Categoria: Giornalismo

Studio da anni il mobile journalism e sono uno dei punti di riferimento della materia in ambito italiano e internazionale. In questa categoria del mio sito ci sono raccolti tutti gli spunti arrivati dalle mie esperienze, dai miei studi e dalla trasformazione della mia figura professionale. Ormai il mobile journalism è il giornalismo di oggi.

  • Giornalista: ora sei una media company

    Giornalista: ora sei una media company

    Il lavoro del giornalista sta cambiando.

    Prima, però, ti spiego. è una frase divenuta famosa in un altro ambito e con un altro soggetto. La frase è questa: every company is a media company. E’ una delle frasi che fondano una disciplina della mia formazione, il giornalismo d’impresa. Ho cambiato il protagonista di questa frase mettendo la parola giornalista perché è un’epoca decisiva per la mia professione: un’epoca che stravolgerà per sempre il mio lavoro. Allora bisogna avere il coraggio di parlarne.

    Il senso di una frase

    Prima ti spiego la frase (pensata mentre ero in moto). Il giornalista oggi è in grado, grazie all’intelligenza artificiale, di produrre i risultati del suo lavoro con la qualità, la complessità, la performance che, fino a poco tempo fa, appartenevano a un’intera azienda editoriale. Può creare e aggiornare un sito da solo, può creare un video senza muoversi da casa, può produrre un podcast, può tenere aggiornate più piattaforme social.

    Ha, insomma, potenzialità enormemente più grandi di prima.

    L’altra caratteristica di questa frase è questa: ora un singolo giornalista può essere capace, ora come ora, di proporsi al mercato come un vero editore… di se stesso. C’è un collega che rappresenta molto bene questo aspetto: si chiama Fabrizio Romano. E’ il giornalista più influente al mondo sui social ed è una vera e propria media company. Parla di calciomercato ed è una fonte internazionale quasi primaria. Spero (per lui) e credo che il suo fatturato sia da piccola azienda. E’ bravo, se lo merita.

    Il suo post dopo aver preso il premio Best Journalist 2023 ai Global Soccer Awards a Dubai

    Il giornalista ritorna al centro

    Questa opportunità apre scenari inaspettati soprattutto per la libera professione, anche grazie alla possibilità di mettersi sul mercato, direttamente, dei prodotti editoriali, grazie alle piattaforme di pagamento cui si può facilmente accedere. Il giornalista, quindi, ha la possibilità di mettersi al centro dell’industria dei media diventando una “one man” media company.

    Il cambiamento, l’evoluzione di questa situazione, corre velocissima e la mia categoria di lavoratori fatica a stare al passo con questo stravolgimento. Io vedo chiaramente questa cosa e la riconosco in molti passaggi: l’organizzazione della produzione, la progettazione del contenuto, la produzione delle immagini, la post produzione, la pubblicazione. Tutto questo, però, crea grossi problemi per il futuro di questo lavoro.

    La situazione nasconde problemi

    Il giornalista, quindi, diventa editore in via definitiva. Può pensare alla sua carriera senza dipendere da qualcuno e proiettandosi avanti. Il giudice del suo lavoro può essere il mercato.

    Tuttavia la cosa ha risvolti inquietanti.

    Il giornalista editore non ha, in questo momento, procedure chiare per dichiarare i suoi guadagni derivanti dalla produzione diretta dei suoi contenuti e sulla proposizione degli stessi al mercato attraverso le piattaforme web. E’ un problema, va risolto. C’è di peggio, c’è di… molto peggio.

    Il giornalista libero professionista inserito nelle redazioni viene coinvolto, durante la produzione, nell’uso di applicativi con IA che sono utilizzati nel processo realizzativo del contenuto e sottopongono il lavoratore a un considerevole aumento dell’apporto professionale conferito. Senza che questo venga pagato. L’editore fa passare nelle procedure normali di creazione dell’articolo o del video il passaggio (per controllo o per verifica, per creazione o per modifica) del contenuto del giornalista nei software con IA.

    Non esiste.

