Categoria: Giornalismo

Studio da anni il mobile journalism e sono uno dei punti di riferimento della materia in ambito italiano e internazionale. In questa categoria del mio sito ci sono raccolti tutti gli spunti arrivati dalle mie esperienze, dai miei studi e dalla trasformazione della mia figura professionale. Ormai il mobile journalism è il giornalismo di oggi.

  • La crisi energetica, la comunicazione e la forbice

    La crisi energetica, la comunicazione e la forbice

    Crisi energetica, è iniziata l’accelerazione.

    Da alcuni giorni sto lavorando al 2023 di Algoritmo Umano. Un 2023 che si annuncia interessante, sfidante e difficile. Pianificare il modo con il quale ti inventerai lo stipendio per i prossimi 12 mesi sempre un’operazione difficoltosa per un libero professionista. Un questo periodo, oltretutto, le difficoltà sono acuite dalla crisi energetica e politica che il mondo sta attraversando. Una crisi sulla quale, a naso, marciano in molti. Iniziata l’accelerazione di questa situazione critica, sono iniziati anche i primi problemi nel settore della comunicazione e nella produzione di contenuti.

    La forbice per tagliare

    In più di qualche telefonata di tipo commerciale mi sono sentito dire: “Francesco, grazie, ma le bollette ci hanno messo in ginocchio. Nel 2023 non investiremo in comunicazione”. Insomma, la forbice dei tagli va per prima alla lettera “C”. Viviamo ancora in un mondo del business e delle aziende per il quale la comunicazione è intesa come una necessità, come un costo. La stragrande maggioranza degli imprenditori e dei manager, attanagliata certamente da preoccupazioni gravi, valuta l’interazione di un’impresa con l’esterno (o anche al suo interno) come qualcosa di non necessario. Insomma una cosa che si deve fare, ma si può pure fare a meno.

    Tagliando la comunicazione queste aziende tagliano anche il loro futuro. Già, perché mentre in Italia “il sito lo facciamo l’anno prossimo”, in giro per il mondo comunicare e produrre contenuti, per un’azienda, è ritenuto un asset imprescindibile.

    La crisi energetica e la necessità di valore

    Si, sto parlando di asset, cioè di un valore, un bene immateriale di un’azienda. La comunicazione e l’interazione con il cliente è costruzione di valore del proprio brand. La capacità di un’impresa di parlare al suo mondo e di ascoltarlo si trasforma in coinvolgimento e il coinvolgimento in rafforzamento del mercato (e quindi dei ricavi). Ecco perché talune aziende mettono a bilancio la valutazione della propria reputazione: perché vale soldi.

    Oltretutto proprio in questo momento di crisi energetica le aziende, anche piccole, dovrebbero raccontarsi e raccontare le loro scelte. Svelare le difficoltà e far capire come le risolvono.

    L’Italia ha un grande tessuto economico di aziende piccole mediamente arretrate sul digitale e sui social. La cultura imprenditoriale italiana ha fatto in modo che il sito restasse un peso e i social una roba per il cugino a 150 euro al mese. E gli effetti si vedono nella diversa velocità alla quale vanno le imprese rispetto a quello che c’è fuori da Bardonecchia, Chiasso o Trieste.

    Il rimedio nello smartphone

    Sono anni che mi sbatto per far capire che i device mobili sono ormai macchine potenti e performanti per produrre contenuti. Sono anni che lo faccio.

    A coloro che tagliano a partire dalla “C” di comunicazione dico solo una cosa. Farlo ora avrà questa conseguenza: se sorpasserete il tunnel della crisi, una volta fuori, tutti parleranno e voi sarete in silenzio. Tutti avranno trovato e fatto crescere le loro comunità di persone interessate e i loro mercati, mentre voi dovrete ancora cominciare.

    Sinceramente non posso insegnare a guardare nel futuro perché non sono Mago Merlino. Tuttavia sono sicuro che, chi supererà la crisi energetica sarà quello che più coraggiosamente risponde al cambiamento del contesto dei costi e non smette di guardare l’orizzonte e di parlare al suo pubblico. C’è un rimedio per questo: usare lo smartphone per raccontare un’azienda, un’attività, una carriera, un’impresa grande o piccola che sia.

