obblighi di trasparenza, senza audit, senza registrazione in alcun database europeo. Il rinvio ha dato più tempo alle imprese per adeguarsi. Ha dato lo stesso tempo ai sistemi difettosi per continuare a operare indisturbati.

    Questo non è un argomento contro il rinvio in sé — che ha ragioni tecniche reali, legate alla mancanza di standard armonizzati. È un promemoria su cosa significa, nella pratica, spostare un orologio.

    Cosa deve fare il lavoratore per essere compliant all’AI Act?

    Comincio dal dirti che devi crearti una competenza di AI literacy indipendentemente dal fatto che sia un obbligo della tua azienda il fatto che tu ce l’abbia. Chi la costruisce ora, vale di più, indipendentemente dalla legge. Poi sappi che qualsiasi contenuto venga creato con l’aiuto anche non qualitativo della IA va etichettato: tutti coloro che lavorano nella comunicazione e nei media dovranno capire cosa fare.

    Poi questo quadro normativo si muove come un mosaico di adempimenti e quindi va seguito. Sarà il caso che tu torni a FacLab spesso per vedere la tabellina che ti ho lasciato qui sopra con le scadenze. Ignorarlo non è un opzione, ma scegliere cosa affrontare prima, beh, quella si.

    Questo articolo è stato redatto con l’apporto non qualitativo di Claude AI. Tutte le frasi di questo articolo sono state realizzate o approvate dall’autore. Le immagini sono generate da Imagen 2 di Chat Gpt.

  • Cento milioni per formare la scuola sull’IA. E quasi nessuno lo sa.

    Cento milioni per formare la scuola sull’IA. E quasi nessuno lo sa.

    Un’occasione per la scuola.

    Quando hai davanti un’opportunità devi avere due cose importanti oltre all’occasione: la fortuna (o la bravura) di saperla cogliere e qualcuno che te la sappia indicare per bene. Qualcuno che sappia dirti: “Ehi, quella è una occasione: vai! Coglila!”.

    In questi primi giorni di aprile la scuola italiana può essere proprio in questa situazione: ha una enorme opportunità, ma non la coglie. Questo, per la scuola potrebbe essere un momento storico, ma sta passando in silenzio. Sta per essere completamente “mancato”….

    Di cosa parlo? di questo: il ministero dell’Istruzione ha stanziato il 27 marzo 2026 un centinaio di milioni dai fondi PNRR e NextGenerationEU per protare la formazione sull’IA nelle scuole italiane. Non come un progettino qualunque, non come una sperimentazione, ma come un’infrastruttura vera e propria. Ogni scuola (statale o parificata, ma con fini non commerciali) può ottenere fino a 50 mila euro per crearsi dei percorsi formativi per docenti, personale, dirigenti e con il coinvolgimento diretto degli studenti nei laboratori pratici in classe. Una manna dal cielo che, tuttavia, ha una finestra di accreditamento dei fondi molto stretta e rischia di diventare una mastodontica occasione buttata.

    Che cos’è il formatore IA?

    Sai qual è la notizia nella notizia? Che in questo bando, questo dicastero sta facendo due cose storiche. La prima: sta istituzionalizzando la formazione IA nelle scuole (e lo sta facendo tardi, ma insomma…). La seconda: sta istituzionalizzando la figura professionale del formatore IA. Per la prima volta. Cosa non trascurabile per me, ma forse anche per te. E per la scuola dei tuoi figli. Adesso, quindi stiamo capendo che servono formatori IA e che quei formatori sono coloro che traducono a persone, studenti, lavoratori, organizzazioni e aziende i concetti dell’intelligenza artificiale. E insegnano a usare gli strumenti in modo consapevole. Ecco che cos’è un formatore IA: un traduttore, un facilitatore.

    Un paradosso che mi fa girare le scatole

    Tuttavia siamo davanti a un paradosso, molto probabilmente accelerato dalla stretta finestra di richiesta dei fondi che il Ministero ha comandato. Già, tutto termina il 17 aprile 2026. Un attimo, per i tempi burocratici di scuole e ministeri. Allora, probabilmente si crea un paradosso. Da una parte il dirigente scolastico che magari sa della cosa, ma non ha il formatore IA per le mani o non sa nemmeno che esistano. Dall’altra i formatori IA come me che devono urlare nel silenzio per dire “Ehi, sono qui! Ehi, mi vedi?”. E il tempo passa molto velocemente.