    Lo sputtanamento del valore del lavoro va contrastato

    Dopo tutto il depauperamento di valore del lavoro del giornalista non può diventare normale fregare altre ore a tutti i lavoratori perché un articolo deve passare dentro un applicativo per sapere se è aggiornato, se è corretto, se è SEO oriented. Ne ho già parlato con i colleghi nella Commissione Lavoro Autonomo nazionale della FNSI, il sindacato dei giornalisti. Metteremo il problema sul tavolo: non può passare in cavalleria. Il giornalista deve poter diventare potente come una media company, ma deve anche smettere di essere trattato come uno schiavo.

  • Scrivere per il web:  è ora di essere trasversali

    Scrivere per il web: è ora di essere trasversali

    Sto cercando il Santo Graal della scrittura.

    Vorrei che un giorno, quello che scrivo anche qui, raggiungesse uno stile, una forma e delle parole adatte a qualsiasi mezzo tecnologico di comunicazione. Vorrei che scrivere per il web non mi facesse piegare le parole all’esigenza della singola piattaforma, ma ne facesse nascere di nuove. Vorrei che la scrittura su web e social diventasse sempre più mia.

    Scrivere per il web? Si inizia studiando

    Come al solito, quando mi metto in testa una cosa, inizio studiando. In questo caso particolare ho iniziato spacchettando le piattaforme web e social che frequento per capire le singole regole. Scrivere per il web è dominato dalla SEO, cioè da quella materia che ti da delle direttive per fare in modo che l’algoritmo dei motori di ricerca ti trovi. Anche scrivere per i social ha le sue regole: l’uso dello spazio, l’uso degli emoticon, l’uso degli elementi multimediali.

    E’ una giungla dalla quale spesso esci stordito. Sembra che ci sia un te simpatico che scrive su Instagram, un te fazioso che scrive su Facebook e un te professionale che scrive su LinkedIn.

    Ma come si fa a rivendicare il diritto che tu sia tu su ogni piattaforma?

    La risposta è difficile, ma non impossibile

    Scrivere per il web è scrivere collegando molti media. Devo saper scrivere immaginando le scene che potrebbero diventare un video. Devo saper scrivere tacendo attenzione agli elementi temporali e alle frasi descrittive: già, perché quello che posso far vedere in un video non posso dare per scontato in un audio. Anche le foto devono essere un elemento della scrittura perché possono rappresentare dense frasi di un discorso che ha del testo prima e del testo dopo.

    Quando scrivo devo pensare a chi ho davanti. Spiegare le cose, raccontare le storie è quello che vince quando scrivi per il web. La struttura stessa delle frasi, però, deve rispettare tutte queste dinamiche:

    • Deve essere semplice, perché io la possa trasformare in un’immagine.
    • Deve essere chiara, perché io riesca a spiegare a qualcuno quello che intendo.
    • Deve essere capace di valorizzare un video e un audio contemporaneamente.
    • Deve tenere conto della formattazione del testo.
    • Deve unire gli elementi multimediali.
    • Deve inserirsi nel mondo ed essere linkabile ad altri contenuti.

    Scrivere per il web e per i social è una sfida

    La SEO (di cui puoi leggere la definizione qui) ha regole che sembrano sbarre di una prigione. I social hanno regole differenti a seconda della piattaforma. Scrivere per il web e per i social è una sfida, ma coglierla è una grande opportunità. Già, perché sotto questo mare di regole c’è la volontà di farti diventare efficace in una cosa che penso sia una delle ultime speranze che ci resta. Quale? Connetterti con le altre persone e diffondere bene, conoscenza, informazione, ispirazione, suggestione. Certo, si può diffondere anche il falso, ma se sei qui la cosa non ti riguarda. E non riguarda me.

    Non ho la risposta definitiva su come si debba scrivere per il web, ma so una cosa: se unisci i puntini e scopri gli ambiti di creatività pura che ogni piattaforma ti può dare, scoprirai che c’è il modo di farlo. C’è il modo di scrivere per il web affinché dalle parole si capisca bene che tu… sei tu.

    Leggi anche: Social network: cambia il modo di usarli.

    Un altro punto di vista: Se ami scrivere è perché sai cosa scrivere

  • Mobile journalism 2024: il giornalista si trasforma

    Mobile journalism 2024: il giornalista si trasforma

    Effettivamente è un po’ che non racconto lo stato dell’arte del mobile journalism.