  • Campagna elettorale: parlateci dei freelance

    Campagna elettorale: parlateci dei freelance

    Campagna elettorale: non voglio parlare di politica, ma…

    voglio parlare di noi. Sulla campagna elettorale è meglio non pronunciarsi. Tuttavia mi tocca notare, anche se spero di poter essere smentito, che non si parla di libera professione, di freelance. Siamo milioni, già, il famoso popolo delle partite iva. Ebbene, nei discorsi acchiappavoti valiamo zero.

    Una parentesi: il mio nuovo sito

    Prima di addentrarmi nell’argomento ti racconto del mio nuovo sito. Questa volta ho scelto di essere ancora più essenziale e di prediligere il racconto. Per questo ho reso questo luogo digitale un luogo minimo. Il mio intento è quello di sedermi, di tanto in tanto, a ragionare insieme a te giocando con le parole. Incontro dopo incontro, esperienza dopo esperienza, riflessione dopo riflessione. Sul mio mondo, sul mio lavoro, sul mio percorso. Voglio farlo scrivendo testi che stiano su, che siano buoni ora o fra 6 mesi, o due anni (tanto di campagna elettorale ce ne sarà presto un’altra, poi un’altra, poi un’altra…).

    Tu sei un’azienda

    Tu sei un’azienda. Noi siamo aziende. Paghiamo le tasse, produciamo ricchezza, creiamo lavoro. Eppure zero. Siamo lo zero. Credo fermamente nelle possibilità, credo nella capacità, nel merito. Però lo Stato e la politica continuano, anche in questa campagna elettorale, a fare finta che i freelance, le partite iva, non esistano.

    Non mi riferisco a misure a raggio stretto, a qualche sgravietto buono per comprarsi le sigarette, a qualche deduzione in più. Mi riferisco alla struttura delle cose. I freelance non possono crescere, non hanno accesso al credito, non hanno ammortizzatori sociali, non hanno protezioni da infortunio (e io lo so bene, se leggi qui). Non possono programmare, avere figli (se non tra mille rischi), avere infrastrutture per lavorare. Non possono fare un mutuo (a me ridono in faccia ogni volta che ci provo). Niente formazione, nessuna preparazione ad affrontare i rischi della libera professione…

    Campagna elettorale: desolazione

    Al di là delle questioni politiche (che mi avviliscono), il panorama degli argomenti è desolante. Il vuoto cosmico che regna attorno alle partite iva fa pensare che presto, noi freelance avremo da faticare ancora di più in questo mercato del lavoro atomizzato, precarizzato, sminuzzato. I clienti avranno mani libere per tirare ancora di più il cappio dei prezzi, dei tempi di pagamento. Dallo Stato non avremo risposte, strutture, protezioni. Forse nemmeno quelle ossa spolpate che sono i bonus una tantum che i precedenti governi ci hanno dato. I nuvoloni neri sono in arrivo, perché questa campagna elettorale è così vuota di contenuti che fa spavento.

    Per favore parlateci dei freelance. Così, a spanne, sono una ventina di milioni. Proprio come quelli che non votano. Vuoi vedere che… son gli stessi? Mai vista una campagna elettorale così scema, quindi non ho speranze. Però lo chiedo lo stesso, anzi lo richiedo: parlateci degli autonomi, parlateci dei freelance.

  • Sindacato giornalisti: ne abbiamo tutti bisogno

    Sindacato giornalisti: ne abbiamo tutti bisogno

    Nel giornalismo, italiano in particolare, stiamo vivendo un momento di crisi senza fine.

    E senza precedenti. Devo essere particolarmente fortunato. Già, perché proprio nello stesso periodo ho cercato di rimettermi in piedi dopo una pesante crisi professionale. Fino qui tutto bene, sembrerebbe. Se mi leggi, forse lo sai: sono uno che non si accontenta e che non ama le mezze misure. Per questo sono particolarmente apprezzato, oppure particolarmente odiato. Bene. Detto l’antefatto posso dirti che voglio di più. Mi hanno chiesto di impegnarmi per il cambiamento della mia professione. L’ho fatto, lo sto facendo e lo farò. Anche dentro il sindacato giornalisti.

    Servo il cambiamento

    Il sindacato giornalisti esiste. Te lo volevo dire, cara lettrice, caro lettore. Esiste ed è vivo. Si chiama FNSI, Federazione Nazionale della Stampa italiana. Ha una storia lunga. Di impegno, di cambiamento, di passione, di valori. Anche di passaggi a vuoto e di sbagli. Una storia che anche io conosco poco, ma voglio rimediare. Con l’impegno e lo sguardo di un pivello che si affaccia dentro un mondo sconosciuto. Anche se ho fatto la mia parte, anche se del sindacato giornalisti faccio parte. Anche se qualche volta non ne capisco più il senso.