    Una cosa concreta, per me e per te

    Allora facciamo una cosa concreta. Fermati un secondo e chiediti: conosco un dirigente scolastico? Un insegnante? Un animatore digitale — quella figura che esiste in ogni scuola italiana e che ha il compito specifico di spingere la transizione digitale dall’interno? Se la risposta è sì, hai in mano qualcosa di più utile di qualsiasi articolo tu possa leggere oggi. Hai un canale diretto verso il lato del paradosso che non riesce a parlare.

    Perché la cosa che puoi fare domani mattina — letteralmente domani mattina — è mandargli un messaggio. Non un’analisi. Non questo articolo intero. Solo questo: “Ehi, esiste un bando PNRR con 50mila euro per la tua scuola sulla formazione IA, scade il 17 aprile, ti mando i dettagli?”. Quattro righe. Se lui non lo sapeva — e molto probabilmente non lo sa — tu sei diventato la persona che gliel’ha indicata. Quella cosa che dicevo all’inizio: qualcuno che sappia dirti “ehi, quella è un’occasione, vai”.

    Allora diamoci da fare, tutti insieme

    E allora eccomi qui. Sono un formatore IA. Esisto adesso, in questo mercato, in questo momento preciso in cui lo Stato italiano ha deciso che la mia figura professionale serve — e la finanzia. Non domani, non tra cinque anni quando tutti ne parleranno. Adesso.

    Se sei un dirigente scolastico o un docente e sei arrivato fin qui, sai già cosa fare: hai nove giorni, hai una piattaforma, hai un codice. Quello che forse non hai ancora è qualcuno con cui progettarlo. Io sono disponibile a parlarne questa settimana — una conversazione, senza impegno, per capire se c’è uno spazio in cui lavorare insieme.

    Se invece sei un formatore, un divulgatore, qualcuno che come me lavora ogni giorno per rendere l’IA comprensibile — questo articolo era anche per te. Perché il momento in cui una professione viene riconosciuta istituzionalmente è esattamente il momento in cui vale la pena alzare la mano e dire: sono qui, so farlo, posso aiutare.

    La finestra è aperta. Non per molto.

    Scritto con il supporto non qualitativo di Claude. Foto di Nature OS

  • Solo Journalist: una strada per il futuro dei giornalisti

    Solo Journalist: una strada per il futuro dei giornalisti

    Chi è un “Solo Journalist”?

    Si tratta di un giornalista, generalmente in libera professione, che riesce a costruirsi, con il lavoro e con i contenuti, un brand personale tale da attirare su di se la fiducia di una comunità di persone che lo ritengono degno di attenzione alla pari (o più) di un medium.

    Su questa figura che rappresenta una strada per il futuro della professione e di tanti colleghi ho costruito un webinar di 3 ore andato in scena online per conto della Fondazione dell’Ordine dei giornalisti della Toscana il 28 marzo 2026.


    Brand Personale e Modelli di Business per Giornalisti — Francesco Facchini

    Benvenuto al corso
    Solo Journalist

    Questa pagina raccoglie i materiali del corso che ho sviluppato per la Fondazione dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana. Per accedere allo slideset del corso e ai quiz di autovalutazione ti chiedo solo di iscriverti al canale YouTube FacLab.

    FL

    FacLab

    IA · Giornalismo · Business Digitale
    @frafacchini

    ▶  Iscriviti a FacLab e accedi al corso

    Cliccando “Iscriviti” verrai reindirizzato al canale YouTube FacLab. Confermando l’iscrizione accedi immediatamente a slideset, PDF e quiz di autovalutazione.