    Prendo spunto dal fatto che il mio fraterno amico Matias Amigo, uno tra i più importanti esponenti del mobile journalism sudamericano, mi ha chiesto un aggiornamento sulle pagine che mi riguardano nella sua “Mentes Mòviles“, splendida guida al giornalismo in mobilità in spagnolo, per dare uno sguardo in giro e cercare di fotografare il momento della cultura che ho divulgato negli ultimi 7-8 anni.

    L’evoluzione del mobile journalism

    La fase pionieristica del mobile journalism, quella nella quale strani innovatori creavano contenuti visuali per l’informazione utilizzando gli smartphone per girare e montare, sembra sia finita. Anzi è finita. Se si pensa al giornalismo mobile come a una spinta culturale che puntava a cambiare i modelli della professione giornalistica, va detto che quella fase è terminata e il motivo è semplice.

    Il mojo è stato un movimento coraggioso e oltraggioso quando è cominciato, con la community di Mojocon poi diventata Mojofest. Poi si è diffuso come un virus nelle redazioni ai quattro angoli del pianeta mettendosi di fianco al modo normale che avevamo di produrre contenuti, principalmente video, ma non solo, per le nostre media company. La potenza di calcolo degli smartphone, la tecnologia del comparto fotografico, la velocità di connessione sono aumentate in modo velocissimo portando lo smartphone dall’essere una “seconda soluzione” di emergenza per riprendere un immagine… all’unico hardware per la ripresa con cui molti giornalisti lavorano tutti i giorni.

    Dalla pandemia in poi, ancora più veloci

    Il cambiamento del rapporto tra uomo e smartphone, in generale, è diventato realtà con la pandemia di Covid-19. Tutti abbiamo capito che il nostro device può farci fare cose importantissime, non solo distrarci con qualche video su YouTube o qualche messaggio di un amico su WhatsApp.

    Se è cambiato il rapporto delle persone normali con il telefonino, non poteva non cambiare quello dei giornalisti. Dal Covid in poi andare live con uno smartphone, filmare con uno smartphone, editare con uno smartphone e pubblicare con uno smartphone è diventato la normalità della professione del giornalista. Dal Covid in poi siamo andati ancora più veloci.

    Lo smartphone è anche diventato uno straordinario terminale di software in cloud per lo storage e l’editing dei video. Grande parte delle app di filming sono diventate capaci di collegarsi a cloud (vedi Filmic Pro con Frame.io di Adobe o l’ecosistema di Blacmagic Camera) regalandoci la possibilità di creare nuovi modi, nuovi flussi di lavoro e nuove possibilità di business.

    Il mobile journalism e le redazioni virtuali

    Con questo mondo di smartphone potentissimi, app per creare contenuti velocissime e cloud performanti sono successe due cose.

    La prima: il mobile journalism si è fuso con il giornalismo multimediale digitale e broadcast moderno. Si fanno trasmissioni tv, format, film, documentari, videonews con lo smartphone e ormai non ce ne accorgiamo più. La seconda: con una manciata di telefonini, una manciata di app e un sito, si possono creare redazioni virtuali e quindi media che possono diventare profittevoli in poco tempo. Ecco che cosa fa il mobile journalism nel 2024: crea business e nuovi media.

    Il mojo e l’intelligenza artificiale

    Già, in tutto questo ragionamento manca l’intelligenza artificiale: nelle app di filming e di editing dei nostri smartphone è entrata di prepotenza da un po’, ma dal 2024 diventerà strutturale. Non tanto nel creare immagini artificiali da mettere nei video, quando nel potenziare tutte le fasi del montaggio per far diventare un video creato con lo smartphone tecnicamente identico, se non superiore, a quello creato con il processo ideografico classico videocamera+computer.

    I giornalisti freelance (in generale i giornalisti) ne usciranno trasformati per sempre. Se tecnicamente erano in grado di fare cose meravigliose con smartphone, software e poco altro, ora, con app come Captions, Capcut e altre saranno in grado di fare magie. Semplice il motivo: alla tecnica di base e agli hardware, assommeranno applicativi in grado di pulire il suono, i colori, le immagini, la grafica tali da trasformare in un prodotto di qualità broadcast ogni maledetto contenuto multimediale (il discorso, infatti, vale anche per l’audio) che uscirà dai nostri smartphone.