    Mossa pericolosa, lo so. Tuttavia mossa che mi ha aperto le porte alla conoscenza e all’amicizia di persone, di colleghi, di valore enorme. In mezzo alla tempesta di questa crisi anche questa istituzione democratica appare, dal di fuori, devastata dai cambiamenti, dalla mancanza di denaro, dalla mancanza di cultura, di identità, di tempo. Ho amici nel sindacato strizzati da ritmi iniqui e intenti a cercare di salvare centinaia di colleghi dai licenziamenti e dalla falce di chi tratta giornali, siti, radio, tv, testate, come luoghi da devastare in nome del ragionamento meno costi, più ricavi. Senza pensare ad altro.

    Ho visto le facce stanche

    Io appartengo a una parte del sindacato che si chiama Nuova Informazione. Puoi trovare qui il loro sito. Finalmente, con grande fatica e tanta professionalità, lo hanno rinnovato.

    Il sindacato giornalisti è uno in Italia, ma ha molte correnti. Sembra un esempio di vetero-politica, ma io lo vedo così. E’ un insieme di persone che si battono per l’esistenza della nostra professione. Io appartengo a Nuova Informazione non perché ho qualche tessera, qualche convenienza, qualche utilità. Anzi, ho avuto più danni che benefici. E continuerò ad averne. Appartengo a loro perché sono brave persone, perché aiutano quando c’è bisogno, specialmente quando sei nella merda.

    Li ho incontrati sabato 25 giugno 2022 in una riunione all’auditorium di Radio Popolare a Milano. Avevano facce molto stanche, un classico di chi fa sindacato giornalisti. Sembravano anche sfiduciati, ma… ho visto molto altro. Molto. Ho visto lucidità, impegno, passione, competenza, visione, sacrificio, a volte duri scontri, ma alla fine anche chiarimenti.

    Parti prima tu

    Ho imparato molto, ho portato la mia esperienza. Ho pensato che il sindacato giornalisti deve cambiare e che io posso aiutarlo a cambiare. Ho pensato che la parola sindacato deve scrollarsi di dosso quell’idea di lotta del passato per darsi una nuova collocazione. Se sei una collega, un collega, starai pensando: “Il sindacato non serve a un cazzo”. Per molti di noi i fatti dicono questo. Se il sindacato trovasse una nuova posizione, nuovi linguaggi, nuovi modi di essere utile, forse qualche cosa succederebbe. Per farlo cambiare, mi sono detto, devi partire prima tu. Già, mi rivolgo a me, ma anche a te.

    Sindacato giornalisti: chiarirsi le idee

    Non faccio promesse. Sono molto impegnato con lo sviluppo di Algoritmo Umano. L’obiettivo, tuttavia, è quello di imparare e di chiarire nella mia testa (e nella tua) qual è il ruolo del sindacato giornalisti e quale dev’essere il suo ruolo domani. Non voglio addentrarmi nelle curve di quello che è stato, voglio sapere quello che è il sindacato giornalisti e quello che sarà. Il giornalista è una figura professionale dotata di tecnica e di creatività che interpreta il suo ruolo nel mondo dei media e della comunicazione, per qualsiasi committente e su qualsiasi piattaforma, con i principi della professione richiamati dalle leggi costitutive e dall’etica. Per questo deve avere una nuova definizione. Per questo deve avere un nuovo sindacato al suo fianco che ne segua l’evoluzione e si batta affinché questa sia poi codificata in leggi, regolamenti e contratti.

    Sindacato giornalisti: un nuovo scenario

    Il giornalismo ha bisogno di un nuovo sindacato e il sindacato giornalisti ha bisogno di capire dove deve stare e come deve agire. Mi va di impegnarmi per questo cercando di riaprire le porte di questo luogo chiuso, appesantito, fiaccato dalla crisi e dalle battaglie. Ci provo e ti tengo aggiornato. Ti va?

    Ti rivelo un ultima cosa: abbiamo tanto bisogno di sindacato giornalisti e il perché me lo ha detto la ricerca della keyword che ho usato per questo pezzo. “Sindacato giornalisti” è stata cercata, in Italia, 70 volte nell’ultimo mese. Pochissimo. Ecco, questo è il senso del problema che abbiamo. Ormai, noi giornalisti, il sindacato non lo cerchiamo più. A questo punto invito il sindacato a cercare un dialogo coi colleghi.