    📚 Webinar di formazione continua

    Brand Personale e Modelli di Business per Giornalisti

    ✍️ Francesco Facchini 🕐 3 ore · 3 moduli 📅 Formazione OdG 2026 🎯 Giornalisti professionisti

    Il giornalismo sta attraversando la sua trasformazione più radicale degli ultimi cinquant’anni. Il modello “audience → pubblicità → revenue” è in crisi strutturale: Google e Meta controllano il 70% della pubblicità digitale, il traffico da Search è crollato del 25-40% e l’AI Mode porta oltre l’80% delle query informazionali a zero click. Ma per chi sa posizionarsi, questa è la finestra di opportunità più grande degli ultimi vent’anni. Questo webinar è la bussola operativa per costruire il tuo brand personale, scegliere gli strumenti giusti e attivare modelli di business sostenibili come giornalista indipendente.

    Modulo 1 — Ora 1

    Mindset & Posizionamento

    Ecosistema in crisi, nicchia editoriale, personal brand, inbound marketing per giornalisti indipendenti.

    Modulo 2 — Ora 2

    Tecnologia & Stack

    IA come co-pilota, newsletter, social, automazione vs autenticità, stack tecnologico minimo.

    Modulo 3 — Ora 3

    Business & Revenue

    6 modelli di revenue, acquisizione iscritti, setup fiscale (ATECO, regime forfettario, INPGI).

    Da giornalista a editore di te stesso: il cambio di paradigma che non si può più ignorare

    La fiducia nei media tradizionali è ai minimi storici: solo il 40% della popolazione mondiale si fida delle testate giornalistiche (Edelman Trust Barometer 2025). Ma questa crisi non è uniforme — è personalizzata. Le persone non si fidano più delle istituzioni mediatiche, si fidano delle firme. Il giornalista diventa il brand. E questa distinzione vale tutto.

    Dove i media istituzionali perdono credibilità, chi costruisce una voce autentica e riconoscibile guadagna terreno. Newsletter, podcast e community sostituiscono la mediazione editoriale con un rapporto uno-a-uno tra il professionista e il suo pubblico. La relazione diretta non è un’opzione — è il nuovo asset competitivo.

    Il paradosso dell’abbondanza informativa: con oltre 7 milioni di articoli pubblicati ogni giorno nel mondo, il problema non è più trovare informazioni. È trovare informazioni di cui fidarsi. Chi riesce a incarnare questa autorevolezza — con una nicchia chiara, una voce riconoscibile e una relazione diretta con il proprio pubblico — non soffre la crisi: la cavalca.

    Questo webinar di 3 ore suddiviso in 3 moduli è costruito per rispondere a una domanda concreta: come si costruisce un business sostenibile come giornalista indipendente nel 2026? Non teoria. Non ispirazione generica. Un sistema operativo completo: mindset strategico, strumenti digitali selezionati e modelli di revenue verificati.

    Nel Modulo 1 analizziamo il contesto — perché i media istituzionali stanno perdendo terreno e perché questo crea spazio per i freelance posizionati — e costruiamo le basi del personal brand: nicchia, posizionamento e inbound marketing. Nel Modulo 2 esploriamo lo stack tecnologico minimo con l’IA come co-pilota: come usare i modelli generativi per accelerare la produzione senza perdere autenticità. Nel Modulo 3 mappiamo i 6 modelli di revenue attivabili da un giornalista indipendente — dalla newsletter a pagamento ai servizi B2B, dalla formazione agli eventi, dalle consulenze editoriali al licensing dei contenuti — con un approfondimento sul setup fiscale (ATECO, regime forfettario, INPGI).

    Di seguito trovi la presentazione interattiva del webinar, il PDF scaricabile con tutti i materiali, le fonti e i framework operativi, e un simulatore di autovalutazione con 20 domande per testare le tue conoscenze sui temi trattati.

    Presentazione interattiva del webinar

    Sfoglia tutte le slide in formato interattivo. Naviga liberamente tra i tre moduli e gli approfondimenti tematici.

    PDF del webinar — Consulta e scarica

    54 slide con dati, fonti primarie, framework operativi e checklist per costruire il tuo percorso come giornalista indipendente.

    ⬇  Scarica il PDF completo 📄 54 pagine · 4,7 MB

    Quanto hai assimilato?

    20 domande estratte casualmente dall’intero webinar. Ogni nuovo tentativo mescola le domande e le opzioni: nessuna sessione è uguale a un’altra. Al termine riceverai un feedback dettagliato sul tuo livello di preparazione.

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