    Pronti alla sfida? Pronti a trasformarvi in giornalisti in grado di creare gli stessi contenuti multimediali di una media company intera?

    Leggi anche: Altman e il problema del giornalismo italiano

  • Altman e il problema del giornalismo italiano

    Altman e il problema del giornalismo italiano

    Altman e il giornalismo italiano: come fanno a stare insieme?

    Sam Altman è stato licenziato venerdì e nella notte italiana di sabato è già in talks per essere riassunto nel ruolo che aveva, quello di Ceo di Open AI. Come c’azzecca questo fatto con il futuro del giornalismo italiano e magari anche con il suo presente? Provo a mettere insieme i puntini. Il nostro è l’amministratore delegato di un’azienda (ex fondazione) che sta lavorando nel campo dell’intelligenza artificiale e che ha sconvolto il mondo con l’introduzione al pubblico di Chat Gpt, il modello di intelligenza artificiale conversazione e generativa testuale più famoso del pianeta. Licenziato in tronco con un Google Meet (chissà come si saranno incazzati a Microsoft che investe 13 miliardi in Open AI), Altman è già stato richiamato in poche ore dai suoi colleghi i quali lo pregano di tornare.

    Un thriller vero e proprio

    Il siluramento di Altman è una cosa da film. Minuto dopo minuto si susseguono voci sui motivi che partono da quel comunicato con il quale Open AI definiva “poco trasparente il suo modo di relazionarsi al consiglio di amministrazione”. Si sono scatenate furiose teorie: dal suo imprudente desiderio di spingere per per la presentazione di una nuova AI ancora più potente che doveva essere frenato, a sue malefatte, a suoi conflitti di interesse, fino a… una minaccia di un esodo di massa. Ecco: buona l’ultima. Nelle stesse ore, infatti, si scatenava una corsa a lasciare Open AI che ha fatto venire i capelli dritti a Microsoft e a tutti i miliardari investitori della compagnia. Così chi ha messo il grano ha preso il CDA dell’azienda per le orecchie e gli ha detto: fate tornare Altman.

    Altman, l’Oppenheimer dell’AI

    Lo chiamano così Sam Altman. Ormai un’icona del mondo dell’intelligenza artificiale che va velocissimo. A colpi di 2 ore in 2 ore, si susseguono notizie e voci. L’intelligenza artificiale è solo all’inizio e il suo mondo va velocissimo, mentre l’industria Italiana del giornalismo rallenta sempre di più (e i giornalisti vanno sempre più giù). Questa differenza di velocità sta provocando effetti disastrosi nei media italiani con un grave impoverimento dei contenuti che vengono forniti a utenti e internati.

    Tuttavia, guardando quello che sta succedendo, sussiste un problema più grosso di altri: è culturale. I media italiani stanno prendendo a piene mani dall’AI per realizzare contenuti, ma vicino a questi sta crescendo la possibilità per il singolo giornalista di essere, grazie all’AI, molto più potente e performante. Cioè, detto semplice: ora un singolo può creare un prodotto giornalistico equivalente a un’intera media company. E allora sussiste un problema da affrontare. Ma quale?

    Gli ultimi rantolii dei media nell’era di Altman

    Insomma: Sam Altman è lassù con tutto il suo mondo, noi quaggiù con questo problema. Le aziende media continuano imperterrite a suonare la loro musichetta, mentre i giornalisti salgono a un livello, grazie alla tecnologia e all’AI, che può metterli alla pari di un’azienda intera. A me capita tutti i giorni. Se le strade di editori e giornalisti continueranno a divergere l’effetto sarà dirompente. Da una parte le media company che usano l’AI senza costrutto e in maniera massiccia, ma che hanno anche il problema di giustificare le loro strutture costosissime. Dall’altra i giornalisti che, con gli strumenti AI, realizzano video, audio, dirette, collegamenti, connessioni, foto, testi con una produttività e una qualità pari a quelle di un’azienda. Nasceranno due mondi dell’editoria italiana: uno delle aziende, l’altro dei singoli. E gli utenti non sapranno più da quale parte andare. Urge un patto etico e prospettico, una pax che metta tutti insieme a lavorare su un mondo dei media diverso.