  • Giornalismo e le bandierine sulla gobba del toro

    Giornalismo e le bandierine sulla gobba del toro

    Il Giornalismo ha bisogno di futuro e di nuove visioni.

    Ora posso dirti di aver dato il mio contributo al domani della mia professione, il giornalismo. Come? Ora te lo racconto. Da poche ore sono disponibili sulla piattaforma di formazione dei giornalisti italiani i due video corsi che mi ha chiesto di fare il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti nel mese di marzo. Li ho definiti come due bandierine sulla gobba del toro, ma prima ti spiego di cosa si tratta e dove li puoi trovare, se sei un collega (o una collega) pubblicista o professionista.

    Giornalismo in mobilità e giornalismo auto-imprenditoriale

    Il presidente dell’Odg Carlo Bartoli (che ringrazio) e il Consiglio Nazionale mi hanno chiesto di creare dei videocorsi intitolati “Concetti e strumenti per una nuova professionalità del giornalista” e “Fondamenti e strumenti del giornalismo in mobilità. Insomma: mi hanno chiesto di parlare di modi, strumenti, modelli e percorsi della mia professione improntati al futuro. Il giornalismo in mobilità e l’auto-imprenditorialità sono due ambiti di un nuovo vestito del giornalista di oggi, un professionista che deve lavorare in un modo diverso, con strumenti diversi e con una mente diversa. I corsi li trovi qui sotto, se sei un collega o una collega:

    Le bandierine sulla gobba del toro

    Ehi, ti guardo negli occhi e te lo dico: io di solito qui non mi lamento, non mi incenso, non mi glorio, non mi dispero, ne mi esalto. Infatti, come vedi, ti ho dato delle informazioni utili su un progetto che ho completato e che, se sei del campo, può esserti utile. Tuttavia mi permetto di dirti come mi sento: mi sento come uno che ha piantato due bandierine sulla gobba del toro, in questo caso il giornalismo, il quale è un pachiderma cornuto e duro, recalcitrante al cambiamento come pochissime altre professioni. Già, sto parlando di quel mestiere che dovrebbe raccontare onestamente il mondo che cambia. E ora, specialmente in Italia, non lo sa.

    Ho piantato due banderillas sulla gobba del toro e ho concluso il mio viaggio, facendo sapere a 93 mila giornalisti che il cambiamento, nel giornalismo, è possibile. Insomma, il mio l’ho fatto. Ho fatto sanguinare il vecchio giornalismo conficcandogli nella schiena qualcosa di nuovo. Non so se riuscirò a fare altro, ma anche soltanto questo lo trovo un bel segnale. Una specie di capolavoro. Non so se riuscirò a fare altro perché ti lascio solo immaginare quali difficoltà, alcune schifose da sopportare, mi sono trovato davanti e ancora mi trovo ad affrontare. Già, perché chi cambia le cose fa spavento. E a me, te lo dico, sta bene e da un po’ di tempo so di non dovermi aspettare nulla.

    Grazie a chi mi ha permesso di disegnarlo questo capolavoro e a me che l’ho disegnato. Ora riparto e ho bisogno di un altro confine da raggiungere. La missione, col giornalismo, è completa. Ce ne vuole un’altra.

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  • Giornali sostenibili? Senza dubbio si può

    Giornali sostenibili? Senza dubbio si può

    I giornali (italiani e non) sono al collasso in questo fine 2021.

    Già i dati di settembre delle vendite di giornali in edicola facevano spavento. La situazione è anche peggiorata. Negli Stati Uniti i fondi ci speculano sopra, in Italia i principali quotidiani brancolano nel buio senza sapere dove andare, altrove non va meglio. Una tragedia che sembra non avere fine. Nel giorno della conferenza stampa di fine anno del Premier Mario Draghi organizzata dall’Ordine dei Giornalisti, desidero mettere in fila alcuni ragionamenti sui giornali per farti capire che questi strumenti così importanti per la comprensione della realtà possono tenersi economicamente in piedi senza dubbio. E guadagnare soldi sufficienti per essere indipendenti.

    L’ispirazione è il Nieman Lab

    Il Nieman Lab, luogo digitale determinante per il futuro dei media retto dalla fondazione Nieman di Harward, ha iniziato a pubblicare le previsioni per il 2022 del mondo del giornalismo. E’ da sempre un sito dove guardare per sapere dove va il mondo dei media. Prendo da lì le prime indicazioni, perché gli esperti chiamati da Nieman vanno diretti al punto, al punto della sostenibilità. Di cosa parlo? Parlo del fatto che i giornali devono guadagnare soldi come tutte le altre intraprese.