    Ce la faremo? Non lo so davvero, ma dovremmo. Altrimenti la mia strada e la tua sono segnate. Diventeremo editori di noi stessi rivolgendoci direttamente al pubblico. E questo farà collassare molti media e fracasserà il sistema definitivamente. O ripariamo la situazione o Altman e il suo mondo si staccheranno definitivamente da noi e dal nostro piccolo universo antico. Insomma, guarda bene cosa sta succedendo negli Usa attorno a Open AI perché ti riguarda. E fa attenzione a cosa succede qui.

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  • Content creator: il mio prossimo mestiere

    Content creator: il mio prossimo mestiere

    Non sono un content creator, ma lo voglio diventare.

    Al limite questo lavoro ho cercato di farlo fare a qualcuno trasferendogli le conoscenze che ho sulla content creation con device mobili. Ho deciso di cambiare radicalmente: voglio diventare anche io un content creator. Di contenuti ne ho prodotti molti, per altri, ma i miei sono sempre stati confinati a tempi residuali delle mie giornate e sono stati pubblicati in modi e formati approssimativi. Insomma, io che ho insegnato come si fanno i contenuti sono sempre stato un “calzolaio con le scarpe rotte” per quanto riguarda i miei video, i miei podcast, i miei testi, le mie foto, i miei audio. Ecco, adesso basta.

    Content creator con la pancia a 50 anni

    Voglio fare il content creator anche col corpaccione, la facciona, i denti brutti e i pochi capelli in testa. Già, perché penso che alla mia età non si debba essere belli, se si compare in video, ma bravi. Iniziare questo percorso a oltre 50 anni è un’operazione sfidante, ma questa sfida, sinceramente, mi piace moltissimo. Il motivo che c’è dietro è chiaro: ho accumulato talmente tanta conoscenza che penso sia arrivato il momento di farla diventare fruttuosa anche per me, non solo per gli altri.

    I primi format

    I miei primi format, i miei primi video su Youtube sono iniziati, ma prima voglio raccontarti, per punti, quali sono i miei obiettivi:

    • Voglio produrre in proprio molti dei corsi che ho erogato. Ho tanto materiale e desidero sfruttarne le potenzialità di business.
    • Desidero finalmente creare una comunità attorno a questi argomenti.
    • Desidero verificare le potenzialità di tutte le piattaforme digitali che permettono la proposta al pubblico di prodotti editoriali.
    • Il mio obiettivo dei prossimi anni, più che diventare un content creator, è diventare editore di me stesso. Voglio vedere se ci riesco e come ci riesco in termini economici.

    Tutte cose che non ho mai fatto

    Creare una comunità, sviluppare una strategia digitale e social, diventare content creator sono tutte cose che ho studiato per anni e di cui conosco ogni virgola, ma che non ho mai messo in campo per me. Tutte queste cose sono una sfida che voglio affrontare in modo definitivo per creare una base economica che supporti il mio lavoro e la mia crescita professionale. I mondi che riguardano i media e la comunicazione stanno cambiando velocemente e l’idea di mettermi a spiegare in modo semplice le cose che succedono mi affascina molto. Anche l’idea di diventare un producer mi sconfinfera parecchio. Sul mondo della mia cultura (il mobile), sul mio strumento (lo smartphone), sull’intelligenza artificiale, sul metaverso, sui contenuti, sulle app, sugli hardware utili al lavoro e ai progetti, sull’evoluzione di questi mondi c’è molto da dire.

    Un content creator che non c’è

    Devo fare molte cose prima di considerarmi un content creator appena decente. Devo crearmi uno stile, devo pensare alla grafica, creare una sigla, sviluppare dei formati, pensare a progetti editoriali, a calendari editoriali, a un piano social consistente, organizzato e costante. Però mi sembra di aver individuato che, nel panorama di chi parla di tecnologia, di media, di contenuti, di hardware e software mobile, di applicativi che ci aiutano a stare meglio, non c’è quel content creator che voglio diventare.

    Di cosa ti parlo? Ti parlo di quel tipo di divulgatore che spiega facilmente il senso e l’uso che si può fare della tecnologia per migliorare lavoro, vita e progetti. Vorrei che questa nuova sfida si inserisse in quell’arte di seminare di cui ti ho parlato qualche giorno fa in questo articolo. Certo, ci vorrà tempo prima che io diventi bravo come Casey Neistat, il mio Youtuber preferito. Clicca qui se vuoi vedere di che fenomeno si tratta.

    Un percorso sotto gli occhi di tutti

    Ok, dette le premesse e chiariti gli obiettivi, posso anche dirti che questa strada da content creator la intraprenderò in modo molto trasparente. Non voglio celare alcunché e non voglio farmi prendere dalla sindrome del perfettino. Pubblicherò molto, naturalmente lavorando sulla qualità del contenuto. Senza nascondere imprecisioni o cambiamenti, evoluzioni e precisazioni. Di stile, di immagini, di linguaggio.

    Non voglio che i miei contenuti video ti sembrino finti e costruiti. Voglio che ti appaiano veri, magari anche un po’ grezzi, ma veri. Devono uscire dai miei giorni, avere le mie parole, la mia faccia, il mio modo di raccontarti le cose. Devono dirti cose utili a rischio di dirti cose banali, ma devono anche raccontarti il vero senso di tutta questa tecnologia che ci circonda e che può davvero cambiarci la vita in meglio… ma anche in peggio.

    Mi viene un po’ da ridere perché mi trovo brutto e vecchio, ma ho tante cose da dirti. Che fai vieni con me? Da grande farò il content creator: comincio da qui.

    La prima puntata di AI Essentials, la mia prima “prova” da content creator.
  • Giornalisti: il cambiamento vola, a noi pilotarlo

    Giornalisti: il cambiamento vola, a noi pilotarlo

    La professione del giornalista sta cambiando in modo violentissimo e decisivo.

    E io non voglio stare a guardare, ma mettermi al volante di questa rivoluzione.

    La trasformazione del mondo del giornalismo e i nuovi strumenti a disposizione della categoria: saranno i temi dell’incontro organizzato a Livorno, in occasione dei 60 anni di Odg Toscana, cui sono stato invitato per un intervento sul futuro di questo mestiere e sulle armi per interpretarlo a dovere e con piena espressione e soddisfazione. Anche in tempi rivoluzionari come quelli che stiamo attraversando con l’arrivo nel nostro lavoro e nelle nostre vite dell’intelligenza artificiale.

    Un convegno interessante

    60 anni dell’Ordine dei giornalisti. L’evoluzione del giornalismo e i nuovi strumenti della professione” questo il titolo dell’appuntamento, valido per la formazione professionale, che si terrà il 20 aprile 2023  nella Sala Consiliare C. Ciampi della Provincia di Livorno, in Piazza del Municipio 4, a Livorno, a partire dalle ore 10.00. Un modo. per me per guardare in faccia tanti colleghi giornalisti, per capire come si sentono, come stanno e da che parte guardano per trovare il loro futuro.

    Ti trascrivo in questo articolo gli appunti, il canovaccio, il percorso del mio intervento, confidando che possa aprire a te e a tanti altri giornalisti scenari di un domani sostenibile e praticabile.

    Il mio speech

    Partirò da questi presupposti. 

    Sono stufo della narrativa sul giornalismo italiano e sui giornalisti italiani. Sono arcistufo di sentire un racconto di questa professione che è imperniato, immerso, permeato, incastrato nella parola crisi. Crisi del settore, crisi dei giornali crisi della professione, crisi dei media, crisi dei lettori, crisi degli spettatori, crisi degli ascoltatori. Sono stufo di vedere questa profonda mancanza di percezione del futuro che annebbia talmente tanto le menti di tutti i protagonisti del nostro mondo lavorativo. Sono stufo perché è vero che la crisi esiste, ma è stata moltiplicata nei suoi devastanti effetti dal totale disarmo con il quale la nostra categoria ha vissuto la rivoluzione tecnologica in atto negli ultimi anni. Ci siamo fatti travolgere da ogni sorta di social media coso si presentasse sull’uscio della porta di qualsiasi editore e ci siamo fatti… sostituire.

    Basta.