    Il problema non è il business model, ma…

    Il problema, indica Nieman con l’analisi predittiva di Paul Cheung, mom è il modello di business, ma l’infrastruttura del business. Si parte dal fatto che ogni esperienza nel mondo dei giornali deve guadagnare, per molti motivi. Il primo è che la ricchezza di un’impresa media è anche un salvacondotto per la sua indipendenza dal potere.

    “Nel 2022 – dice Cheung – le organizzazioni che creano giornali (inteso in senso lato, naturalmente, non parliamo solo di carta, ndr) non devono pensare al modello con cui fanno soldi, ma all’infrastruttura con cui producono i loro contenuti. Per supportare prodotti giornalistici per i quali il pubblico voglia pagare, la concentrazione deve essere tutta sulle operazioni con le quali questi prodotti vengono creati”. Cheong dice che bisogna concentrarsi su tre aree.

    Le tre aree di intervento per far soldi

    • I prodotti devono essere diversi. Naturalmente i giornali devono essere hub informativi in grado di diversificare l’offerta in modo davvero ampio. Siti, video, audio, comunità, long form, approfondimenti, eventi virtuali, contenuti sui social. Tutti i giornali che vogliono guadagnare devono saper intercettare nuove comunità di pubblico dove il pubblico si trova.
    • Il giornalismo deve essere strumento di eguaglianza e di cura della diversità. Molti giornali sono ancora “bianchi” nel modo di pensare. Maggiore diversità vuol dire maggiore pubblico e più possibilità di raccogliere Revenue.
    • Bisogna creare nuove strutture che supportino lo sviluppo del business anche nella sua capacità di venderlo meglio e di dare a quello che i giornali creano, maggiori possibilità di trovare mercati. Bisogna immettere nelle strutture dei giornali la tecnologia più avanzata per creare produzioni innovative e, nello stesso tempo, meno pesanti sotto il profilo dei costi.

    Il giornalismo delle comunità

    Di Nieman ti raccomando di leggere tutte le predizioni. Tutte. Sono una specie di mappa di quello che devi fare se vuoi creare un giornale che guadagni soldi. A questo aggiungo un paio di riflessioni. I giornali di massa sono finiti, i media di massa sono morti. Sta salendo prepotentemente il giornalismo delle comunità. Vuoi un esempio? Eccolo, te lo regalo. Io ci sto pensando da tempo.

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    Milano è una città di livello internazionale. Se osservi bene i media meneghini sono di impostazione nazionale. Uno in particolare ha una tradizione locale, Il Giorno, ma versa in crisi. La città è in crescita e va verso le Olimpiadi del 2026. Non credi che sarebbe una straordinaria comunità sulla quale creare un medium iperlocale di riferimento? Se ti va ti parlarne ho un piano. Contattami.

    Bisogna quindi, per creare giornali che portano frutto, pensare al giornalismo delle comunità. Non provare vergogna mentre fai questo ragionamento: devi trovare una comunità da servire per creare un prodotto tale per cui la comunità che scegli voglia pagare per esserci, per averlo, per poter far sentire la propria voce.

    Il giornalismo “di conversazione”

    La definizione di giornalismo che ripeto più spesso è dell’amico professor Anthony Adornato: “Journalism is a Conversation“. Segui questo concetto e pensa che il web e i social sono il luogo nel quale il contenuto deve e può essere basato sulla conversazione. Incontri virtuali, eventi virtuali, interazioni con il pubblico sono contenuti che devono entrare nel mirino dei giornali che vogliano guadagnare. Semplice il motivo: se vuoi creare giornali che contano devi parlare con i tuoi lettori. Su questo l’esempio di Tortoise detta la linea e indica la strada.

    Il giornalismo delle esperienze

    Su Algoritmo Umano ti ho spiegato che cos’è il Metaverso. I giornali che vogliono guadagnare devono essere rafforzati da un’iniezione potentissima di tecnologia, specialmente mobile. Per produrre contenuti, per pubblicare contenuti, per fruire dei contenuti.

    Tuttavia bisogna concentrarsi sul concetto del web come luogo digitale delle esperienze e sull’orientamento al metaverso che hanno imposto i cambiamenti dei social media. Più si studieranno contenuti da offrire al pubblico che sono vere esperienze, più il pubblico vorrà pagare, essere membro di queste comunità create dai giornali. Comunità che devono essere coltivate e fatte crescere, ma anche educate a guardare fuori delle proprie bolle, interpretando la complessa realtà che ci circonda.

  • Perché un giornalista è un consulente

    Perché un giornalista è un consulente

    La professione giornalistica va rivista.

    Io la cambio tutti i giorni, pur rimanendo fedele ai valori che deve avere. Questo giro voglio raccontarti alcuni motivi per i quali, per la tua azienda o per la tua attività, dovresti considerare il giornalista come un consulente molto utile.

    Giornalista uguale consulente, un’equazione non facile per un motivo solo. Allora ti caccio via dalla testa subito questo retaggio del passato per farti capire un concetto chiaro. La professione giornalistica va rivista, ma il primo che deve fare questa revisione sei tu, mio caro cliente.

    Il secondo che la deve fare, invece, è il cliente che ti sta aspettando e che non ha ancora capito che ha bisogno di te. Della tua professionalità e delle tue idee

    I pregiudizi sul giornalista

    Il giornalista, nell’immaginario di tutti, in primis dei giornalisti stessi, è quello che realizza contenuti per l’informazione sui media, di qualunque genere e tipo. Trova le notizie, le seleziona secondo dei criteri, le sviluppa, le verifica e le allestisce per la pubblicazione. Quando ha pubblicato il suo lavoro ha anche terminato il suo compito.

    I potenziali clienti di un giornalista, quindi, sono solo quegli apparati aziendali che lavorano nel mondo dei media e quelle imprese, istituzioni, enti, fonti informative che hanno bisogno di comunicare ai media qualcosa.

    Niente di più sbagliato, almeno a vedere bene l’epoca che stiamo attraversando. Ecco, questo è la categorizzazione di un giornalista che devi iniziare a levarti dalla testa. Rapidamente, perché i tempi stanno cambiando.

    Il giornalista nel nuovo mondo della comunicazione e dei media

    Il giornalista, ora, è un produttore di contenuto per l’informazione, su qualsiasi piattaforma e per qualsiasi committente. C’è di più, il giornalista è uno specialista del linguaggio e del messaggio e può servire a un’azienda per mandare messaggi e per usare linguaggi coerenti con i propri valori, i propri obiettivi, la propria mission e la propria vision.

    Per questo motivo il giornalista ti può essere utile, caro cliente che stai aspettando, nella produzione del contenuto, ma anche nella strategia e nella progettazione dell’azienda stessa. E’ chiaro, infatti, che uno degli asset più importanti di un’impresa è il modo in cui comunica. Per esaminarlo, aggiustarlo, progettarlo o farlo crescere, non c’è professionista migliore di un giornalista. Può aiutarti a scegliere la voce aziendale e il suo tono, la qualità e la coerenza dei contenuti che l’azienda pubblica, la sua pertinenza con il suo mondo e la sua comunità, le parole, le immagini, la policy giusta con cui un’impresa si esprime.

    Produrre, mediare, pensare

    Il giornalista-consulente non produce soltanto, ma può dirti cosa è giusto produrre e comunicare e cosa non lo è. Il giornalista è il miglior mediatore possibile quando si tratta di gestire una comunità di persone che si interessano a quello che la tua azienda fa. Il giornalista è poi il miglior professionista in grado di pensare a come un’impresa deve comunicare correttamente il suo lavoro, i suoi progetti, la sua strada, le sue innovazioni, i suoi percorsi.

    Il giornalista non ti aiuterà nella pubblicità, non si rivelerà il tuo influencer a portata di mano. Non orienterà la vendita, non produrrà contenuti sui tuoi prodotti, magnificandone le caratteristiche. Il tuo giornalista consulente sarà la migliore figurati possibile per regolare il flusso dei messaggi azienda-clienti e viceversa.

    Cominci a capire che il giornalista non è solo chi scrive su un giornale?

    Questo mio modo di pensare la mia professionalità e quella dei miei colleghi è uno dei motivi per cui mi interesso molto al giornalismo d’impresa e con la mia socia Marialetizia Mele sto lavorando a un nuovo corso di mobile brand journalism. Lo puoi trovare qui sotto.

    https://www.algoritmoumano.it/event/laboratorio-brand-journalism-con-lo-smartphone/
    La pagina del corso dell’11 dicembre 2021.