    Dico basta perché non c’è mai stata un’epoca così sfidante, complicata e affascinante per fare i giornalisti e non ci sono mai state tante possibilità di fare questo mestiere alla grande, con piena espressione e con soddisfazione economica. 

    Basta problemi, ecco le sfide

    Il problema (che poi non è un problema perché è un affascinante sfida) è che noi giornalisti ci siamo suicidati reagendo al cambiamento necessario della nostra professione con terrore e paura, in modo difensivo, conservativo, disperato e disperante. Abbiamo fatto catenaccio cercando di restare seduti su quel seggiolino da corridoio, quell’apparenza di professione, che ci ha lasciato il treno in corsa dei cambiamenti tecnologici. 

    Il problema è che anche quella malferma sedia si sta sradicando dalla parete e la mano che la sradica si chiama Intelligenza Artificiale, altro argomento che mi fa letteralmente uscire dai gangheri per come viene trattato e usato nel nostro mondo lavorativo.

    Il problema è che veniamo da una crisi di senso e di identità che ha completamente devastato percezione, accesso, vita, sviluppo e persino pensioni dei giornalisti. Una crisi tale da non farci più vedere le opportunità che abbiamo. 

    Perché fare il giornalista oggi è difficilissimo e bellissimo. E’ più difficile e più bello rispetto a qualsiasi epoca del passato 

    Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ha complicato il mestiere, ma anche in un’epoca nella quale la tecnologia può anche permetterci di fare qualsiasi cosa. Possiamo interpretare la nostra professione in una varietà di modi completamente innovativa e creare nuovi modelli, nuove produzioni, nuove committenze, nuovi mercati con la potenzialità enorme di riuscire a disintermediare il ruolo dell’editore e di raggiiungere (potenzialmente) un pubblico sterminato. Possiamo creare una tv senza avere una telecamera, una radio senza avere un ripetitore, possiamo vendere un prodotto editoriale giornalistico senza dover avere un medium che lo compri. Possiamo, ma il problema è un altro: vogliamo? 

    Cambiare la prospettiva dei giornalisti

    Si, vogliamo. Adesso la smetto con il linguaggio al negativo e comincio a dire: sì, vogliamo. Vogliamo abbracciare il cambiamento e giocare in contropiede dopo aver fatto catenaccio per anni. Dobbiamo cambiare prospettiva…

    e sapere che…

    Della nostra legge professionale resta ben poco. E’ da riscrivere in modo completo, totale definitivo, strutturale, ma… 

    Il valore di un solo articolo può reggere il futuro

    Resta immutato il valore di un articolo, il numero 2. Con tutto quello che comporta. Leggiamolo, fa sempre molto bene: 

    E’ diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti / osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori

    Nel 2022 il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti mi ha chiesto di creare due corsi. Uno di questi era sulla nuova professionalità del giornalista. Ho chiesto ai responsabili se potevo partire da una nuova definizione di giornalista e loro mi hanno dato assenso. Ecco quello che ho scritto: 

    In un ecosistema dei media in costante cambiamento

    “Il giornalista oggi è un produttore di contenuti multimediali per l’informazione o per la formazione. Esercita il suo ruolo con la professionalità specifica della costruzione del contenuto, ma anche con le sue competenze di mediazione sociale, sorrette dai valori e dai principi richiamati dall’articolo 2 della Legge sull’Ordinamento della professione giornalistica (l.1963/69). Gestisce attraverso questi valori la costante conversazione che il sistema dei media e della comunicazione impongono grazie alla compresenza di molti canali digitali di interazione con il pubblico. Interpreta la sua professione per qualunque cliente richieda la sua professionalità con l’obbligo intrinseco di creare un un patto di trasparenza e fiducia nei confronti del pubblico verso il quale il committente vuole dirigere i contenuti creati dal professionista del giornalismo”

    L’articolo due c’azzecca ancora, avrebbe detto l’Antonio Di Pietro dei tempi di Mani Pulite. 

    Il resto di questa legge, tuttavia, è travolto dal tempo. Dobbiamo saperlo, come dobbiamo sapere che il futuro del giornalista si gioca nella distanza tra l’uomo e l’intelligenza artificiale.ù

    I giornalisti e l’intelligenza artificiale

    L’intelligenza artificiale è una rivoluzione degna di quella di Gutenberg, ma va capita. Il garante bene ha fatto a bloccarla (anche se si può raggiungere facilmente dal mio telefonino) per mettere tutti in guardia sugli aspetti controversi di gestione dei dati personali da parte di questi nuovi algoritmi generativi.  

    Tuttavia il nostro lavoro sarà anzi, viene già in questo momento rivoluzionato dall’AI. L’intelligenza artificiale entra nel mio percorso professionale ogni giorno. Ogni giorno, tanto per dirne una. L’intelligenza artificiale travolgerà definitivamente modelli, flussi di lavoro, cambiera i media, cambierà il pubblico. Cambierà i giornalisti, ma a patto che noi si riesca a rimanere questa volta al centro della rivoluzione tecnologics

    Il giornalista arretrerà molto presto rispetto alle fasi produttive di un contenuto, si allontanerà dalla tastiera e da quella macchina da righe o video a cottimo che sono i media di oggi. Molte cose saranno eseguite dagli algoritmi generativi di cui oggi stiamo vedendo i bagliori e stiamo capendo i problemi. 

    Questo non vuol dire un giornalista che sarà meno giornalista. Già, perché diventerà meno produttore del contenuto e più progettista del contenuto. Dovrà sapere quando usare o non usare l’intelligenza artificiale. 

    E quando l’AI sarà al lavoro per suo conto lui potrà fare molte cose che da tempo non fa più: verificare le fonti dell’AI stessa, incrociare i dati, leggere i dati, mettere insieme i benedetti puntini, progettare il contenuto in tutte le sue parti e nel suo sviluppo. 

    Pensare all’esperienza di uso che passando da un testo a un video, da un audio a una foto dovrà fare il lettore. Insomma, l’AI se capita guidata governata può farci tornare al centro del nostro lavoro che è proprio quello dell’articolo 2 della legge professionale. 

    Cambiare linguaggi, guidare gli strumenti

    Cambieremo linguaggi perché saremo giornalisti scrivendo prompt non scrivendo frasi. Modificheremo i media perché ci avviamo ai media responsivi che riconosceranno ogni lettore e gli daranno le informazioni che gli servono. Cambieremo dimensione perché presto progetteremo e realizzeremo contenuti immersivi per il metaverso che è ancora li che aspetta che ci avviciniamo. Lavoreremo creando contenuti in un team che prevedrà anche tanti tecnici, ma non potrà fare a meno dei giornalisti. 

    Dobbiamo infine sapere Che il giornalista per essere libero deve saper rispettare i suoi valori, ma anche stare sul mercato. Essere capace di capire le evoluzioni della tecnologia e degli strumenti, gestirsi come un imprenditore (e magari anche un editore) di se stesso e cambiare modelli, produzioni, piattaforme e committenti (è una favola che abbiano bisogno di giornalisti solo i media, c’è un mondo là fuori da questa bolla che è ampiamente scoppiata)

    Che il giornalista deve saper dire di no, prima di dire di si. 

    Che il giornalista deve avere a che fare con il futuro dell’informazione e possederlo prima che arrivi.

    Una promessa e un abbraccio all’art.2

    Dobbiamo continuare a parlare di intelligenza artificiale e vi faccio una promessa. Il prossimo che usa l’intelligenza artificiale come minaccia e parla solo degli inquietanti lati negativi avrà il mirino delle mie parole puntato addosso. Il prossimo che trovo sulla mia strada intento a definire l’Intelligenza Artificiale come una trovata tecnologica in grdo di sostituire i giornalisti sarà mio nemico. Lo giuro. Ecco perché chi parla in un certo modo di AI mi fa uscire di senno: non è una falce per licenziare un altro po’ di giornalisti, è il nostro miglior alleato. Cerchiamo di ficcarcelo in testa e di conoscerlo, usarlo, gestirne l’entrata ragionevole e utile nella nostra realtà lavorativa, prima che qualcuno decida davvero di usarlo per eliminare definitivamente i giornalisti dalla faccia della terra.

    E’ un grande periodo di sfide, dobbiamo abbracciarle e vincere tenendoci stretto quel benedetto articolo due.